Confessione: il giorno in cui portai la busta all’officina
È successo un paio d’anni fa, quando avevo ventidue anni, in quei giorni strani tra la fine dell’università e il viaggio di fine corso. Mia madre era partita il giorno prima per Tucumán per lavoro e mio padre mi aveva presa in cucina con la faccia di chi sta per chiedere un favore. Aveva bisogno che portassi dei soldi all’officina meccanica, a mano, prima di mezzogiorno. Gli avevano organizzato all’ultimo momento una partenza urgente verso nord e l’auto doveva essere pronta per la settimana seguente.
Gli chiesi se potevo andarci dopo pranzo e mi disse di no, che quello dei ricambi voleva essere pagato in contanti e che, se non gli portavo la metà quella stessa mattina, non avrebbe cominciato. Presi due buste legate con un elastico e le lasciai sul tavolo della sala da pranzo mentre salivo a cambiarmi.
Faceva un caldo appiccicoso fin dal mattino. Non volevo vestiti che mi segnassero sulla schiena, così tirai fuori una gonna leggera che arrivava due dita sopra il ginocchio e una canottiera bianca, sottile. Pensai di mettermi il reggiseno, ma i capezzoli si vedevano troppo e l’idea mi sembrò più divertente senza.
Inaugurai un perizoma di cotone. Me lo tirai su lentamente; lo sfregamento contro la pelle mi fece venire i brividi lungo la schiena per un paio di secondi. Ai piedi, delle ballerine. Mangiai mezza mela in piedi in cucina e infilai il pacchetto con i soldi nella borsetta a tracolla che uso per le cose piccole.
Prima di uscire mi sistemai i capelli e mi misi gli occhiali scuri. Mi guardai nello specchio dell’ingresso e mi sentii un’altra: la ragazza che in un giorno feriale sbriga una commissione importante, con soldi da adulta sulla schiena, fuori dall’orario dell’università. Adulta. Mi lasciai la porta alle spalle e camminai sentendo l’aria passare dappertutto.
Non mi avevano mai guardata tanto. A metà dell’isolato cominciai a notare il doppio sguardo, quella rotazione della testa delle auto che passavano. Cambiai il ritmo senza pensarci, accentuai un po’ di più il movimento della vita e lasciai che i fianchi prendessero il loro ritmo. Sorridevo sotto gli occhiali.
Una folata di vento a un angolo mi sollevò la gonna di qualche centimetro e la riabbassai con il palmo, con uno schiaffo secco. «Che culo, amore!» gridò il passeggero di una Fiat bianca che passò rallentando. Abbassai la testa, risi da sola e continuai.
Era da molto che non andavo all’officina, ma appena vidi la serranda metallica sollevata a metà la riconobbi. Dentro faceva un caldo diverso, caldo di lampada e olio, e l’aria era carica dell’odore di grasso e metallo. Uno dei ragazzi lasciò cadere una chiave inglese sul pavimento e si avvicinò asciugandosi le mani su uno straccio. Mi guardò le gambe per tre secondi interi prima di parlare.
«Sì? Come posso aiutarti?»
«Cerco Hugo. Devo lasciargli una busta da parte di mio padre.»
«Hugo non c’è, c’è Damián. È il figlio, quello che manda avanti l’officina questa settimana. Aspetta, salgo ad avvisarlo.»
Salì per una scala di lamiera con gradini traforati, quelli che sembrano grate di diamanti. Lo vidi bussare alla porta dell’ufficio di sopra e sparire per un secondo. Intorno a me gli altri lasciarono quello che stavano facendo e continuarono a guardarmi senza alcuna discrezione. Ogni tanto un colpo metallico mi faceva fare un saltello. Mi tolsi gli occhiali e me li agganciai alla scollatura.
Attraverso la vetrata con le veneziane vidi qualcuno alzarsi dalla scrivania e affacciarsi verso il basso. Il ragazzo tornò come un cagnolino.
«Ha detto di salire.»
Guardai la scala. Le grate a forma di diamante mi fecero pensare subito agli occhi che stavano sotto, in attesa di quell’angolazione. Mi afferrai la gonna e la strinsi contro le cosce, ma ormai sapevo che la stoffa era troppo leggera. Salii piano, gradino dopo gradino, senza osare voltare la testa. Quando arrivai in cima bussai al vetro con le nocche.
