La schiava che accettò di perdere il controllo
Marina era rimasta appesa a quel profilo per quasi un anno. Alle sue foto, ai suoi video brevi, al modo freddo in cui scriveva ogni parola. L’uomo si faceva chiamare Cuervo e aveva chiarito benissimo, in maiuscolo, che non accettava nuove schiave. Non cercava, non rispondeva, non contrattava. Eppure lei non riusciva a toglierlo dalla testa.
Gli aveva scritto più volte. Messaggi lunghi, umilianti, in cui si offriva senza condizioni né limiti, per quello che voleva lui, quando voleva lui. Non poteva abbassarsi più di così. E ogni volta riceveva la stessa cosa: silenzio. Ma il silenzio non spegneva niente. Al contrario. Ogni nuova foto di quelle donne usate per puro capriccio era come carburante per un’idea che le si era installata dentro e che non se ne andava.
Era passato quasi un anno dal suo ultimo messaggio senza risposta. Eppure continuava a controllare il profilo ogni giorno, in attesa di nuovo materiale, che arrivava a gocce. Quando compariva qualcosa, lo guardava all’infinito finché non lo memorizzava. Si infilava le dita nella fica guardando altre donne inginocchiate davanti a lui, immaginandosi con la bocca spalancata ad aspettare il suo cazzo. Veniva da sola, nel suo letto, mordendosi il labbro per non gridare il nome di un uomo che non la conosceva. Era il massimo a cui avrebbe potuto arrivare, si diceva. E si accontentava.
Finché smise di accontentarsi, perché un martedì qualsiasi, uno come tanti, senza nulla di speciale, le arrivò un messaggio.
Era LUI. L’oggetto intero della sua ossessione che scriveva proprio a lei. Marina lesse la prima riga e dovette sedersi. Le tremavano le mani così tanto che ci mise un po’ ad aprire la conversazione. Non può essere reale, pensò. Ma lo era.
La proposta era rischiosa. Molto rischiosa. Talmente temeraria che chiunque avesse un minimo istinto di conservazione avrebbe detto di no senza pensarci. Marina la lesse tre volte di fila, e alla terza sapeva già che avrebbe accettato. Avrebbe accettato qualsiasi cosa pur di conoscerlo. Questa non faceva eccezione.
Rispose che certo. Che sarebbe stata lì venerdì, nel posto e all’ora indicati, vestita come chiedeva lui. Che se voleva altro, qualsiasi cosa, lei era ai suoi piedi. Magari volesse di più, pensò mentre inviava il messaggio, con il cuore che le martellava contro le costole e la fica già zuppa sotto la gonna.
***
Il venerdì al lavoro non ne azzeccò una. Sbagliava tutto, rileggeva la stessa email cinque volte senza capirla, guardava l’orologio ogni due minuti. Dentro era un fascio di nervi tirato al limite. Riuscì a malapena a mangiare qualcosa a mezzogiorno. Quando finalmente uscì, andò dritta a casa.
Si fece la doccia a fondo, lentamente, come se l’acqua potesse prepararla a qualcosa per cui sapeva che non esisteva preparazione possibile. Si depilò da cima a fondo, fica e culo, con il rasoio appoggiato sullo sgabello, aprendosi le gambe davanti allo specchio finché la pelle non le rimase liscia e arrossata. Si sistemò con cura. Mandò un messaggio alle amiche dicendo che per il fine settimana sarebbe andata a un ritiro con gente del lavoro, una scusa che aveva provato per farla sembrare noiosa e non suscitare domande. Prese le chiavi e uscì con largo anticipo.
Lo chalet era fuori città, in una zona di case grandi e separate da alte siepi. Marina arrivò prima dell’ora e restò in macchina, a una strada di distanza, a osservare. Le mancavano venti minuti e le parvero eterni. Pensò di partire e tornare a casa. Lo pensò davvero, più volte. E ogni volta l’idea di non sapere mai cosa sarebbe successo le sembrava più insopportabile della paura.
All’ora esatta scese dalla macchina, camminò fino al cancello e suonò il campanello.
Si aspettava di vedere lui. Ma ad aprirle fu un altro uomo, dello stesso tipo, largo di spalle, con una calma che non diceva nulla. Non era Cuervo. La fece entrare senza una parola, attraversando un giardino curato e molto privato, nascosto alla strada dalla vegetazione. La lasciò ad aspettare nell’ingresso, sola, in piedi su un pavimento di marmo freddo.
E allora comparve lui.
Jeans aderenti, una maglietta che gli segnava il petto e le braccia, e un’aria di sicurezza che riempiva l’intera stanza. Sapeva di sesso recente, di fica altrui e di sperma ancora tiepido, e quel dettaglio, così deliberato, così studiato per ricordarle che lei era l’ultima di una lunga fila, le fece tremare le gambe. Marina abbassò lo sguardo senza che glielo ordinassero.
