Sono il vicino che ti spia quando credi di essere solo
Sono io.
Non mi riconosci?
Sono il tuo vicino. Quello che ti chiede come vanno i concorsi di tua figlia, quella che si scervella per entrare come ausiliaria in ospedale. O forse sono tuo cognato, quello che non sopporti perché ti dà sempre torto e si prende l’ultima porzione di baccalà alla cena della Vigilia di Natale.
Potrei essere il padre con cui scambi due frasi svogliate ogni mattina, quando vi incontrate mentre accompagnate i vostri figli a scuola. O il macellaio che taglia le costolette che tua suocera ti servirà domenica.
Domani potrei guidare l’autobus che porta tua moglie in ufficio. Potrei sudare al tuo fianco sulla cyclette della palestra.
Posso essere chiunque.
Perché lo faccio? Una sola persona me l’ha chiesto in tutta la vita, e non è stato facile trovare una risposta sincera. Né un barlume di pentimento.
Perché c’è chi avvelena consapevolmente i propri polmoni, fino a morire tra rantoli? Perché tanti sprecano metà della loro esistenza davanti a uno schermo che insegna loro a odiare, desiderare e, soprattutto, comprare? Perché compri un cellulare a un ragazzino di dodici anni con l’unico scopo di poter mangiare in pace?
Quello che faccio io, se fatto bene, non deve necessariamente fare del male a nessuno. Me ne preoccupo. Mi impegno. È la prima e più sacra delle mie priorità.
Perché anni fa, quando scoprii di non essere un mostro, di non aver bisogno di anni di pillole né di una camicia di forza, quando capii che mi piaceva e che quello ero io, mi sedetti a scrivere un decalogo. Il decalogo che mi avrebbe impedito di umiliare, ferire o strappare una sola lacrima.
Uno: non intervengo mai.
Due: rimango sempre nascosto.
Tre: non tocco mai una donna che non sia la mia.
Quattro: non si registra nulla.
Cinque: non si commenta nulla.
Sei: se ci sono coincidenze, non sono mai esistite.
Sette: non si lascia nulla per iscritto.
Otto: non si giudica.
Nove: non si umilia.
Dieci: non si approfitta di nulla.
Mi chiamo… Non importa. Per quanto vi spieghi perché faccio quello che faccio, vi sarà impossibile capirlo. Almeno pubblicamente. Perché molti di voi non hanno il coraggio di riconoscere, davanti alla famiglia e agli amici, che ciò che pratico io suscita in voi la stessa curiosità che suscitava in me, prima che decidessi che ne valeva la pena.
***
È difficile spiegare cosa spinga un uomo come me, benestante, che beve appena e non ha mai provato un’anfetamina, a nascondersi alle tre e mezza del mattino di un torrido otto agosto dietro un cespuglio piantato in mezzo alla landa più anonima, ai margini della città dove sudo e pago il mutuo.
Questo posto è grande. Mostruosamente grande. E noi siamo milioni. Un vantaggio che rende quasi impossibile incontrare due volte le stesse persone, nello stesso posto, per lo stesso motivo. E se succede, ci rimettiamo al sesto comandamento.
Non ho sonno. Non sbadiglio nemmeno. Dopo tanti anni di abitudini inconfessabili, devo essermi trasformato in qualcosa di simile a un vampiro. Domino le circostanze, so trovare le posizioni privilegiate, quelle da cui si vede e in cui è molto difficile essere visti.
So che il sindaco obbliga a chiudere ogni locale alle tre in punto. So che dalla zona dei locali alla landa ci sono appena quindici minuti. So che tra poco, attraversando la striscia d’asfalto che parte dal centro sportivo San Andrés, compariranno i doppi fari, solcando una strada di solito deserta a quest’ora.
Siamo in molti a partecipare a questo teatro. Lo so io e lo sanno loro. Ci evitiamo con solidale efficienza.