«Entra», rispose una voce che si muoveva per l’ufficio.
La maniglia era allentata e girò storta. Quando entrai lo vidi di spalle, con una camicia azzurra aperta fino al secondo bottone, mentre staccava dalla parete in fondo un poster di una modella in bikini nero.
«Ah! La tolgo così non diventa gelosa di te», disse, senza voltarsi del tutto.
Risi. Era molto più giovane e più magro del padre che ricordavo. Quando si girò, vidi un sorriso enorme, bianco, pieno di denti, e sugli avambracci un tatuaggio di linee tribali un po’ scolorito dal sole.
«Vengo da parte di Tomasz Nowak», dissi.
«Il polacco. Sì, lo so.»
«È ucraino», lo corressi, anche se a quel punto non ne ero più sicura neanch’io.
«Fa lo stesso. Si vede comunque. Sei una russina. Più bianca e bionda di così è impossibile.»
Ridacchiammo insieme.
«Non ti ricordi di me?»
Io ricordavo l’officina da quando avevo dieci, dodici anni, ma il suo viso non mi diceva niente.
«Eri piccola», mi aiutò. «Si vedeva già che saresti diventata bella. Ti si sono scuriti un po’ i capelli, ma quella pelle di porcellana non è cambiata. Venivi con tuo padre e io ti mettevo qui, sulla scrivania, a disegnare. Eri magrolina; adesso hai più curve della strada per la costa.»
«Ahah, non capisco niente di strade», dissi. «Però mi ricordo le matite colorate.»
«Esatto. Lascia la borsa lì, sul divano in fondo.»
Andai fino al divano, la appoggiai e tornai indietro. Mi invitò a sedermi dall’altra parte della scrivania di vetro. Parlammo per un po’ di cose tranquille: l’università, cosa avrei fatto dopo, il viaggio. Gli raccontai che tra una settimana sarei partita con le amiche per la costa.
«Uh! Il casino che combinerai», rideva.
Dopo dieci minuti mi disse che i ragazzi andavano sempre a mangiare al chiosco di fronte e che lui restava in ufficio. Se volevo, mi offriva qualcosa. Esitai tre secondi e dissi di sì. Ordinò al telefono e venti minuti dopo arrivò una busta con due pasti: insalata con carne fredda. Sistemò tutto sulla scrivania di vetro e mi versò dell’acqua da una brocca che aveva tirato fuori dal piccolo frigorifero in un angolo. Bevvi un sorso lungo e un po’ mi sfuggì dall’angolo della bocca.
***
Lui era seduto dall’altra parte e mi guardava mangiare. Ogni tanto lo sguardo gli scivolava sull’orlo della gonna, sul limite in cui i miei quadricipiti toccavano il vetro. Io la tiravo appena giù con due dita, senza sapere bene se il bianco del perizoma si affacciasse o no. Per tagliare un pezzo grande di carne dovetti usare entrambe le mani. La gonna si sollevò e il suo sguardo si infilò lì, diretto. Incrociai le gambe e non me ne importò. Quando tornai a guardarlo, i pantaloni gli segnavano un rigonfiamento che prima non c’era.
«È buona, vero?» disse, mentre si versava dell’acqua. «Quanti fidanzati hai?»
Mi strozzai con un pezzo di pomodoro. Rise, mi versò altra acqua e bevvi di nuovo in fretta. Questa volta un getto mi sfuggì dal mento e mi cadde sulla gonna. Damián si alzò, andò fino a una mensola e tornò con uno straccio pulito. Si accovacciò accanto alla mia sedia e mi asciugò prima la gonna. Poi la gamba.
Mi lasciò una macchia di grasso sul lato della coscia, imprecò a bassa voce, mi chiese scusa e la pulì con la mano aperta. Le dita gli risalirono lungo la parte interna della coscia, come se fosse concentratissimo a togliere la macchia, e sentii il palmo ruvido graffiarmi la pelle a pochi millimetri dal perizoma. Mi sprofondai di più nella sedia e inarcai la schiena senza volerlo.
«Era solo una domanda», disse, sollevando i piatti.
«No», risposi. «Non ho un fidanzato.»
Alzò le sopracciglia. Lo sguardo gli scese al triangolo della mia gonna e rimase lì un secondo di troppo.
«Incredibile.»
Per rompere il silenzio dissi l’unica cosa utile che mi venne in mente.
