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Relatos Ardientes

La scommessa che sottomise i campioni imbattuti

Nadia pensava di esigere l’adempimento del patto punto per punto, senza sconti né clemenza. Per questo lo avevano firmato.

Un paio di mesi dopo, l’allenatore Hugo dovette sedersi con i suoi quattro lottatori e spiegarglielo. Lo ascoltarono increduli e, in un primo momento, si rifiutarono in tronco. Ma Hugo era il loro leader, il loro punto di riferimento, e aveva messo in gioco la sua parola davanti all’altra allenatrice. «Bisogna saper perdere», disse loro, e quella frase pesò più di tutte le proteste messe insieme.

Senza dubitare nemmeno per un secondo della vittoria di Dante, prima dell’incontro Hugo aveva concordato che, se il suo pupillo avesse vinto, le ragazze del club rivale sarebbero andate al campionato universitario come cheerleader della squadra maschile. Ma se a vincere fosse stata Vera, sarebbero stati i quattro atleti del club Aldama ad andare come animatori alla festa di fine corso della facoltà di Belmonte.

E quel sabato di sole limpido, i quattro ragazzi —mogni, silenziosi, trascinando i piedi— arrivarono con il loro allenatore alla tenuta dove si trovavano le strutture di Belmonte. All’ingresso li aspettavano la tutor Eleonora e l’allenatrice Nadia.

Hugo li salutò con appena due parole e si diresse, a capo chino, verso una casa isolata sulla destra. Nadia lo accompagnò, e c’era qualcosa nel suo sorriso che non presagiva nulla di buono per lui.

I ragazzi rimasero con Eleonora, che li accolse con un sorriso soddisfatto. Era una donna che sfiorava i cinquant’anni, con una camicetta bianca tesa su un seno generoso e una lunga gonna aderente su fianchi larghi. Indicò loro di seguirla e li condusse verso uno degli edifici.

Attraversarono un corridoio silenzioso e lei indicò una porta.

—Quello è lo spogliatoio. Dentro ci sono le vostre divise da cheerleader.

I quattro entrarono. Eleonora rimase fuori, con le mani incrociate sul ventre. Poco dopo, la porta si socchiuse e uno di loro, Iván, fece capolino.

—Ma qui c’è solo…

—C’è esattamente quello che dovete indossare —lo tagliò lei, sbrigativa—. E fate in fretta, che non abbiamo tutto il giorno.

Dieci minuti più tardi, i quattro uscirono dallo spogliatoio. Eleonora li passò in rassegna da capo a piedi, divertita e interessata. Quelle spalle larghe, quei corpi atletici e scolpiti, risaltavano ancora di più a contrasto con il minuscolo tanga rosso —rifinito con una specie di ridicolo pon-pon sul retro— che era tutta la roba che avevano addosso. Il tessuto a malapena riusciva a contenere il rigonfiamento delle loro cazz0, che si marcavano senza pudore sotto la stoffa tesa. La donna si compiacque della vista, misurò con gli occhi ogni pacco, ogni culo sodo da palestra, e tornò a sorridere leccandosi dentro.

—Andiamo, vi stanno aspettando —disse.

***

Attraversarono la porta che lei aveva indicato e sbucarono su un palco, dentro una sala di medie dimensioni. Davanti a loro, le ragazze di Belmonte esplosero in grida e fischi non appena le videro comparire.

—Fiu, fiiuuu! Sììì!

In piedi sul palco, microfono in mano, faceva da cerimoniere Vera. Dante la vide e rabbrividì. Contemplò quelle gambe poderose e tonde sotto la gonna corta, le stesse che lo avevano punito fino a distruggerlo, fisicamente e mentalmente. La testa gli restituiva all’infinito gli istanti dell’incontro: il suo smarrimento davanti a quella forza che lo scuoteva senza pietà.

Per giunta, era stata lei a farlo ritirare dalla lotta. Dopo quel giorno non era più salito su un ring; non era nemmeno capace di infilarsi dei guantoni senza che gli tremassero le mani.