Pensavi che fossi pazzo? Un solitario? Un tipo da manicomio? Oggi, calcolo, saremo in tre quelli nascosti. Forse quattro, se il ragazzo che si sta scoprendo è riuscito a procurarsi la benzina per la moto. Rispettiamo i nostri metri quadrati. Evitiamo di incontrarci, evitiamo di sentirci.
Disprezziamo quelli che pretendono di essere come noi e perdono ogni classe non appena tirano fuori un cellulare per filmare, si masturbano senza pudore o si fanno vedere nel momento peggiore per soddisfare qualche inclinazione molto più torbida.
***
Dal mio riparo osservo la strada punteggiarsi di luci che serpeggiano, tremano, avanzano. Sono uno, due, tre… venti veicoli. Venti persone a cui avanza la passione e mancano i soldi per pagarsi una stanza d’albergo dove sfogarsi. Una carenza che favorisce i miei desideri.
Il mio posto viene scelto da una sportiva tedesca grigio metallizzato. La sento ruggire mentre affronta l’ultimo slancio, fino a fermarsi proprio davanti al mio cespuglio. Vedendola così da vicino mi chiedo cosa abbia spinto il suo proprietario, uno capace di pagare sessantamila euro per un’auto, a venire in un luogo normalmente riservato alle utilitarie ammaccate degli universitari.
Parcheggia con una brusca frenata, spegne il motore, spegne i fari e resta immobile sotto una luna insultantemente piena, tra il canto sommesso dei grilli. La passeggera accende la luce interna, come chi vuole valutare ciò che sta per divorare.
Di lei spicca una cosa: il viso. Un volto rotondo, vivace, con enormi occhiali dalla montatura spessa che, invece di imbruttirla, ne esaltano la bellezza. Non è una bellezza da tappeto rosso, ma emana un aroma morboso, sexy senza volerlo, sexy forse senza saperlo. Di quelle donne che al mattino risolvono logaritmi e la sera ti guardano come se sapessero esattamente quale cazzo vogliono succhiare.
Lui è più vecchio. Più vecchio di lei e più vecchio di me. Calvo, rasato a zero, con una pancia che si gonfia quando si siede ma che in piedi riesce a nascondere. Avrà cinquantacinque anni, sessanta a voler esagerare. Sotto la camicia di lino azzurra, aperta e sbottonata, si intravede un uomo che si sente superiore in ogni circostanza, uno di quelli che ricordano che nel portafoglio li aspetta una carta platino.
Sono vicino. Mi separano appena cinque metri dalla targa. Il cuoio capelluto mi suda e il sudore scivola lentamente, in modo sgradevole, obbedendo alle leggi della fisica. Io non batto ciglio.
Lui parla, lei ascolta e finge una timidezza a cui non crede nemmeno lei. Prima la bacia sulla guancia, poi sulle labbra. Lei, dietro quegli occhiali robusti, chiude le palpebre e risponde. La dolcezza del primo contatto si dissolve, accelerata dal desiderio, finché entrambi aprono la bocca e si aggrovigliano in un bacio bavoso, di lingue grosse, di saliva condivisa senza riguardi.
Lui comincia a cedere quando lei gli posa la mano sulla guancia e scende rapidamente fino al collo, dove stringe, trattiene, domina. Quel gesto mostra unghie curate, dipinte di un intenso blu notte, prova che in questa sfida, nonostante la differenza d’età e la spavalderia del proprietario dell’auto, sarà lei ad avere la meglio.
Le grosse mani di lui tastano sotto il vestito, tirano il reggiseno fino a liberarlo. Le pizzica i capezzoli, glieli stringe come se volesse spremerne il succo, e lei si inarca contro lo schienale. Tette piccole, bianche, coronate da due areole rosee che si induriscono sotto i polpastrelli. Un breve gemito, limpido, celestiale, si insinua sopra il frinire dei grilli.
—Sei sensibile, puttana? —chiede lui, torcendole un capezzolo con crudeltà calibrata.