«Ti do i soldi.»
«Sì, come vuoi.»
Andai fino al divano e mi chinai per aprire la borsetta. Sentii subito che la gonna si era sollevata un po’ e gli stava offrendo la vista dell’attaccatura del mio culo.
«Ehi, no! Rimani sempre così», disse con una voce che rideva di me.
Rimasi ferma. Invece di sollevare la borsetta, aprii la cerniera da dove mi trovavo e cominciai a tirare fuori la busta con due dita. Sentii che si alzava e veniva verso di me. Lasciai cadere la busta dentro e tornai a cercarla, lentamente.
«Sono tanti soldi», mi disse all’orecchio. La voce era dolce, ma entrava come uno spillo. «Che buon profumo.»
Sentii l’odore di metallo e grasso della sua camicia. Mi raddrizzai e ci ritrovammo faccia a faccia, con la busta stretta tra il suo petto e il mio. La afferrò e, senza volerlo, le dita gli passarono all’attaccatura delle tette. I capezzoli erano già duri sotto la canottiera sottile, segnati come due bottoni, e lui tardò troppo a spostare la mano. Mi morsi il labbro senza accorgermene e lui rise piano.
Si lasciò cadere sul divano, aprì la busta e cominciò a separare le banconote in piccole pile sul bracciolo. Io continuavo a stare in piedi davanti a lui. Facevo fatica a tenere ferme le gambe, perché dentro il perizoma sentivo già l’umidità avanzare, bagnarmi la cucitura di cotone.
«Mi passi un foglio dalla scrivania?» disse, senza alzare lo sguardo.
Capivo che era una scusa per vedermi camminare. Ci andai comunque. Attraversai l’ufficio sentendo il suo sguardo sulla nuca, presi il foglio e glielo portai rapidamente.
«È la metà dei soldi», disse dopo averlo sfogliato.
«Sì», risposi. «L’altra metà è alla consegna. Però puoi cominciare lo stesso, no?»
«No, non posso.»
«Chiamo mio padre», mi si inceppò la voce, «e gli dico di portarla.»
«Lascia perdere. Tra un’ora arriva quello con il ricambio e io devo pagargli tutto insieme. Altrimenti non mi lascia niente, e meno che mai con la situazione che c’è nel Paese: vogliono i soldi subito.»
«E tu non puoi anticiparli e domani te li porto?»
Rimase in silenzio, a guardarmi. Mi guardava in un modo che non era più quello del ragazzo che staccava il poster. Adesso mi guardava le tette, le gambe, la bocca. Mi guardava come se mi stesse già spogliando a pezzi con gli occhi.
«Non lo so.»
***
Non so in quale momento decisi. La paura di tornare a casa e dire a mio padre che non si poteva cominciare fu più forte della vergogna. Ma dentro c’era anche qualcos’altro, una corrente che camminava con la gonna al vento fin dal mattino e che ormai non aveva più dove infilarsi. La fica mi pulsava. Mi si stava inzuppando il perizoma e lui lo sapeva; me ne accorgevo da come deglutiva ogni volta che accavallavo una gamba sull’altra.
Mi inginocchiai. Appoggiai i gomiti sulle sue ginocchia e lo guardai. Lui respirò profondamente e si sistemò indietro, contro lo schienale del divano. Gli feci scivolare le mani sulle cosce, senza toccare ancora il centro, trascinando i palmi sopra i jeans consumati. Vidi il rigonfiamento diventare più evidente nei pantaloni, la stoffa tendersi in diagonale, e immaginai fin dove arrivasse.
«Non lo so», ripeté, con una voce che adesso tremava un po’. «Forse qui ho un po’ di soldi.»
«Sì?» dissi, inclinando la testa fino ad appoggiarla sul suo ginocchio destro. Lo guardavo con gli occhi spalancati. Trascinai lentamente la mano sinistra fino all’esatto millimetro prima del rigonfiamento. Non lo toccai. Si toccavano soltanto i calori: la mia mano e la stoffa tesa.
Sospirò. Mi abbassò dolcemente la mano e con l’altra mi aprì le labbra. Sentii il suo pollice toccarmi i denti, che si aprirono come una porta meccanica, e lo accolsi con la punta della lingua fatta lancia. Gliela succhiai appena, chiudendogli le labbra intorno e succhiandogli la nocca, poi tirai fuori la lingua sotto il dito perché vedesse come lo leccavo. Sentii il suo respiro accelerare con un ritmo diverso dal mio.