Questo è un palco, non un combattimento. Qui sono al sicuro. Si ripeté il pensiero per calmarsi. Avrebbe fatto tutto ciò che Vera gli ordinava, avrebbe eseguito le sue istruzioni alla lettera e si sarebbe risparmiato qualsiasi problema. Era solo questione di resistere e andarsene.

—Care compagne —annunciò Vera al pubblico—, questi quattro cheerleader ci balleranno un paio di canzoni. Prendete quei pon-pon —e indicò un mucchio impilato accanto al palco.

Partì la musica, ma nessuno dei quattro si mosse. Vera li incalzò con la voce indurita.

—Forza, ragazzi. Ritmo.

Dante non esitò: cominciò a agitare subito i pon-pon. Gli altri tre lo imitarono subito dopo. Cercavano di seguire il tempo senza troppo successo, e la cosa era più vicina al ridicolo che alla danza. Resistettero così per due brani interi. Prima del terzo, una ragazza con gli occhiali piccoli si alzò, si avvicinò a Vera e le sussurrò qualcosa all’orecchio.

Vera prese il microfono.

—Bene, aggiungiamo una novità per renderlo più divertente.

La ragazza con gli occhiali salì sul palco con una scatola. Ne tirò fuori delle manette e le mise a ciascuno. I ragazzi si opposero all’inizio; stava cominciando a sembrare tutto eccessivo. Ma bastò che Vera facesse un paio di passi verso di loro perché Dante, senza pensarci, incrociasse docilmente le mani dietro la schiena e si lasciasse chiudere i polsi. Vedendolo cedere, anche gli altri tre finirono per arrendersi. Avrebbero dovuto ballare con le mani legate, il che risultava molto più umiliante.

Ma la cosa non finì lì. La ragazza con gli occhiali e la coda di cavallo tirò fuori delle forbicine e le mostrò in alto. La sala intera ruggì.

—Sììì! Sììì!

Senna pensarci troppo, si avvicinò al primo degli ammanettati —Leo—, lo afferrò per il tanga e con un colpo di forbici lo tagliò. Il ragazzo impallidì di colpo. Il capo cadde a terra e tutti gli sguardi si puntarono su di lui, sul suo cazzo flaccido che pendeva fra le gambe, indifeso sotto cento paia di occhi affamati. Le ragazze gridarono, risero, strillarono, e diverse si portarono una mano alla bocca senza smettere di fissargli il cazzo.

Le due professoresse che sorvegliavano la festa si alzarono subito. La cosa era andata troppo oltre. Avanzarono verso il palco.

—Mara! Scendi di lì subito!

Cadde un silenzio teso, e le professoresse si apprestarono a salire per porre fine allo spettacolo. Ma prima che arrivassero, Eleonora le intercettò. Disse loro qualcosa all’orecchio e le portò da parte, in un angolo, parlando a bassa voce e con calma.

***

Mentre quella conversazione continuava, Mara non perse tempo. Il suo volto da brava studentessa e i suoi occhialini nascondevano un vulcano. Afferò gli altri tre, uno dopo l’altro, forte per il tanga, e con un solo colpo recise il lato di ciascun capo. I quattro lottatori rimasero completamente nudi, ammanettati, con la faccia trasfigurata in un poema di incredulità e vergogna. Le risate riempivano tutta la sala mentre gli sguardi delle ragazze scendevano in massa verso i quattro sessi esposti, confrontando dimensioni, colori, la selva di peli, le palle che pendevano fra le cosce muscolose.

Ben presto si alzarono in due, in quattro, in sette, e cominciarono a salire sul palco. I ragazzi, legati ed esposti, non sapevano cosa aspettarsi. Una rossa dai lunghi capelli gridò:

—Ragazze, divertimento per tutte!

Dante guardò verso l’angolo dove Eleonora continuava a parlare con le due professoresse. Loro sembravano esitare; la tutor insisteva, calma. A un certo punto le due donne si voltarono e presero la via dell’uscita.