—Tu sei la cagna che mi perseguita da mesi, vero? —disse lui, senza salutare—. Hai chiaro per cosa sei qui?
—Sì, Signore —rispose, e la sorprese quanto ferma le uscì la voce—. Mi è chiarissimo, Signore.
—Bene. —Le girò intorno lentamente, guardandola come si guarda un acquisto prima di pagarlo. Le passò la mano sul culo sopra il vestito, stringendole una natica intera, e lei si morse le labbra—. Mi fa piacere. Questo fine settimana ci sarai utile.
Le infilò due dita sotto la gonna, senza cerimonie, e le sfiorò la fica sopra le mutandine. Marina sentì la stoffa attaccarsi, zuppa, e le sfuggì un gemito strozzato. Lui sorrise senza guardarla, si portò le dita al naso, annusò, e se le pulì lentamente sulla stoffa del suo vestito.
—Sei già gocciolante, senza che nessuno ti abbia toccata. Servirai.
Si fermò davanti a lei e indicò una porta chiusa in fondo al corridoio.
—Adesso entri in quella stanza. Ti spogli, ti metti quello che c’è sul letto e ti prendi quello che c’è sul comodino. —Fece una pausa studiata, lasciando che ogni parola cadesse da sola—. Ricorda una cosa: in tutta la casa ci sono telecamere, tranne in quella stanza. Quindi, se vuoi andartene, questo è l’unico posto e questo è l’unico momento. Dopo, no.
—Grazie, Signore.
Marina esitò. Ma solo per una frazione di secondo. Lo vide allontanarsi lungo il corridoio, quel corpo che l’aveva trascinata nella più grande follia della sua vita, e capì che non si sarebbe mossa verso l’uscita. Spinse la porta ed entrò.
***
La stanza era quasi vuota. Un letto mai usato, con le lenzuola ancora segnate dalle pieghe dell’imballaggio, e un comodino. Nient’altro. Né quadri, né finestre visibili, né un solo oggetto personale. Una stanza pensata per non lasciare traccia di nessuno.
Sul letto c’era quello che avrebbe indossato per le quarantotto ore successive: dei polsini e delle cavigliere di cuoio spesso, con anelli metallici, e un collare largo, più vicino a un collare medico che a un accessorio da gioco. Il cuoio era nuovo, rigido, e aveva un odore forte. Marina si spogliò lentamente, piegò i vestiti sull’unica sedia e si sistemò con cura ogni pezzo. I polsini le stringevano. Il collare le obbligava a tenere il mento alto. Quando finì, guardò le mani guantate di cuoio, i capezzoli eretti e duri per i nervi, la fica depilata e lucida tra le cosce, e quasi non riconobbe quel corpo come suo.
La parte successiva era quella seria. Sul comodino c’erano due pillole bianche, piccole, e un bicchiere d’acqua. Non sapeva esattamente cosa fossero. Ma sapeva perfettamente a cosa servivano: sedarla, tenerla a metà strada dall’incoscienza per ore. Dal messaggio di lui sapeva anche che non sarebbero state le ultime del fine settimana, e che un medico avrebbe controllato le dosi. Il risultato sarebbe stato lo stesso dall’inizio alla fine: quarantotto ore senza volontà, senza possibilità di impedire nulla, consegnata del tutto a ciò che avessero deciso di farle.
Si era preso la settimana successiva libera per riprendersi. Eppure c’era una parte della sua testa che non stava zitta. E se le cose sfuggono di mano? E se mi sveglio in un ospedale a dover spiegare a un’infermiera come sono arrivata qui? La paura era reale, concreta, fisica. Le si era installata nello stomaco come una pietra.
Qui esitò di più. Prese il bicchiere, lo posò. Lo riprese. Pensò alla porta, all’unica stanza senza telecamere, al fatto che era ancora in tempo. Pensò all’anno intero passato ad aspettare, ai messaggi senza risposta, alla sensazione di non essere nessuno per lui. E pensò che adesso, finalmente, era esattamente ciò che aveva sempre chiesto di essere.
Si ingoiò le due pillole in un sorso e si sedette sul bordo del letto ad aspettare.
***
Passarono un paio di minuti. Forse tre. All’inizio non sentì nulla, e questo la mise ancora più in allarme. Poi arrivò la nausea, lieve, come il primo gradino di una sbornia lenta. Le pareti della stanza persero un po’ i bordi. Il peso della testa la trascinò verso il basso e dovette appoggiare le mani sul materasso per non piegarsi del tutto.
Fu allora che la porta si aprì.
Cuervo entrò per primo. Dietro di lui, altri due uomini, enormi, che Marina vide sfocati, come figure sul fondo di un sogno. Lui guardò loro, non lei, e parlò come chi lascia istruzioni su un pacco appena consegnato.