Portò in fretta la mano al bottone dei pantaloni e gliela fermai con due dita.
«No.»
Gli aprii le gambe con le ginocchia, mi infilai completamente tra loro e gli sbottonai io i pantaloni, guardandolo. Prima il bottone, poi la cerniera, uno alla volta, senza fretta, mentre lui tratteneva il respiro. Gli infilai la mano dentro i boxer e gli afferrai il cazzo alla radice. Era grosso, più pesante di quanto avessi immaginato, e pulsava nel mio pugno come se avesse un battito proprio. La sua pelle bruciava; la mia era tiepida. Lo tirai fuori forzando la stoffa, che rimbalzò tornando al suo posto, e rimase eretto, rosso, con una vena marcata che gli correva sotto e una goccia trasparente affiorata sulla punta. Mi entrava giusto tra le due mani. Cominciai a far scorrere la mano lentamente su e giù, glielo appoggiai sulla guancia, lasciai che mi colpisse piano, glielo strofinai sullo zigomo. L’odore della pelle calda, dell’uomo sudato, mi riempì il naso e mi sfuggì un gemitino.
Raccolsi saliva, tirai fuori la lingua e la lasciai cadere in un filo, al rallentatore, fino alla testa rosata. Il filo cadde proprio sul frenulo, scivolò ai lati e scese lungo l’asta fino alle mie dita. Tirò indietro la testa per un istante e la riportò avanti, senza perdersi niente. Gli girai intorno con la lingua, a cerchi, prima la punta, poi tutta la testa dentro la bocca, succhiandola lentamente come una caramella. Me lo portai dentro piano, millimetro dopo millimetro, finché toccai il fondo del palato. Mi afferrò la nuca, ma gli tolsi la mano. Volevo farlo io. Non smisi di guardarlo. Tiravo indietro la pelle con due dita e lasciavo cadere saliva che si mescolava alla sua e gli colava fino alle palle. Le leccai anch’esse, una e poi l’altra, continuando a masturbarlo con il pugno chiuso.
«Non puoi essere così troia», disse quasi senza fiato.
«Hai visto?» risposi, e gli divorai il cazzo fino in fondo, ingoiando quello che riuscivo, sentendo la punta spingermi contro la gola. Mi si riempirono gli occhi di lacrime e bava e lo tirai fuori appena per respirare. Un filo spesso di saliva rimase appeso dal mio labbro fino alla testa. Me lo passai sulle tette e tornai a infilarmele in bocca fino in fondo.
«Guarda cosa fai, guarda come te lo mangi», mormorò. «Sei una zozza, una ragazzina zozza.»
Gli risposi con un gemito soffocato, con la bocca piena. Strinsi le labbra intorno all’asta e cominciai a muovere rapidamente la testa su e giù, schioccando, stringendo le guance, creando il vuoto, mentre con la mano libera gli accarezzavo le palle. Mi afferrò i capelli, questa volta glielo permisi, e cominciò a dettare il ritmo, spingendomi contro il bacino. Ogni spinta mi faceva ingoiare di più e mi lasciava meno aria. Quando me lo tirava fuori tossivo, la bava mi colava sul mento, ciocche di capelli mi si appiccicavano ai lati del viso, e tornavo a infilarmelo da sola.
Si alzò e mi sollevò per i gomiti. Mi girò, mi afferrò il collo con una mano e mi riempì di baci brevi dietro l’orecchio mentre l’altra mano si infilava sotto la gonna. Le sue dita erano grandi; passarono prima sulle labbra della fica sopra il perizoma, stringendomelo, poi lo spostarono con l’indice e mi accarezzarono direttamente la carne bagnata. Trovò il clitoride gonfio e tracciò cerchi lenti, poi rapidi, poi tornò a perdersi nell’apertura. Un dito entrò appena e mi sfuggì un grido che dovetti mordere contro la mia stessa spalla perché non scendesse.
«Sei fradicia, figlia di puttana», mi disse all’orecchio. «Guarda come ti coli.»
Sollevò la mano e me la mise davanti al viso. Le dita gli brillavano, infilzate dalla mia umidità. Me le infilò in bocca e gliele succhiai, sentendo il mio stesso sapore salato, mentre con l’altra mano mi stringeva una tetta da sotto la canottiera. Le ginocchia mi si urtarono e mi sfuggì un altro gemito più lungo.