Il campione gridò, disperato:

—No, per favore, non andatevene! Non lasciateci soli con loro!

Ma le professoresse non rallentarono il passo né si voltarono. Aprirono la porta e lasciarono la sala.

Le ragazze che avevano già raggiunto il palco palpeggiavano tra le risate i quattro atleti. Mani sfacciate si infilavano fra le gambe di Dante, gli pesavano le palle, gli tiravano il cazzo allungandolo con curiosità, lo scuotevano in aria mentre altre applaudivano. A Iván pizzicavano i capezzoli finché non diventavano duri; a Nico due ragazze si alternavano a masturbarlo con la mano secca, strappandogli gemiti che gli davano più vergogna delle risate delle altre. Carla, una lottatrice dagli occhi azzurri e dai modi dolci, alzò la voce:

—Ragazze, questa va organizzata bene!

Fecero mettere i quattro in ginocchio e si raccolsero in cerchio, ognuna proponendo un modo di divertirsi. Alla fine sembrò che raggiungessero un accordo.

Carla fu la prima ad avvicinarsi. Avanzò con le mani dietro la schiena fino a trovarsi davanti a Dante. Lui alzò il viso verso di lei, un viso su cui si leggevano ancora i colpi che gli aveva lasciato Vera. Carla gli accarezzò la testa con una mano, con una dolcezza che faceva venire i brividi.

—Poverino… c’è una parte di te che Vera ha lasciato intatta. L’ha riservata per me.

Mostrò l’altra mano: nascondeva un dildo con imbrago, nero, spesso, con le vene marcate nel silicone. Dante la guardò terrorizzato.

—No, no… farò quello che vuoi, ma questo no…

—Certo che farai quello che voglio —rise lei, mentre un’altra ragazza le porgeva un flacone di lubrificante.

***

Carla stava per sodomizzare il campione tra le risate e i commenti beffardi delle altre, quando qualcuno la fermò.

—Aspetta, non ancora… Non dovresti lasciare questo onore a Olivia? —disse Naima.

Tutti gli sguardi cercarono Olivia, una ragazza con la coda di cavallo bionda e gli occhi verdi che osservava la scena da una certa distanza. Apparteneva al gruppo delle più timide, quelle che assistevano a tutto senza avvicinarsi, scandalizzate, con gli occhi sgranati.

Le famiglie di Dante e Olivia erano benestanti e si conoscevano da anni. Loro due erano cresciuti insieme, tra cene, estati e festeggiamenti nella casa di campagna dell’una o dell’altra famiglia. Da sempre Olivia era rimasta affascinata da lui; se ne era innamorata in silenzio, e il cuore le impazziva ogni volta che Dante le rivolgeva la parola o le dedicava un po’ di attenzione.

Due ragazze la trascinarono, tra le risate, fino al palco. Olivia era completamente arrossita, incapace di alzare lo sguardo oltre un istante. Guardava di sfuggita l’uomo dei suoi sogni, ora nudo, a quattro zampe, con un’espressione di sgomento e sottomissione che non avrebbe mai immaginato di vedergli addosso. Gli percorse con gli occhi la schiena larga, il culo sodo e divaricato, e lo scroto che pendeva tra le cosce aperte.

—Dacci dentro, Olivia! —le gridarono in più d’una.

—No… no… lasciatemi —biascicava lei, e fece per andarsene.

Ma Carla colse il dubbio dietro quel gesto, la mancanza di convinzione in quella fuga. Insistettero. Olivia non si decideva, ma non se ne andava nemmeno. Dante la fissava dal basso, completamente umiliato.

Carla prese l’iniziativa. Insieme a Vera le abbassarono i pantaloncini fino alle ginocchia, lasciandola in mutandine bianche di cotone, e le fissarono l’imbrago direttamente sulla pelle. Il cazzo di silicone si mosse, osceno, puntando al culo di Dante. Lei resisteva ancora, ma era già in posizione. Vera si chinò, prese il flacone di lubrificante e spalmò bene il dildo a Olivia; con l’altra mano, senza alcuno scrupolo, aprì le natiche del campione e gli infilò due dita unte nell’ano.