—Succhiamele —ansima lei—. Succhiamele, stronzo, le ho gonfie.
Lui abbassa la testa e le inghiotte un seno intero, lavorandole il capezzolo con la lingua, con la voracità di un bambino affamato. Marina gli affonda le dita nel cranio nudo e lo stringe contro di sé, costringendolo a succhiare più forte, persino a mordere. Quando lui le lascia la tetta con uno schiocco umido, il capezzolo rimane lucido, gonfio, scurito.
Lei fa scendere la mano sul petto di lui, a una velocità da tortura, fino al punto che ormai non vedo più. Ma sento. Sento il tintinnio della fibbia, il ronzio della cerniera che scende, il fruscio della stoffa che si apre. E poi il respiro profondo, animale, di lui, quando quelle dita dalle unghie blu notte si chiudono intorno al suo cazzo e cominciano a masturbarlo con lenta abilità, stringendo la base, salendo fino al glande, spalmando il liquido preseminale su tutta la punta.
So, conosco e immagino. Godo di una potente immaginazione, e basta osservare la faccia del fortunato per sapere cosa accade sotto il volante. Lei si china. Il suo collo ondeggia ritmicamente sul grembo di Andrés. La sento deglutire, succhiare, risucchiare. Un gorgoglio osceno, salivoso, profondo, che la stessa Marina alimenta con piccoli gemiti gutturali, come se succhiare quel cazzo eccitasse più lei di lui.
Guardo l’orologio. Dieci minuti e già se lo sta mangiando fino alla radice. Lui sembra rilassarsi, ma è un falso segnale. Il petto inspira sempre più rapidamente, i denti si serrano, le dita grosse come salsicce si aggrappano al volante e poi scendono fino a impigliarsi nella chioma di lei, dettandole il ritmo, spingendole la testa contro l’inguine.
—Continua, Marina… continua, succhiamelo così… ah, cazzo… inghiottimelo tutto —ansima.
Bene. Si chiama Marina. Ogni informazione viene trattenuta, ma non viene mai divulgata. L’informazione è un afrodisiaco efficace quanto pericoloso. Ho scoperto gravidanze prima delle dirette interessate, divorzi che si ricompongono a forza di bugie, segreti che nessuno sospetterebbe. L’informazione dà potere. Potere ed erezioni.
Ascolto Marina allontanarsi per un secondo, sputare saliva sul glande, schiaffeggiarlo delicatamente contro la guancia e poi contro la lingua tesa. Quella gran troia sa che lui la guarda, e sa che potrei guardarla anch’io. Torna a ingoiarselo. Questa volta finché la gola protesta, finché le sfuggono le lacrime, finché gli occhiali le si appannano.
A volte sento la tentazione di avvicinarmi, di tendere la corda e vedere con i miei occhi ciò che immagino soltanto. Ma non sono ancora arrivato al punto in cui la curiosità mi costringa ad assumermi quel rischio. Sospettare eccita più che confermare. Intravedere più che certificare.
Qualcosa mi dice che Marina non lo lascerà venire in bocca. Lo condurrà fino all’orlo del punto di non ritorno, quella frontiera in cui qualsiasi uomo venderebbe sua madre per un po’ di più. E infatti si solleva quando sente che il cazzo le diventa durissimo tra le labbra, palpitante, a pochi secondi dallo scaricarsi. Gli concede qualche secondo, appoggiata al vetro, mentre si pulisce i fili di saliva e di sperma preeiaculatorio con il dorso della mano, ansimando, col rossetto sbavato e un sorriso da puttana soddisfatta.
—Hai i preservativi? —chiede lui con voce roca, facendo il gesto di aprire il vano portaoggetti.
—No —lo ferma lei—. Nel mio coño il lattice non entra. Io scopo a pelo o non scopo.