—Ecco quello che vi ho promesso. Si è presa la prima dose. Gliene date un’altra ogni otto ore, né una in meno né una in più. Andrés, il medico, passerà ogni tanto a controllarla. —Fece una pausa e si avvicinò di un passo al letto—. Domenica alle cinque torno a prenderla.
Marina cercò di dire qualcosa. La lingua non rispose. Lui la afferrò per i capelli, le gettò la testa all’indietro contro il materasso, le aprì la bocca con due dita e le sputò dentro. Lei inghiottì per riflesso, senza forze per fare altro.
—Che cominci bene la festa —mormorò, e le diede uno schiaffo leggero sulla guancia, quasi una carezza.
Uno degli altri due si stava già slacciando la cintura. Il rigonfiamento gli segnava grosso nei jeans. Marina lo vide attraverso una foschia, come se la stanza si fosse riempita d’acqua. L’uomo si avvicinò, si abbassò i pantaloni fino alle cosce e tirò fuori il cazzo, duro, grosso, già gocciolante. Se lo pose sulle labbra socchiuse senza chiedere permesso.
—Apri, cagna.
La lingua di Marina non obbediva ai suoi ordini, ma sì ai suoi. La bocca le si aprì da sola, morbida, indifesa, e sentì il cazzo sprofondarle fino in fondo alla gola. Non riuscì nemmeno a conati. Sentì il sapore di sperma ancora tiepido del precedente incontro dell’uomo, e l’odore di fica altrui mescolato al sudore. Il cazzo usciva ed entrava dalla sua bocca a un ritmo che lei non controllava, con la testa tenuta dai capelli, costringendole il collo a muoversi perché lei non poteva.
L’altro le aprì le gambe sul letto senza riguardi. Le afferrò le caviglie per le nuove cavigliere e gliele separò il più possibile, per quanto concedessero le anche. Marina sentì, da lontanissimo, dita grosse che le aprivano le labbra della fica, la esploravano dentro, verificavano che fosse bagnata. Era fradicia. Il corpo continuava a tradirla anche sedata.
—È pronta, cazzo, guarda come cola la gran troia.
—Mettilo dentro già, non farla aspettare.
Sentì la punta di un cazzo poggiarsi all’ingresso della fica, solo per un secondo, e poi la spinta intera, fino in fondo, brutale, senza alcuna delicatezza. Il grido le rimase strozzato in gola, piena. L’intero letto cominciò a sbattere contro il muro al ritmo delle anche dell’uomo, che la fotteva come se fosse una bambola a cui si provassero i buchi per la prima volta. I seni le rimbalzavano al compasso, i capezzoli eretti, sfregando contro il cuoio dei polsini ogni volta che lui la spingeva in alto.
—Non ha limiti —sentiva da lontano la voce di Cuervo, calma, a commentare la scena come un mercante—. Ma non esagerate. La voglio intera, mi interessa affittarla di nuovo. E ricordate che tutta la casa registra. I video usciranno da qui poco editati, quindi state attenti a quello che fate, che non è solo per voi.
Si voltò e uscì nel corridoio, senza girare la testa per guardare come la sua nuova cagna riceveva la prima doppia sfornata del fine settimana. La porta si chiuse con uno schiocco secco.
Uno degli uomini venne presto, con un ringhio, svuotandosi tutto dentro la fica di Marina, tenendole i fianchi perché non le sfuggisse neanche una goccia. Appena si ritirò, l’altro le tirò fuori il cazzo dalla bocca, la afferrò per le cavigliere, le piegò le gambe finché non gliele attaccò al petto e le affondò il cazzo nel culo di slancio, approfittando del fatto che la carne era ancora morbida per via delle pillole e non opponeva resistenza. Marina sentì un bruciore lontano, lontanissimo, come una scottatura dall’altra parte di un muro. Lo sperma del primo le colava fuori dalla fica, le scendeva dall’ano già aperto, facendo da lubrificante al secondo, che la infilzò fino in fondo e rimase lì per qualche secondo, a godersela.
—Cazzo, come stringe, anche addormentata.
—Aspetta che la svegliamo con la prossima botta.
Il soffitto si muoveva lentamente sopra la sua testa. Sentì che la stanza si inclinava, o che si inclinava lei, non ne era sicura. Sentì il cuoio sulle polsiere, il peso del collare che le imponeva di tenere il mento alto anche quando le palpebre le pesavano come piombo, e le spinte nel culo che le scuotevano l’intero corpo contro il materasso, sempre più rapide, più brutali, più lontane.
L’ultima cosa che registrò con chiarezza fu il secondo getto di sperma caldo che le si svuotava dentro, e una voce maschile che le diceva all’orecchio «abbiamo quarantotto ore, bella» prima che le parole smettessero di essere parole e diventassero soltanto rumore caldo, lontano.
Fin lì arrivò la coscienza di Marina.