—Ayyy! —gemette Dante, contraendosi tutto.

—Rilassati, campione, che ti farà più male se stringi —gli sussurrò Vera, muovendogli le dita dentro e allargando lo sfintere con calma chirurgica—. Lascia che la ragazzina faccia un ingresso come si deve.

Dante non poteva crederci. Quella ragazza che si imbarazzava solo perché lui le parlasse, che gli lanciava occhiate furtive ai pranzi di famiglia, che ammirava ogni suo gesto… stava per prenderlo da dietro.

La spingevano perché si lanciasse, ma presto smise di essere necessario. Olivia guardò quella schiena di muscoli impossibili, il culo aperto e lucido di lubrificante, e si decise. Appoggiò la punta del dildo sull’ano del campione e cominciò a spingere. All’inizio con cautela, come chi regge un fiore fragile e teme di romperlo; la testa del giocattolo forzò l’anello e scomparve dentro con un gemito soffocato di Dante. Olivia rimase immobile un secondo, guardandosi il proprio inguine, vedendo come il suo cazzo finto fosse infilato in quello che era stato l’uomo irraggiungibile della sua adolescenza.

Ma subito qualcosa cambiò in lei. La sua espressione diventò più disinibita, le si accesero gli occhi, afferrò i fianchi di Dante con entrambe le mani e spinse di colpo fino in fondo. Il campione emise un ululato che fece scoppiare a ridere le ragazze.

—Sfondalo, Olivia!

E Olivia lo sfondò. Partì con un ritmo incontenibile, tirando fuori il dildo fino alla punta e rientrandolo di nuovo fino alle palle dell’imbrago, mentre il culo di Dante tremava a ogni urto dei fianchi. La ragazzina timida, quella cui il cuore correva solo per uno sguardo, ora ansimava tra i denti, si mordeva il labbro e lo inculava con una furia che nemmeno lei conosceva. Tra tante voci si sentivano appena le suppliche e i lamenti di Dante, il cui corpo si scuoteva a ogni affondo e il cui cazzo, osceno, cominciava a penzolare sempre meno flaccido fra le gambe.

—Guardategli il cazzo! Gli si sta indurendo! —gridò una delle ragazze, indicando tra le risate.

Dante nascose la faccia contro il pavimento del palco, bruciando di vergogna, ma il suo cazzo continuava a riempirsi di sangue, tradendolo. Olivia se ne accorse e sorrise per la prima volta con malizia. Si piegò sulla sua schiena, senza smettere di infierire, gli passò una mano sotto il ventre e gli afferrò il cazzo ormai in erezione.

—Guarda quanto ti piace, Dante —gli sussurrò all’orecchio, con un filo di voce tremante dall’eccitazione—. Anni a sognarti e alla fine scopri che ti piace da morire farti inculare da una ragazzina come me.

E cominciò a masturbarlo seguendo il ritmo delle spinte, la mano che saliva e scendeva sul prepuzio mentre il dildo entrava e usciva dall’ano. Presto Olivia accompagnò l’andirivieni con schiaffi sulle natiche del campione, così forti da lasciargli la pelle ardente e segnata di dita rosse. Dante si scuoteva, gemeva, non sapeva più se per dolore o per piacere, e quando Olivia gli strinse le palle con la mano sinistra mentre continuava a martellargli il culo, il campione venne con un ruggito, riversando seme tra le dita della ragazza e sulle assi del palco, tra gli applausi e le risate di tutte.

Olivia sfilò il dildo lentamente, con un plop osceno, e mostrò alle altre le dita inzaccherate di latte.

—È venuto —annunciò, ancora incredula—. È venuto con me dentro.

Naima portò la mano alla bocca di Dante.

—Lisciali, campione. È il tuo sperma, non il suo.

E Dante, sconfitto, con il culo aperto e pulsante, tirò fuori la lingua e leccò le dita di Olivia una a una, ingoiando la propria sborra mentre tutta la sala scandiva cori e fischi.

