Ho chiesto al mio migliore amico di lasciarmi punirlo
Ho sempre avuto una fissazione strana. Quel pomeriggio decisi che il mio migliore amico sarebbe stato il primo a obbedirmi, in ginocchio e senza nulla da nascondere.
Ho sempre avuto una fissazione strana. Quel pomeriggio decisi che il mio migliore amico sarebbe stato il primo a obbedirmi, in ginocchio e senza nulla da nascondere.
Avevamo firmato l’accordo e scelto una parola di sicurezza, ma nulla mi preparò all’istante in cui la sua ombra emerse dal tunnel e smisi di sapere cosa fosse un gioco.
Pensavo che il mio segreto fosse al sicuro dietro una porta socchiusa. Non immaginavo che sarebbe finito stretto dentro il suo pugno.
Pensavo che resistere a dieci colpi sarebbe stato facile. Non avevo previsto che lei si sarebbe goduta ognuno di essi, né quanto li avrei finiti per godere anch’io.
Chiuse a chiave la porta del magazzino e si infilò il mazzo nel grembiule. Solo allora capii che quel pomeriggio non sarebbe finito con una predica.
Quando il suo ragazzo se ne andò sbattendo la porta, lei rimase in piedi nella mia cucina, scalza, in attesa che io dicessi la prima parola della sua nuova vita.
Ogni volta che battevo la fiacca pagavo con ortiche, frustate e i suoi stivali infangati. E la cosa peggiore era che una parte di me ormai aspettava la punizione successiva.
Passò a prendermi, indicò la sua guancia perché la baciassi e capii che stavolta gli ordini non sarebbero rimasti in camera: sarebbero iniziati salendo in macchina.
Era rimasto un mese legato al suo desiderio. Quella notte, Selene avrebbe deciso quando, come e quanto dovesse soffrire prima di lasciarlo finalmente venire.
Prima di ogni ripresa indossava la maschera e smetteva di essere se stesso. Sapeva che lei non avrebbe finto neanche uno dei colpi, ed era proprio questo che pagava.
Bastò una scivolata e delle risate crudeli perché scoprisse che quella vergogna, lungi dal far male, accendeva in lui qualcosa di nuovo e oscuro.
L’ho scoperto mentre si masturbava da solo e avrei dovuto andarmene vergognandomi. Invece sono rimasta, scalza davanti a lui, in attesa che mi dicesse cosa fare del mio corpo.
Quando entrai in quella mansarda con le corde appese alle travi, capii che quella notte non sarei appartenuta a me stessa.
Per un anno avevo ingoiato in silenzio le sue prese in giro. Quel pomeriggio, quando mi afferrò la camicia per umiliarmi, la mia mano trovò dove stringere.
Quando mi cambiarono il collare rosso con quello verde, capii che non c’era più nessuno a impedire a quei canini di affondare nella parte più sensibile del mio corpo.
La vidi legata al carro, nuda e in silenzio, e invece dell’orrore provai invidia. Il mio padrino mi avvertì che non c’era ritorno; io volevo solo sapere come si firmava.
Quando mi svegliai spezzata sul letto di marmo, capii che esisteva una sola persona al mondo capace di farmi sentire amata: l’uomo che mi insegnò a desiderare il dolore.
Quando il vecchio Aníbal si era rizzato nella vasca e aveva fatto il suo solito commento, sapevo che era arrivato il momento di mettere in pratica il consiglio di Rosa.
Non avevo mai confessato quella attrazione. Fino a quando non la vidi appoggiata al bancone, avvolta nel pelo sintetico, a guardarmi come una predatrice sceglie la sua preda.