Il contratto BDSM che ho firmato in ginocchio
La prima volta che entrai nello studio di Darío sapevo già che non ne sarei uscita uguale. Non per il contratto che mi aveva mandato prima, né per le regole scritte con una freddezza quasi chirurgica, ma per il modo in cui mi aveva fatto aspettare in piedi accanto alla porta mentre finiva di sistemare alcuni documenti senza degnarmi nemmeno di uno sguardo.
La stanza odorava di cuoio, d’inchiostro e di legno lucidato. Al centro c’era un tavolo largo, fin troppo pulito, con un’unica cartellina nera aperta e una penna argentata appoggiata sopra. Indossavo un vestito scuro, calze sottili e avevo un nodo allo stomaco che non era né paura pura né desiderio puro, ma una miscela più profonda, più pericolosa.
—Chiudi la porta e inginocchiati —disse infine.
Non alzò la voce. Non ce n’era bisogno. Il modo secco in cui lo disse mi svuotò il petto e mi portò a terra senza che ci pensassi troppo. Sentii la piastrella fredda sotto le ginocchia e la pressione immediata di quella postura. Lui rimaneva in piedi, impeccabile, con la camicia chiara rimboccata fino agli avambracci e lo sguardo fisso su di me come se stesse già esaminando una proprietà appena acquisita.
—Rileggi l’ultima pagina —ordinò.
Presi la cartellina con entrambe le mani. In fondo c’era la mia firma, decisa ma leggermente tremante. Sopra, su diverse clausole, lui aveva fatto dei segni in rosso. Orari. Alimentazione. Allenamento. Correzioni. Restrizioni. Uso del corpo. Negazione dell’orgasmo. Disponibilità. Obbedienza verbale. Silenzio fuori turno. Era tutto scritto con una precisione oscena che mi stringeva dentro più di quanto avrebbe fatto una sua mano intorno alla gola.
—Dillo ad alta voce —mi indicò.
Deglutii e obbedii.
—Accetto di cedere il controllo delle mie abitudini, della mia condotta fisica e sessuale e delle correzioni necessarie alla mia disciplina.
Lui fece un passo verso di me.
—A chi?
—A lei.
La sua espressione non cambiò.
—No.
Capì subito. Abbassai lo sguardo, vergognandomi dell’errore, e mi corressi:
—A lei, Darío.
—Meglio.
Firmai l’ultima riga mentre lui mi osservava. Il rumore della penna sulla carta mi parve più intimo di qualunque bacio. Quando ebbi finito, lui prese la cartellina, controllò con calma ogni pagina e ripose una copia in una custodia trasparente. Poi si accovacciò davanti a me per la prima volta. Non mi toccò. Si limitò a tenermi il mento con due dita, costringendomi a guardarlo.
—Puoi ancora pentirti, prima che cominci.
Sentii il battito tra le gambe, sordo, insistente.
—Non voglio pentirmene.
—Allora, da questo momento, obbedisci senza discutere, rispondi chiaramente e non provare piacere senza permesso. Se non capisci un ordine, fai domande. Se lo capisci, lo esegui. È chiaro?
—Sì, Darío.
Mi lasciò il mento e si rialzò. Poi mi appese al collo la custodia con il contratto, usando un nastro nero. La plastica poggiò sullo sterno e, mentre respiravo, sfiorò il tessuto del reggiseno. Il gesto era semplice, ma mi accese all’istante. Portare il contratto sul petto, quasi fosse una targhetta, rendeva tutto più reale di qualunque fantasia mi fossi masturbata da sola nel letto.
—Alzati. Spogliati fino a rimanere in biancheria.
Mi rialzai lentamente. Le ginocchia scricchiolarono un po’, facendomi sentire goffa e osservata. Mi tolsi il vestito e lo lasciai cadere. Rimasi con un reggiseno bianco e uno slip coordinato, troppo semplici per una scena del genere. Lui mi fece girare senza toccarmi, guidandomi con la voce.
—Braccia dietro. Schiena dritta. Gambe divaricate.
Obbedii. L’aria dello studio aderì alle mie cosce. Darío prese un taccuino e cominciò a scrivere. Non sapevo cosa annotasse, ma il semplice fatto di essere ridotta a un elenco di osservazioni mi fece bagnare la fica così in fretta che dovetti stringere le labbra per non lasciarmi sfuggire un gemito.