***

I compagni del campione non se la cavavano meglio. Leo era stato steso supino, immobilizzato contro il pavimento, con uno spago legato alle palle che saliva fino a un anello del soffitto. Ogni ragazza prendeva una carta con un’ora dell’orologio e doveva dare tanti “colpi” con lo spago quante erano le ore segnate dal suo numero. Una ragazza dalla pelle chiarissima pescò il dodici. Tirò con tale ferocia a ogni colpo, allungandogli lo scroto verso l’alto come se volesse strapparglielo, che gli ululati di Leo dovettero sentirsi in tutta la zona.

Ma il peggio arrivò dopo. Il panico gli coprì il volto quando vide avvicinarsi una ragazza che non riusciva a trattenere una risata nervosa: era sua sorella, Daniela. Frequentava un corso inferiore, ma le più grandi l’avevano fatta entrare quando avevano saputo che suo fratello faceva il cheerleader, e non se lo sarebbe perso per niente al mondo.

Si avvicinò con un’altra compagna, senza abbandonare quella risata a metà tra il nervoso e il divertito. Quell fratello l’aveva comandata a bacchetta per tutta la vita, aveva abusato della sua superiorità fisica per imporle sempre i suoi capricci. Sì, aveva un bel po’ di conti in sospeso con lui. E una voglia enorme di saldarli.

—No, Daniela, tu no! —le gridò lui, rosso di vergogna, cercando di chiudere le gambe per coprire il cazzo e le palle, che pendevano legati e ormai arrossati dallo spago.

Ma non era più lui a comandare; era esattamente il contrario.

La sorella prese una carta: il sette. Guardandolo negli occhi, afferrò lo spago. Fu così brutale che, dopo il terzo strappo, Leo urlava soltanto:

—Pietà, Daniela… pietà, per favore!

Non si fermò al settimo colpo: gliene regalò altri tre. E nell’ultimo, invece di lasciare andare lo spago, si chinò, gli afferrò il cazzo flaccido con due dita —come chi prende qualcosa di disgustoso— e glielo agitò davanti a tutte.

—Guarda, guarda com’è il maschione. Tutta la vita a vantarti e alla fine hai un cosino piccolo, fratello —disse, mentre le altre scoppiavano a ridere—. Vediamo se ti cresce un po’ con della motivazione.

Gli sputò sulla punta e cominciò a menargli il cazzo con la mano, senza alcuna delicatezza, ridendo di ogni sua smorfia. Leo chiudeva gli occhi, stringeva i denti, cercava di non far reagire il corpo, ma la mano di sua sorella gli strappava l’erezione con la forza. Quando lo ebbe duro, Daniela lo mostrò in alto, afferrato alla base.

—Ecco, adesso sì! Guardatelo adesso!

E entrambi capirono, in quell’istante, che il rapporto fra loro era cambiato per sempre.

***

Iván e Nico, intanto, venivano montati da due ragazze in una corsa da un’estremità all’altra della sala. Siccome c’erano puntate e rivalità, tutte volevano vincere, e i colpi di frusta sulle cosce dei due atleti rimbombavano contro le pareti, lasciando loro chiazze rosse parallele sulla pelle.

Nella terza corsa Iván non ebbe fortuna: lo montò Brenda, una ragazza paffutella dalle guance arrossate. A metà percorso il lottatore non ce la fece più e crollò. Brenda non accettò bene la sconfitta. Cercò di farlo tornare a quattro zampe a colpi di frusta, senza successo. Allora, con le gote gonfie di rabbia, gli piantò le unghie all’interno della coscia e strinse.

—Aaaaargh! —ululò lui.