Lui sorride, apre la portiera e cammina fino a sistemarsi davanti al cofano, di spalle a me. È così vicino che intuisco le lentiggini tra le scapole. Si solleva il vestito fino alla vita, rivelando un culo rotondo, bianco, diviso da un minuscolo perizoma nero. Se lo abbassa lentamente, muovendo i fianchi, fino a lasciarlo cadere sulla terra. Lo raccoglie, lo annusa con aria maliziosa e lo lancia sul parabrezza.
—Guarda che sei stronzo —sussurra—. Tutta tua. Tutto il mio coño per te.
Lui esce dall’auto col cazzo all’aria, duro, puntato verso di lei. È un membro grosso, corto, scuro, coronato da un glande lucido che la saliva di Marina ha lasciato levigato. Raccoglie il capo, lo annusa a fondo, se lo strofina sul viso e se lo mette in tasca come un trofeo.
—Te ne comprerò una dozzina —si avvicina, la bacia, la fa sedere sul cofano—. Le più costose. Quelle che vorrai, mia puttana.
Lei si sistema con le gambe aperte, così aperte che dal mio cespuglio vedo, illuminata dalla luce interna dell’auto, tutta la fica di Marina: una fica depilata, rosea, gonfia, con le labbra minori sporgenti, grosse e già fradice. I tacchi appoggiati sul paraurti. Lui si inginocchia in fretta, senza preliminari, e le preme l’intero viso contro la vulva. La lecca dall’alto in basso con la lingua tesa, insistente, rumoroso, come se non mangiasse da settimane.
—Così, stronzo, così… succhiami il clitoride… infilamela dentro, la lingua, infilamela —gli ordina Marina, afferrandolo per le orecchie.
Lui obbedisce, le pianta la lingua nell’ingresso della fica, la muove, succhia, la tira fuori impiastricciata di umori e torna a salire fino al clitoride gonfio. Le infila dentro due dita grosse, piegandole, mentre con la bocca le succhia il bocciolo avidamente. Il volto rotondo di Marina disegna una smorfia di piacere che non nasce soltanto dal vedersi divorare, ma dall’averlo lì, prostrato, inginocchiato ai suoi piedi, a mangiarle la fica come un cagnolino nonostante la carta platino nel portafoglio.
E allora, mentre la soddisfano, guarda davanti a sé. Proprio verso di me.
E io tremo.
Non è la prima volta che mi sento scoperto. Sono tre o quattro secondi in cui la tachicardia ti attraversa tutto e senti la tentazione di fuggire. Secondi in cui conta l’esperienza e bisogna mostrare sangue freddo per mantenere la posizione senza battere ciglio.
Perché ho cominciato a sospettare che alcuni sappiano di essere osservati e continuino, eccitati dall’idea di scopare con dei testimoni. Niente triangoli. Solo essere visti. Dal modo in cui Marina scruta la boscaglia attraverso gli occhiali appannati, qualcosa mi dice che lei è una di quelle. E peggio ancora: da come comincia a gemere più forte, a dire porcherie più oscene, sospetto che quella gran troia sappia perfettamente che ci sono occhi lì, e che venga più forte pensando a questo.
—Succhiami di più, stronzo, mi stai facendo impazzire… così, così, non fermarti, cazzo, non fermarti…
La sua risata è quasi maliziosa. Affonda le dita nella pelata di lui, gli stringe il collo tra le cosce e dirige ritmo e pressione finché, umida, comincia a tremare con le gambe, ad ansimare a bocca spalancata, a lasciarsi sfuggire un gemito lungo e acuto che fa tacere i grilli. Le si tende il ventre piatto, le si irrigidiscono le cosce, e alla fine getta la testa all’indietro, urlando senza ritegno il proprio piacere, venendo sulla bocca di Andrés con una scarica di umori che gli bagna il mento e il collo. I grilli sembrano riprendere il loro coro sotto un calore spietato.
—Mettimelo dentro —ordina, senza ammettere repliche—. Mettimelo fino in fondo, voglio sentirlo dentro. Adesso.