—Capezzoli duri per l’anticipazione —mormorò scrivendo—. Buona risposta al controllo visivo.
L’umiliazione mi colpì con una violenza dolce. Parlava del mio corpo come se fosse una pratica, e io riuscivo solo a pensare di aprire di più le gambe.
—Girati di nuovo.
Lo feci.
Sentii il fruscio della carta, la punta della penna, i suoi passi dietro di me. Quando parlò, la sua voce suonò vicinissima alla mia nuca.
—Stabilirò le tue prime routine. Ti sveglierai quando lo dirò io, ti allenerai come dirò io e mi consegnerai rapporti quotidiani se lo richiederò. Il tuo corpo non mi serve esausto né capriccioso; mi serve disciplinato. Capito?
—Sì, Darío.
—Se ti assegno una posizione, la mantieni. Se ti ordino di contare, conti. Se ti ordino di venire, vieni. Se ti ordino di rimanere sul filo, resti lì anche se ti tremano le gambe. Capito?
Il battito mi rimbombò in gola.
—Sì, Darío.
—Bene. A quattro zampe accanto al divano.
Ci andai con il contratto che mi rimbalzava contro il petto. Mi sistemai sul pavimento, appoggiata su mani e ginocchia, e sentii subito la vulnerabilità brutale di quella posizione. Darío aprì un cassetto e ne estrasse un largo collare di cuoio nero, con un anello metallico sul davanti. Quando lo chiuse intorno al mio collo non strinse troppo, ma bastò a rendermi consapevole di ogni respiro.
Poi mi prese i polsi e me li portò dietro la schiena. Li legò con una cinghia corta, abbastanza da impedirmi di sollevarmi bene. Il petto rimase più incavato, il culo più sollevato. Una posizione fatta per esibirmi.
—Ora comincia la vera valutazione —disse.
Rimase a guardarmi per un tempo che mi parve eterno. Sentivo il ronzio lontano dell’aria condizionata, i miei stessi respiri e il leggero colpo della plastica del contratto contro la pelle. Mi bruciavano le orecchie. Mi bruciava la fica. Lui continuava a non toccarmi.
—Ti stai bagnando da sola —commentò infine.
Nessuna parte di me rispose, se non con un tremito nelle cosce.
—Rispondi.
—Sì, Darío.
—Bene. Un corpo sincero fa risparmiare tempo.
Sentii la sua mano sulla nuca e poi un piccolo accessorio freddo che mi stringeva il naso, limitando l’ingresso dell’aria. Non era del tutto doloroso, ma scomodo, esigente. Ogni respiro divenne stretto, controllato. Mi lasciò così per diversi minuti, sorvegliandomi. All’inizio pensavo solo a non sbagliare; poi lo sforzo cominciò a scendere lungo il ventre e a concentrarsi tra le gambe. La parziale mancanza d’aria mi rendeva sensibile, vigile, assurdamente eccitata.
—Non muoverti —avvertì.
Rimasi immobile, ansimando dal naso quasi chiuso e dalla bocca socchiusa. Un filo di saliva mi scese fino al pavimento. Che vergogna. Che voglia di continuare.
Quando mi tolse l’accessorio, inspirai profondamente come se fossi riemersa dall’acqua. Mi concesse appena pochi secondi per riprendermi prima di passarmi il palmo della mano sulle natiche. Fu un contatto leggero, esplorativo, eppure mi fece inarcare la schiena.
—Prima mancanza —disse freddamente—. Non ti avevo chiesto di reagire.
—Mi perdoni, Darío.
—Il perdono non corregge. La punizione sì.
Sentii che apriva un’altra scatola. Poi mi fece scivolare lo slip lungo le cosce, fino a lasciarlo intrappolato su un ginocchio. L’aria mi colpì in pieno la fica bagnata e il culo. Avrei voluto chiudermi per il puro pudore, ma non osai. Mi accarezzò una natica e poi l’altra con la punta di uno strumento di cuoio intrecciato.
—Cinque per aprirti. Conta.
La prima sculacciata mi strappò un gemito secco. Bruciò come una linea di fuoco viva, precisa, molto più intensamente di quanto avessi immaginato. Mi servì un secondo per trovare la voce.