Ma Brenda non mollava. Si morsicava il labbro inferiore mentre torceva con la sua mano delicata, sempre più forte, e con l’altra gli afferrò le palle e le strinse anche quelle, finché Iván rimase a bocca aperta, senza fiato, incapace persino di urlare. Non aveva mai sottomesso così un uomo, e non aveva intenzione di rinunciare a quella sensazione tanto presto. Quando finalmente gli lasciò i coglioni, li mostrò alle altre, violacei per la pressione, e strinse ancora solo per il gusto di vederlo contorcersi. Poi gli aprì la bocca con uno strattone ai capelli, si mise a cavalcioni sulla sua faccia e, senza togliersi le mutandine, gli strofinò la fica su naso e labbra fino a inzupparglieli di umidità attraverso la stoffa.

—Leccami sopra le mutande, maschione. Vediamo se ti guadagni che te le tolga.

Iván tirava fuori la lingua goffamente, cercando di compiacerla, mentre Brenda si strofinava e gemeva, appoggiando tutto il suo peso su di lui. Quando venne con uno spasmo, si alzò e gli lasciò il viso lucido e il naso schiacciato. È possibile che col tempo dimenticasse quel pomeriggio. Iván, invece, non l’avrebbe mai dimenticato.

Nico era rimasto senza rivale… e in una situazione curiosa.

—Guardate, ragazze, come si sta godendo la cosa! —segnalò divertita una di loro, indicando con il dito il cazzo di Nico, che gli si era indurito a metà fra le gambe.

Le risate si moltiplicarono.

—E se gli piace, diamogliene ancora.

Lo misero in ginocchio su una piccola pedana. Le ragazze sfilarono una a una, e ciascuna gli schiacciava il cazzo e le palle con una pressione dolce e calcolata per qualche secondo, pestandoli sotto la suola di scarpe, scarpe da ginnastica e tacchi. Alcune indugiavano, sfregandogli il prepuzio con la punta del piede finché il cazzo non gli diventava completamente rigido; altre gli schiacciavano una palla sotto il tallone fino a strappargli un gemito. «Premio a chi lo fa venire», annunciò qualcuno. Naima fu l’ultima. Si tolse le scarpe del tutto, appoggiò il piede nudo sul cazzo in erezione di Nico e cominciò a masturbarglielo tra le dita e la pianta, salendo e scendendo con una lentezza calcolata.

—Dai, animatore, vieni per me. Vieni per il piede di una universitaria.

Nico strinse i denti, lottò per resistere, ma quando lei gli intrappolò il glande tra l’alluce e il secondo dito e strinse, cedette tra le acclamazioni di tutte e schizzò seme sulla pianta di Naima e sulla pedana. Lei gli avvicinò il piede macchiato alla bocca, e lui, senza che nessuno dovesse dirglielo, leccò la propria sborra fino a pulirglielo. Uscendo di lì, avrebbe potuto giurare di portarsi addosso, nella pelle e nella memoria, l’impronta di ogni scarpa di Belmonte.

***

Eleonora era rimasta nella sala per tutto lo spettacolo, osservando con le braccia incrociate. Al momento opportuno, alzò la voce.

—Ragazze, bisognerà cominciare a chiudere la festa.

—Ooooh! —protestarono in coro.

—E non gli diamo un po’ da mangiare a questi manzi prima che se ne vadano? Che impressione si porteranno di noi! —disse Vera, fingendosi scandalizzata.

Portarono quattro guinzagli e li misero ai ragazzi. Erano ormai completamente sottomessi, addomesticati, pronti ad accettare qualsiasi ordine. Vera e altre tre li fecero sfilare a quattro zampe per la sala, con i cazzi penzolanti e i culi arrossati che si muovevano al ritmo del gattonare, mentre le altre gli lanciavano, tra le prese in giro, frutta secca e pezzi di ciambella che loro dovevano afferrare al volo o raccogliere da terra. Se qualcuno disdegnava il “boccone”, una bastonata sulle natiche da parte della sua accompagnatrice lo faceva ricredere sulla propria maleducazione.

***

Quando tutte se ne andarono, i quattro atleti rimasero soli, sdraiati sul palco. Nessuno riusciva a dire nulla; scappava solo qualche gemito. Dante cominciò a singhiozzare e, quasi per contagio, Iván piangeva a scatti.