L’uomo abbandona ogni finzione. Non riesce a credere alla fortuna che ha e teme di perderla. Si alza in fretta, il cazzo duro e lucido di saliva e fica, i pantaloni alle caviglie, e si sistema goffamente tra quelle cosce aperte. Si afferra il membro, se lo strofina sulle labbra minori di Marina, lo dirige e spinge con una sola stoccata.
Lei lo accoglie con un ringhio animale, sorpresa più dalla durezza che dalle dimensioni, come se non si aspettasse tanta vigoria da uno a due passi dalla pensione.
—Ah, stronzo, come scopi bene… mettimi tutto dentro, fino alle palle, così, così…
Le spinte sono secche, rapide, spietate. Il cofano della sportiva tedesca comincia a rimbalzare a ogni affondo, uno sciabordio carnale che si mescola al gemito continuo di Marina. Lei lo riceve urlando, cercando di soffocare le grida mordendo la stoffa della sua camicia, ma le sfuggono lo stesso, oscene, stridule.
—Più forte, stronzo, più forte, sfondami la fica… così, così… ah, il tuo cazzo, cazzo, il tuo cazzo…
Lui le afferra le gambe sotto le ginocchia e gliele solleva fino a piegargliele contro il petto, ripiegandola in due sul cofano. Ora la penetra dall’alto, lasciandosi cadere con tutto il peso, e dal mio cespuglio vedo chiaramente il cazzo entrare e uscire dalla fica fradicia, lucido, trascinando gli umori biancastri di Marina, impiastricciandole le cosce, il ventre, la pelle dell’addome. I peli dell’inguine di lui si schiacciano contro le labbra minori di lei a ogni stoccata, sguazzando osceni.
—Non venirmi dentro… no, aspetta… non venire… —ansima Marina, ma lo dice senza convinzione, con le gambe aperte come porte e le mani aggrappate alle natiche di lui perché spinga più a fondo.
Finché arrivano là dove non esistono né marcia indietro né mezze misure. Lui accelera, lei perde il controllo, aggrappata alla sua spalla con una mano e al cofano con l’altra. Non ride più. Cerca soltanto di liberare ciò che la assedia. Le sue tette piccole rimbalzano a ogni colpo, i capezzoli tesi puntati verso il cielo. Il viso le si contorce dietro gli occhiali, la bocca spalancata in una O silenziosa, e all’improvviso comincia a gemere un orgasmo lungo e ruvido, uno strillo da gatta in calore che rimbalza sulla lamiera dell’auto.
—Vieni, stronzo, vienimi dentro, riempimi tutta… adesso, adesso, adesso…
Con un grido rauco, lui si spinge più a fondo che può tra le cosce bianche di Marina e, in una decina di scosse, si svuota. Gli vedo la schiena tesa, il culo pallido che si contrae a ogni schizzo, la pancia che gli trema contro il ventre di lei. Marina gli chiude le gambe intorno ai fianchi per trattenerlo dentro, per spremergli fino all’ultima goccia di sperma, gemendo soddisfatta ogni volta che sente una nuova scarica calda risalirle nella fica.
Per un paio di minuti, gli ansiti di entrambi si fondono con i grilli e con i battiti scatenati del mio cuore. Quando finalmente lui si ritira, il cazzo esce floscio, lucido, gocciolante, e dietro compare un filo denso di sperma che scivola lungo la fessura di Marina fino a cadere, goccia dopo goccia, sul metallo caldo del cofano.
Sudo. E non è per il caldo.
***
La faccenda è durata poco, ma né lui si scusa né lei appare contrariata. Al contrario: il volto di Marina riflette soddisfazione. È venuta due volte, e intensamente. Scende dal cofano con le gambe tremanti, passa due dita sulla fica per raccogliere lo sperma che le fuoriesce e se le porta alla bocca senza smettere di guardarlo, succhiandosele lentamente, con quell’impudenza calcolata di chi conosce perfettamente l’effetto che produce. Appoggia i piedi nudi sulla terra e si ricompone con una rapidità che lui non riesce a imitare.