—Uno.
La seconda calò trasversalmente sull’altra natica. Più in alto. Più calda. Il dolore arrivò con una scossa che mi percorse la fica e me la fece palpitare.
—Due.
La terza mi fece serrare i denti. La quarta mi lasciò tremante. Alla quinta respiravo già a scatti, con le lacrime agli occhi e l’inguine scandalosamente fradicio.
—Cinque —sussurrai.
Darío appoggiò la mano aperta sul calore delle mie natiche segnate e mi accarezzò lentamente, come se stesse controllando la reazione della pelle.
—Molto bene. Il tuo corpo capisce in fretta.
Infilò due dita tra le mie gambe senza preavviso. Trovò la fica bagnata e lasciò sfuggire una breve risata sommessa.
—Guardati. Ti sculaccio e tu grondi.
Sentii che mi apriva le labbra con le dita e mi sfiorava proprio nel punto più sensibile. Non mi penetrò subito. Si limitò a giocare intorno al clitoride, distribuendo la mia umidità, provocando piccoli impulsi di piacere che mi costringevano a mordermi il labbro.
—Non venire.
Mi infilò un dito. Poi due. Entrarono facilmente, scivolando nella mia stessa eccitazione. All’inizio li mosse lentamente, piegandoli appena dentro di me, esplorando. Ogni carezza mi rendeva il ventre più teso.
—Dimmi cosa senti.
—Che... —dovetti prendere fiato— che ne voglio ancora.
Continuò a muovere le dita, ora più in profondità, sfregandomi dentro con una pazienza crudele.
—Non ti ho chiesto cosa vuoi. Ti ho chiesto cosa senti.
Un gemito mi sfuggì prima che potessi rispondere.
—Sento che verrò se continua così.
Ritirò le dita nello stesso istante. L’assenza mi fece davvero male. Lasciai sfuggire un lamento umiliante, bisognoso, e questo lo fece soltanto sorridere.
—È proprio questo il punto.
Mi passò le dita bagnate sulla guancia e poi sulle labbra.
—Assaggia la tua obbedienza.
Aprii la bocca. Mi infilò due dita finché potei assaporare la mia stessa lubrificazione, salata, calda, con un leggero gusto metallico dato dalla tensione. Le succhiai senza perdere la posizione.
—Ingoia.
Obbedii.
—Un’altra volta.
Le spinse di nuovo dentro e mi abbassò la lingua. Chiusi le labbra e le succhiai lentamente, sentendo il suo sguardo su di me. Quando le estrasse, la saliva mi brillava sul mento.
—Da questo momento, anche il tuo piacere passa dalla mia bocca e dal mio cazzo —disse—. Non sarai tu a decidere quando, quanto o come.
Si slacciò la cintura. Il rumore del metallo mi fece tendere tutta. Abbassò la cerniera ed estrasse il cazzo, grosso, ancora semiduro, pesante nella sua mano. Si mise davanti al mio viso e mi agganciò il collare con due dita per avvicinarmi.
—Bocca aperta. Lingua fuori. Non succhiare finché non te lo ordino.
Lo feci immediatamente. La vergogna mi faceva bruciare, ma allo stesso tempo mi svuotava la testa da tutto ciò che non fosse obbedire. La punta del suo cazzo mi sfiorò la lingua. Sapeva di pelle pulita, di uomo, di un po’ di sudore trattenuto. Lo fece scivolare sulla mia bocca senza entrare del tutto, sporcandomi di saliva, tracciando il contorno delle labbra come se mi stesse usando per inumidirsi.
—Così —mormorò—. Ferma.
Spinse molto lentamente fino a infilarmi soltanto la punta. Si ritirò. Tornò a entrare un po’ di più. Avrei voluto chiudere la bocca, succhiare, fare qualcosa, qualunque cosa, ma rimasi immobile. Quello sforzo di non prendere l’iniziativa mi eccitava quasi quanto averlo addosso.
—Adesso sì. Succhia.
Chiusi le labbra intorno alla testa del suo cazzo e capii subito che era più duro. Lo passai sulla lingua, lentamente, obbediente, e lui lasciò sfuggire un respiro soddisfatto. Mi afferrò i capelli con una mano, senza violenza inutile, solo per indicarmi la direzione. Entrò più a fondo. Fin dove la mia bocca lo accoglieva senza problemi. Uscì. Tornò a penetrarmi.