Mi sollevò la gonna quanto bastava e mi spinse contro la scrivania di vetro. Il freddo mi colpì contemporaneamente i palmi e le cosce. Mi abbassò la canottiera fino alla vita e le tette caddero schiacciate contro il vetro gelido, i capezzoli presi da un crampo improvviso. Mi spostò il perizoma di lato; sentii il movimento della stoffa e un po’ di umidità proprio sulla cucitura, quando il cotone bagnato si staccò dalla carne.
Si inginocchiò dietro di me e mi baciò dalla vita in giù, fino a sprofondare con il viso tra le natiche. Mi aprì il culo con entrambe le mani e mi piantò la lingua nella riga, prima senza arrivare a un punto preciso, poi scendendo fino alla fica, con leccate lunghe che mi risalivano per tutta la vulva. Sentii la barba graffiarmi la pelle delle natiche, sentii la lingua entrare e uscire dall’apertura, e le dita passare dal clitoride all’interno. Contrassi tutta la pelvi contro il vetro. Mi entrarono due dita, poi tre, che si incurvavano verso l’alto cercando quel punto che mi faceva tremare le ginocchia. Provò ad arrivare con la lingua al culo e non ci riuscì del tutto. Le dita sì.
«Scopami subito», chiesi, con le guance roventi contro il vetro. «Scopami, ti prego, non ce la faccio più.»
Si alzò. Mi raddrizzò. Danzammo per un breve istante con la mia testa che cercava la sua bocca. Ci baciammo con il sapore del metallo e del sesso, della mia fica sulla sua lingua e del suo cazzo sulla mia. Mormorò qualcosa all’orecchio che non capii del tutto, ma che suonava pesante. Gli dissi di sì con gli occhi.
Mi sfilò la canottiera dalla testa e rimasi completamente nuda dalla vita in su contro il vetro. I capezzoli si gonfiarono di colpo per il freddo, violacei ed eretti, e lui me li pizzicò da dietro, uno con ogni mano, mentre mi mordeva il collo. Mi spinse di nuovo per la nuca fino ad appoggiarmi appena. A quattro zampe, con il culo in aria, sentii prima il cazzo umido sulla natica, scivolare tra le chiappe, poi scendere e segnare le labbra della fica, strofinarsi su e giù sull’umidità, caricandosi del mio liquido. Premetti entrambe le mani contro il vetro.
Entrò lentamente. Prima la testa, che mi allargava, la carne si apriva e si mescolava alla mia. Poi mezzo cazzo. Poi tutto, finché sentii le palle colpire contro il clitoride. Dovetti tirare indietro la testa e fare un paio di movimenti per sistemarmi, respirare, resistere. Avevo voglia di piangere, ma non di tristezza. Mi afferrò i capelli con una mano e con l’altra il fianco e cominciò a imporre un ritmo da metronomo che accelerava da solo. Ogni spinta mi sollevava tutto il corpo sul vetro e mi faceva urtare le tette schiacciate contro il freddo. Sentivo lo sciabordio della mia fica fradicia che ingoiava il cazzo ancora e ancora, un rumore liquido, sporco, che mi faceva sentire ancora più caldo.
«Guarda come la bagni tutta», mi sussurrava senza smettere di spingere. «Guarda quanto sei troia, sei venuta fin qui perché ti riempissi la fica.»
«Sì», risposi quasi senza voce. «Spaccamela, dai.»
Mentre mi diceva cose che adesso non oso ripetere, una goccia della mia bava cadde sul vetro e lui, sincronizzato, la pulì con il palmo. La usò per ungersi le dita e portarsele alla bocca. Poi mi passò quelle stesse dita sulle labbra e me le fece succhiare mentre continuava a scoparmi.
Mi abbassò completamente il perizoma e lo aiutai sollevando prima una gamba e poi l’altra. Rimase appeso alla caviglia di un piede e lo scalciai lontano. Ogni volta che riuscivo a portare la mano indietro gli toccavo il cazzo duro e umido; gli toccavo le palle strette, il punto in cui stava entrando nel mio corpo. Sentivo i miei stessi succhi sulle dita, viscosi, caldi.