—Dai, vestiti —gli ordina con l’aria di una lupa che compatisce la pecora smarrita—. Forza, Andrés, o ti raffreddi. E conserva bene il mio perizoma, stronzo, perché se te lo trova tua moglie sei morto.
Il suddetto Andrés si tira su i pantaloni, li abbottona, cerca di asciugarsi il sudore dalla pelata e i resti di umori dal mento. Nel farlo, riscopre sul dito il luccichio dell’anello. I suoi occhi non valutano più la donna che ha davanti; ora cercano la scusa che giustifichi il ritorno a casa alle quattro del mattino con l’odore di una fica estranea addosso.
Entrambi salgono in auto. Lui mette in moto, fa retromarcia bruscamente e, non appena raggiunge l’asfalto, accelera. Ha fretta di liberarsi delle prove. Ha paura di perdere tutto —casa, figli, l’abbonamento allo stadio, la considerazione degli amici— per uno scivolone di una notte d’estate.
Sulla collina desolata restiamo la polvere che si posa e io. Sono eccitato, sono eretto, dolorosamente eretto, con la patta che mi tira, ma non mi masturbo. Non lo faccio mai. Sono estremamente prudente, e questa cautela mi ha risparmiato più di un problema con le divise. Esco soltanto quando mi sento assolutamente al sicuro, e a volte questo significa aspettare un paio d’ore.
***
Cammino sotto la luna fino al nascondiglio dove mi aspetta una vecchia moto di seconda mano, quasi senza potenza, facile da occultare vicino ai luoghi che frequento. È tardissimo e ieri ho lavorato fino allo sfinimento, ma non ho sonno. Noi che soffriamo della mia particolare patologia soffriamo tutti, senza eccezioni, d’insonnia.
Non mi sono mai pentito di aver aperto questa breccia. Ho incanalato la mia peculiarità fino a fare in modo che nessuno lo scoprisse e, quindi, nessuno si offendesse. Non voglio umiliare. Non voglio causare dolore.
Lo provai per la prima volta a venticinque anni, attraverso la grande finestra senza persiane che dava sul cortile interno del palazzo popolare in cui vivevo. La mia vicina non metteva tende perché non sopportava il buio, e quel pomeriggio del 1992 quella fobia mi scosse in modo inatteso. La signora, che aveva già compiuto cinquant’anni, cavalcava il giovane che le portava la spesa dal negozio di alimentari di via Mendoza. Aveva le tette cadenti che rimbalzavano sul petto glabro del ragazzo, si infilava il cazzo fino in fondo con il viso stravolto e si strofinava il clitoride con la mano libera come se glielo dovesse il mondo intero. Godeva meno per il piacere goffo del ragazzo che per la novità della carne giovane, per sentire quel cazzo duro e fresco dentro di sé dopo anni di materasso saturo di russare e noia. Quando venne, urlò così forte che persino i piccioni del cortile si levarono in volo.
Doña Amparo oggi è un’ottantenne tremante, vedova, che saluta con aria astuta in ascensore e si lamenta senza sosta di rumori inesistenti. Ma Doña Amparo ha avuto un passato. E io lo so.
Come ha avuto un passato mio zio Ricardo. Una notte riconobbi la sua targa in un vicolo sul retro e scoprii che l’amore unico non esiste: di nascosto, non aveva mai smesso di adorare quella ragazza che all’università gli aveva rivelato il segreto del vero sesso. Le tette della suddetta erano un’ode al declino, lunghe, molli, con i capezzoli rivolti verso terra, ma lui le divorava da devoto, se le infilava intere in bocca, si strofinava il cazzo duro tra loro fino a venire a fiotti sul collo raggrinzito della donna. Lei si leccava lo sperma dalla scollatura con il sorriso soddisfatto di chi si sa superiore alla moglie ufficiale da trent’anni. Mia zia non era sorda né idiota; un giorno gli mise il benservito sul tavolo, e quell’amore giovanile svanì non appena Ricardo si presentò alla sua porta col cuore pieno di speranza e la valigia colma.