—Più in profondità.
Obbedii. La gola si tese quando mi riempì un po’ più bruscamente. Tossii appena, e lui mi tirò indietro per i capelli per correggermi.
—Respira dal naso. Rilassati.
Ci provai. Abbassai le spalle. Aprii di più la gola. La spinta successiva entrò meglio. Lo succhiai avidamente, ormai incapace di nascondere quanto mi eccitasse sentirlo crescere del tutto nella mia bocca. La saliva mi colava dal mento e cadeva sul contratto di plastica, bagnandolo. Vederlo con la coda dell’occhio mi scatenò un altro spasmo di desiderio.
Cominciò a dettare il ritmo con i fianchi. Non era ancora brutale, ma fermo. Mi scopava la bocca lentamente, tirando fuori quasi tutto il cazzo e tornando a infilarlo con un suono umido che riempì lo studio. Io ingoiavo aria come potevo tra una passata e l’altra, con la gola sempre più aperta, più sottomessa, più disponibile.
—Ecco. Così mi servi bene.
Le parole, più che umiliarmi, mi sprofondavano in una calma strana. Ero in ginocchio, legata, con il culo che bruciava e la bocca piena del suo cazzo, eppure mi sentivo esattamente dove volevo essere.
Darío aumentò il ritmo. Le sue spinte divennero più lunghe, più decise. La punta mi colpiva la gola e mi strappava suoni sporchi, involontari. Sentivo saliva, lacrime, lo strattone ai capelli, la pressione del collare sul collo. Tutto insieme. Tutto mescolato al calore sempre più disperato tra le gambe.
Poi allontanò il cazzo dalla mia bocca e mi lasciò ansimante, sbavata, vuota.
—In piedi —ordinò.
Impiegai un secondo a reagire. Mi liberò i polsi e mi fece rialzare. Avevo le gambe deboli. Il contratto era ancora attaccato al mio petto umido. Darío mi girò di spalle e mi piegò sul tavolo. La mia guancia rimase contro il legno. Una sua mano mi teneva la nuca. Con l’altra mi aprì le natiche senza riguardi.
—Voglio vedere se obbedisci anche quando muori dalla voglia.
Mi portò di nuovo due dita alla fica e me le infilò bruscamente. Urlai. Non per il dolore, ma per il bisogno. Mi scopò rapidamente con la mano, colpendomi dentro proprio dove ero già sensibile, troppo sensibile. Il suono bagnato delle sue dita che entravano e uscivano mi umiliò perché diceva la verità meglio di qualsiasi parola.
—Guardati —disse vicino al mio orecchio—. Stai grondando sul mio tavolo.
—Sì, Darío —balbettai.
Con l’altra mano mi prese il clitoride tra due dita e cominciò a strofinarlo con cerchi brevi, precisi, continuando a penetrarmi con la mano. La combinazione fu così intensa che dovetti allargare di più le gambe per non piegarmi. Il mio orgasmo salì all’improvviso, feroce, immediato.
—Non venire —disse proprio quando lo spasmo cominciava a impossessarsi di me.
Cercai di fermarmi. Ci provai davvero. Tesi l’addome, trattenni il respiro, morsi il legno del tavolo. Ma lui continuò a strofinare, continuò a infilarmi le dita con quella precisione spietata che sembrava fatta apposta per portarmi esattamente al limite e lasciarmi lì, fatta a pezzi.
—Per favore...
La sua mano si fermò.
—Cosa?
Mi avvamparono le guance.
—Per favore, mi lasci venire.
Mi estrasse le dita e mi diede una sberla secca sulla fica. Il colpo mi fece trasalire tutta.
—Ringrazia di averlo chiesto. Negato.
Lasciai sfuggire un gemito rauco, frustrato, quasi animale. Darío mi afferrò per i fianchi e mi allargò di più le gambe con il ginocchio. Poi sentii la testa del suo cazzo aprirmi le labbra, bagnata dalla mia stessa eccitazione e dalla saliva della mia bocca.
—Ora riceverai. E non ti muoverai finché non te lo dirò.