Mi sollevai, mi voltai e mi fece sedere sulla scrivania. Il freddo mi passò dal culo alla schiena. Mi aprì le gambe con uno strattone, si mise in mezzo e tornò a entrarmi di fronte. Questa volta lo vedevo. Vidi il cazzo affondare in me, le mie labbra allungarsi per ingoiarlo, ritirarsi lucido della mia umidità e tornare dentro. Gli strinsi le braccia intorno alla nuca e trovammo lo stesso ritmo. Rimanemmo così a lungo, guardandoci, lui abbassava la testa per succhiarmi una tetta e poi l’altra, mordendomi i capezzoli proprio quando entrava fino in fondo. La fica emetteva suoni vergognosi e a lui piaceva sempre di più.
Mi sollevò per il culo, senza uscire, e mi portò alla sedia della scrivania. Si sedette lui, io rimasi sopra, infilzata, e cominciai a muovermi. Mi succhiò le tette mentre salivo e scendevo, appoggiandomi con le mani sulle sue spalle per non cadere, lasciandomi ricadere con tutto il peso sul cazzo fino in fondo. Ogni volta che scendevo mi sfuggiva un gemito più acuto e lui rispondeva mordendomi un capezzolo. Mi mise un dito in bocca e glielo morsi. Mi diede uno schiaffo leggero sul viso con il palmo.
«Più», dissi senza pensarci. «Più forte.»
Mi colpì di nuovo, con più voglia, e il bruciore sulla guancia mi arrivò dritto alla fica. Dissi di sì con la testa. Una mano tra i capelli, che mi tirava indietro per farmi tendere il collo, l’altra sulla guancia, e io saltavo sopra di lui, infilzandomi sempre più in profondità, sentendo il nodo dell’orgasmo cominciare ad accumularsi alla bocca dello stomaco. Gli conficcai le unghie nelle spalle. Gli morsi il collo. Gli urlai all’orecchio «scopami, scopami, scopami» finché mi tappò la bocca con la mano piena della mia stessa bava.
***
Quando sentì che il formicolio mi saliva dalla pelvi tirò indietro la sedia. Mi fece alzare con uno strattone, mi voltò e mi rimise a quattro zampe contro la scrivania. Le tette urtarono di nuovo il freddo e le mani tornarono a scivolare sulla bava che era rimasta dal momento precedente.
«No, aspetta», dissi più per riflesso che per altro. «Sto per venire.»
«Stai zitta», rispose, piantandomi una manata sulla natica che mi fece lanciare un grido soffocato. «Vieni quando lo dico io.»
Si inginocchiò dietro di me, mi aprì le natiche con entrambi i pollici e mi infilò la lingua direttamente nel culo. Era violento e necessario. Sentii la punta spingere, entrare, uscire, girare intorno all’ano mentre un dito gli scivolava nella fica. Mi tremavano le gambe. Mi stavo disfacendo. Si alzò, si sputò sulla mano e tornò a entrarmi nella fica con una sola spinta, fino alle palle. Allo stesso tempo sentii che mi costeggiava l’ano con un dito, prima appena, bagnato del mio stesso liquido, poi con più sicurezza, spingendo la punta fino a superare l’anello.
Provai a togliergli la mano con il braccio e lui me lo portò davanti, torcendomelo delicatamente contro la schiena. Il dito entrò fino alla nocca. Faceva male, ma era un tipo di dolore che si confondeva con tutto il resto, che si mescolava al cazzo che mi apriva la fica, al fuoco di cui ormai non distinguevo più l’origine. Aumentavo il volume e lo spessore del gemito man mano che entrava e usciva dappertutto. L’altra mano mi cercò la bocca, mi infilò il dito e io lo morsi. Esagerai e lui si lamentò.
«Adesso te lo metto nel culo», mi disse quasi con calma. «Sì?»
«Sì», risposi senza pensarci. «Mettimelo.»
Uscì dalla fica, gocciolante, si sputò sulla mano e se la unse da cima a fondo. Con l’altro dito finì di aprirmi l’ano, muovendolo in cerchi, poi appoggiò la punta del cazzo contro il buco. Spinse piano all’inizio. Strinsi le ginocchia per il dolore e lasciai uscire un grido soffocato che lui mi tappò con la mano. La testa entrò di colpo e sentii come se mi spaccasse in due. Rimasi immobile, con la bocca aperta contro il vetro, senza respirare. Neppure lui si mosse.