Conosco parcheggi appartati, poco illuminati, lontani da ogni telecamera, tentatori tanto per un ladro quanto per una coppia ardente. So della figlia di un magistrato che ogni settimana lo succhia a uno diverso, senza permettere mai di essere lei quella penetrata, schiaffeggiando l’amante che osi distogliere lo sguardo dal suo viso mentre copula. L’ho vista inginocchiata sulla ghiaia, con le tette fuori dal reggiseno di pizzo bianco, inghiottire cazzi estranei fino alla gola, ricevere lo schizzo sulla lingua tesa, sorridere con le labbra imbiancate di sperma prima di sputarlo sull’asfalto e pulirsi il mento con due dita. Poi, alle feste del quartiere, la vedo farsi il segno della croce con rosario e mantiglia, guardando la statua di gesso con la stessa espressione straziata del ragazzo che, quattro ore prima, le veniva in bocca.
***
Salgo a piedi fino al mio sesto piano. Uso raramente l’ascensore: salire quei novanta gradini mi mantiene in forma e mi permette di cogliere il minimo suono a ogni pianerottolo. Al quarto A abita Renata, una brasiliana sulla trentina che lavora come un mulo nella caffetteria della piscina comunale e trova ancora le forze per sfogarsi, ogni tanto, con qualche universitario assunto per l’estate. Le sue scopate sarebbero impercettibili se non fosse per l’epilogo: orgasmi gravi, prolungati, gutturali, una voce così potente che sale per il vano delle scale e spaventa le settantenni dell’androne, che il giorno dopo saluta con sincera gentilezza. L’ho sentita urlare in portoghese «mettimi più dentro, pau, mettimi più dentro» con una crudezza che fa venire la pelle d’oca persino a me.
È un quartiere tranquillo. Di quelli che non nascondono minacce tra le ombre.
Io non cerco di spogliarmi né di essere io quello che fa la parte migliore. Sono passivo. O attivo, molto attivo, ma a modo mio. Ho sempre desiderato la realtà, non il sesso di corpi perfetti e cazzi smisurati, che non è altro che fantascienza copulatoria. Cerco situazioni di sentimento, di piacere colpevole, di cattiva coscienza: occhi che rivelano ciò di cui il corpo gode e che l’anima rimprovera. Andare a letto, senza toccarli, con quelli che poi saluto per strada sapendo dove gli fa male, dove nascondono il loro trauma, sapendo come gemono quando vengono, sapendo quale parola oscena gli sgorga dalla bocca quando gli sfondano la fica o la bocca. Questo è il più grande degli afrodisiaci.
Questo, e un altro. Il più grande di tutti. Quello che persino uno come me allontana da ogni sanità mentale. Uno di quelli che non si confessano mai.
Apro la porta. Cerco di non fare rumore. Mi sfilo gli stivali sul pianerottolo. Solo quando mi raggiunge l’odore familiare di casa, di candele al cioccolato, di lenzuola che sanno di te, sento la stanchezza ricadere pesante sulle spalle. Indosso la maglietta lisa di un vecchio concerto a cui andai a Londra, quando credevo ancora in certe cose. Mi corico. Respiro profondamente.
Accanto a me, lei si muove, mi abbraccia, mi bacia il mento mal rasato in segno di benvenuto. Odora di sapone appena risciacquato, di fica pulita, di sperma estraneo lavato via in fretta sotto la doccia prima di infilarsi nel letto.
—Buonanotte, amore mio —mormora con quella voce tenera e assonnata.
—Buonanotte, Marina.