Spinse lentamente all’inizio. La punta entrò, grossa, allargandomi con una deliziosa miscela di pressione e sollievo. Ero rimasta così a lungo sul filo che sentirlo entrare fu quasi un dolore buono, uno sfogo brutale. Quando fu entrato per metà si fermò, costringendomi a sopportarlo.
—Respira.
Obbedii, tremando.
Entrò fino in fondo con una sola spinta.
Il grido mi uscì limpido. La mia fica si contrasse intorno al suo cazzo con una forza che non mi aspettavo nemmeno io. Avevo entrambe le mani conficcate nel bordo del tavolo, il viso di lato, la bocca aperta. Lui rimase immobile per alcuni secondi, sepolto dentro di me, lasciandomi sentire quanto fossi piena, quanto mi avesse aperta.
—Così ti volevo —mormorò—. Ben occupata.
Cominciò a scoparmi con spinte lunghe, ferme, senza fretta. Ogni volta usciva quasi completamente e tornava a entrare fino a colpirmi molto in profondità, esattamente dove il mio corpo reagiva meglio. Lo ricevevo con piccoli spasmi, bagnandolo sempre di più, stringendolo senza riuscire a evitarlo.
—Non venire.
L’ordine, ripetuto, trasformò il piacere in una tortura perfetta. Perché il mio corpo era già pronto a venire. Ogni colpo dei suoi fianchi contro le mie natiche mi faceva risalire l’orgasmo lungo la schiena. Ogni strattone al collare, ogni occasionale sculacciata sul culo arrossato, ogni insulto sussurrato all’orecchio mi disfaceva sempre di più.
—Che fica obbediente hai quando la tengono bene —mi disse, penetrandomi fino in fondo—. Stringi per me.
Strinsi. Lui lasciò sfuggire un ringhio profondo e accelerò. A quel punto non furono più spinte lente, ma scopate secche, potenti, vere. Il tavolo scricchiolava. La plastica del contratto batteva contro il legno sotto il mio petto. La saliva mi cadeva a fili. Io riuscivo a malapena a reggermi.
—Conta —ordinò.
—Uno —ansimai quando me lo spinse fino in fondo.
—Più forte.
—Uno.
La spinta successiva mi strappò un gemito sporco.
—Due.
Mi scopò così mentre contavo, perdendo la voce e il conto, perché a un certo punto non sapevo più se fossi arrivata a otto o a dodici; sapevo soltanto che il suo cazzo mi apriva, mi colpiva, mi teneva sull’esatto limite tra venire e andare in pezzi.
All’improvviso uscì completamente. Il vuoto fu osceno. Ebbi appena il tempo di protestare prima che mi girasse, mi facesse sedere sul bordo del tavolo e mi aprisse le gambe. Rimasi a guardarlo, con il reggiseno ancora indosso, il contratto sul petto e la fica gonfia, lucida di umidità.
Mi contemplò per un secondo con una calma che mi fece impazzire.
—Guardami bene.
Lo feci. Aveva il cazzo duro, bagnato, lucido. Me lo strofinò direttamente tra le labbra, su e giù, sporcandomi ancora di più senza entrare. Sollevai i fianchi per la pura disperazione.
—Ferma.
Mi lasciò soffrire per altri secondi prima di penetrarmi di nuovo. Questa volta frontalmente, guardandomi in viso. Mi afferrò dietro una coscia e me la aprì di più. Entrò profondamente e cominciò a scoparmi con un ritmo costante, brutalmente intimo. Da quella posizione lo sentivo ancora di più. Il suo bacino colpiva di tanto in tanto il clitoride; ogni sfioramento era una frustata di piacere.
—Dimmi di chi è questa fica.
La risposta mi uscì spezzata.
—Sua, Darío.
Mi spinse più forte.
—Un’altra volta.
—È sua.
Infilò una mano tra i nostri corpi e cominciò a strofinarmi il clitoride senza smettere di scoparmi. A quel punto persi completamente il respiro. Il mio orgasmo tornò come un’onda nera, enorme, impossibile da fermare.
—No... non ce la faccio...
—Sopporti ciò che dico io.
Le sue dita si mossero più velocemente. Il suo cazzo continuò a colpirmi dentro, profondo, costante. Sentii tutto il corpo tendersi, le gambe tremare, il ventre chiudersi intorno a uno spasmo inevitabile.
—Chiedilo.