«Ferma, ferma», mi mormorò sulla nuca. «Rilassati. Rilassa il culo, dai.»
Respirai profondamente due volte e sentii il muscolo cedere. Cominciò a entrare di più, millimetro dopo millimetro, finché affondò completamente e sentii le sue palle appoggiate contro la fica. Il primo minuto fu lento e duro. Si muoveva appena, tirandolo fuori fino a metà e tornando a infilarlo tutto. Poi diventò naturale. Il dolore si trasformò in qualcos’altro, in un piacere sordo, profondo, che mi stava aprendo da dentro. Mi infilò due dita nella fica e cominciò a scoparmi da entrambi i lati contemporaneamente.
Sentivo il rumore del suo bacino contro il mio culo, uno plaf plaf costante e umido, i miei palmi che strisciavano sul vetro, le sue dita che entravano e uscivano dalla fica con un rumore di fango. Mi disse cose crude che cercai soltanto di soffocare in gola. Che mi stava lasciando il culo aperto. Che la settimana dopo avrei camminato come un’anatra. Che sarei andata in spiaggia con le mie amiche pensando al suo cazzo. Appoggiai la guancia sulla scrivania fredda e mi lasciai andare. Le dita mi trovarono il clitoride proprio mentre il cazzo mi martellava il culo e sentii che mi arrivava tutto addosso, la corrente che mi saliva dalle piante dei piedi fino alla nuca. Venni urlando contro il vetro, mordendomi l’avambraccio perché non si sentisse, mentre lui continuava a spingere senza fermarsi.
Quando sentì che stava per arrivare lo tirò fuori di colpo, mi tirò per i capelli e capii. Mi inginocchiai, ancora tremante, con le gambe molli. Si massaggiò il cazzo a pochi centimetri dal mio viso, rapidamente, con la mano chiusa in un pugno bagnato, e finì per dipingermela di bianco tiepido. Il primo schizzo mi colpì sulla fronte e scese lungo il ponte del naso. Il secondo sulla guancia e sul labbro. Gli ultimi gli colarono sul petto, sulle tette che portavano ancora i segni del vetro. Tirai fuori la lingua e leccai quello che riuscivo a raggiungere, lo ingoiai, e con due dita raccolsi quello che mi colava dal mento e me lo portai anch’esso alla bocca. Lo guardai dal basso e risi.
«È toccato a me dipingere», disse ancora ansimante, porgendomi un asciugamano dal cassetto sotto la scrivania.
Mi pulii lentamente il viso. Solo allora sentii che nell’officina, al piano di sotto, era tornato il rumore degli attrezzi.
«C’è gente?»
«Sì. Mangiano nell’ufficio al piano terra. Non devono aver sentito niente.»
Chiusi gli occhi e sentii la vergogna arrivare di colpo, dietro gli occhi. Cercai il perizoma, lo trovai contro una gamba del divano con un piccolo strappo nella cucitura. Lo rimisi lo stesso, sentendo l’umidità e lo sperma che mi colava lungo la parte interna della coscia, cercando di trattenerlo con il cotone.
«Muoio. Be’, io vado. Domani ti porto l’altra metà.»
«No, lascia stare. Te la regalo, per il viaggio. Torna quando vuoi.»
Gli diedi un bacio rapido e stretto, senza aprire la bocca. Quando presi la borsetta vidi dentro la busta vuota e l’elastico spezzato.
«Non ho il coraggio di uscire.»
«Tranquilla.»
Si sedette dietro la scrivania e aprì un quaderno come se niente fosse. Uscii, chiusi la porta e scesi lentamente per la scala a diamanti. Sentii che tutti mi guardavano dal basso. Uno diede una gomitata all’altro e mormorò qualcosa. Pensai di coprirmi, ma decisi di sorridere e continuare a scendere. Mi bruciavano le gambe come se avessi corso per un intero isolato. Mi misi gli occhiali in strada e camminai fino a casa con il caldo di mezzogiorno che mi batteva sulla nuca.
Non raccontai niente, né quel pomeriggio né in seguito. Mio padre non chiese mai come fosse andata la commissione. Una settimana dopo ero al viaggio di fine corso, in una stanza piena delle mie amiche, ad ascoltarne una raccontare la cosa più folle che avesse fatto in vita sua. Io rimasi a guardare il soffitto, in silenzio, con un sorriso che nessuna delle ragazze avrebbe capito.