Una gonna lunga e dei tacchi si avvicinarono piano. Era Eleonora.

—Ragazzi, spero che abbiate imparato la lezione —disse con calma—. Credo che la vostra superbia, la vostra arroganza e le vostre bocche grandi vi abbiano portato proprio fin qui.

Dante alzò la testa verso di lei. Poi, lentamente, si trascinò sul pavimento. Quando arrivò alla sua altezza, coprì di baci i suoi piedi e le sue scarpe.

—Questa è una buona risposta —osservò la tutor, serena.

Sentendolo, anche gli altri tre si trascinarono verso di lei, ansiosi di chiarire la propria sottomissione, e cominciarono a baciarle i piedi. Nico addirittura li leccava, come per sottolineare ancora di più la propria resa.

Eleonora lasciò durare la cosa per qualche istante. Aveva davanti quattro giovani forti, muscolosi, nudi e vinti, che le baciavano i piedi bagnandoli di lacrime. Era una sensazione di potere inebriante. Si sollevò la lunga gonna fino alla vita e scoprì due cosce grosse, bianche, e un paio di mutandine nere che a stento contenevano il monte di Venere. Se le abbassò lentamente e le lasciò cadere a terra.

—Visto che siete così ben addestrati… completiamo la lezione. Uno alla volta. Comincia tu, campione.

Dante si avvicinò in ginocchio. Lei si sedette su una sedia, aprì le cosce e gli afferrò la testa con entrambe le mani, guidandogliela contro la fica. Il campione, obbediente, tirò fuori la lingua e cominciò a leccare tra le pieghe, cercando il clitoride alla cieca, mentre Eleonora gli schiacciava la faccia contro il sesso con la calma forza di chi aspetta da anni quel momento.

—Più in fondo, maschione. Con tutta la lingua. Leccami come se fosse l’ultima cosa che farai nella tua vita.

Dante obbediva, ansimando, affondando il naso nel pelo folto della tutor, deglutendo saliva e umori, e quando lei cominciò a gemere a bocca aperta, gli tirò su i capelli e indicò Leo con il mento. Leo si avvicinò a quattro zampe e prese il posto, lingua di fuori, e così si alternarono tutti e quattro, uno dopo l’altro, a mangiarle la fica tra i suoi gemiti e i loro singhiozzi, finché la tutor venne schiacciando la faccia di Iván contro il sesso, inzuppandoglielo fino al mento mentre tremava sulla sedia.

Quando finì, si ripulì con calma con un fazzoletto, si ribassò la gonna e diede loro il permesso di alzarsi, anche se il massimo che riuscivano a fare era camminare curvi e con fatica. Li accompagnò allo spogliatoio. Questa volta entrò con loro; non aveva più senso aspettare fuori. Si sedette mentre si vestivano e li passò in rassegna con lo sguardo, senza nascondersi, soffermandosi su ogni cazzo arrossato, su ogni culo segnato. Le ragazze si erano divertite alla grande.

Pensò anche a Hugo. Nadia se l’era portato in una stanza in un’altra casa del complesso: faceva parte dell’accordo. Con la voglia che aveva di lui, preferiva non immaginare cosa gli avesse fatto una volta spogliato e alla sua mercé.

E allora un’idea le attraversò la testa.

***

Ben presto si sparse la voce per la zona che era accaduto qualcosa a quella festa. Circolavano storie, leggende, pettegolezzi di cui nessuno sapeva dire con certezza se fossero del tutto veri. E a volte, tanto vengono ripetute, una leggenda finisce per diventare usanza.

A partire da quel corso —e Eleonora ebbe parecchio a che vedere con la cosa— si istituzionalizzò un atto che finì per chiamarsi, tra il serio e il faceto, il Tributo di Belmonte. Ogni anno, le studentesse avevano il diritto di scegliere quattro atleti del club Aldama per la loro festa di fine corso.

Su ciò che accadeva dopo, circolarono sempre voci. Ma non si seppe mai, mai, con certezza.

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