—Mi lasci venire, per favore. Mi lasci venire. La prego.
Mi tenne lo sguardo mentre mi scopava con più rabbia.
—Vieni.
L’orgasmo mi spezzò in due.
Non fu dolce né bello. Fu violento, umido, incontrollato. Venni urlando il suo nome, stringendogli il cazzo con contrazioni selvagge, scuotendomi dalle cosce alle spalle mentre lui continuava a spingere, prolungando ogni spasmo fino a renderlo quasi insopportabile. Sentii che mi riempivo davvero, che la fica si chiudeva inutilmente intorno a lui.
—Ecco —ringhiò—. Vieni tutta.
Tremavo ancora quando mi afferrò per la nuca e mi scopò ancora qualche volta, dure, profonde, finché il suo respiro non divenne più aspro. Mi spostò un po’ il viso per guardarmi meglio proprio nel momento in cui venne. Lo sentii pulsare dentro di me, una volta, un’altra, diverse volte, liberando la sua eiaculazione calda molto in profondità mentre teneva il bacino premuto contro il mio.
Rimase così per alcuni secondi, sepolto dentro di me, lasciandomi sentire tutto: il suo peso, il calore tra le gambe, il lento gocciolio quando finalmente uscì.
Avevo il petto che si alzava e si abbassava in modo ridicolo. Le gambe non mi obbedivano bene. Mi osservò respirare, distrutta sul tavolo, poi mi passò due dita lungo l’interno della coscia per raccogliere la miscela che cominciava a colare.
—Guarda.
Sollevò le dita davanti ai miei occhi. La mia fica palpitò di nuovo vedendole lucide.
—Apri la bocca.
Obbedii. Me le infilò lentamente. Sapevano di sesso, di me, di lui, di tutto ciò che era appena successo. Le succhiai fino a pulirle.
—Ingoia.
Ingoiai.
Darío mi sistemò il reggiseno, mi tirò su lo slip fino a metà coscia e poi me lo riabbassò, solo per ricordarmi che poteva farlo quando voleva. Quel piccolo gesto di possesso quotidiano mi lasciò più scossa dell’eiaculazione.
—Oggi sei stata valutata —disse mentre chiudeva il taccuino—. Hai reagito bene al dolore, meglio all’umiliazione ed eccellentemente alla negazione seguita dal permesso. Hai la tendenza a supplicare quando sei sul filo. Lo annoteremo.
Risi tra gli ansimi, troppo vulnerabile per trattenermi.
—È una cosa positiva?
Mi asciugò una lacrima secca con il pollice.
—Per me sì.
Mi aiutò a scendere dal tavolo e mi costrinse a inginocchiarmi ancora una volta. Sentivo ancora la sua eiaculazione dentro di me, pesante e tiepida, e la consapevolezza di averlo ancora lì, mentre colava dalla mia fica, mi dava un pudore quasi insopportabile.
—Ultimo ordine della notte —disse—. Arriverai a casa, farai una doccia e ripeterai il ritmo di respirazione che ti invierò. Non ti toccherai. Non verrai di nuovo. Domani verrai pronta ad allenarti e a obbedire meglio di oggi. Se sbagli, correggeremo l’errore. Se obbedisci, ti guadagnerai qualcosa in più.
Abbassai la testa, sentendo il contratto sfiorarmi il petto umido.
—Sì, Darío.
—Di chi sei quando attraversi quella porta?
Alzai lo sguardo. La voce non mi tremava più.
—Sua.
Mi sostenne lo sguardo per alcuni secondi, soddisfatto, poi mi porse il vestito senza una sola carezza in più, senza tenerezza decorativa, senza spezzare il tono di ciò che era cominciato lì. Mi rivestii lentamente, con le natiche ancora in fiamme, la fica sensibile e la bocca che ricordava il peso del suo cazzo.
Quando uscii dallo studio, avevo il corpo sconvolto e la testa immersa in una pace feroce. Per la prima volta dopo molto tempo, ogni cosa era esattamente al suo posto: le gambe ancora deboli, il respiro ancora regolato e il contratto che mi pendeva sul petto come una promessa pesante e oscena. Non sentivo di aver perso qualcosa. Sentivo, piuttosto, che finalmente qualcuno aveva dato un nome, delle regole e un padrone a una fame che da anni fingevo di non capire.