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Relatos Ardientes

Le notti in cui mio marito mi chiede di raccontargliele

A volte, quando si fa tardi e condividiamo un bicchiere in cucina, Mateo mi chiede di raccontargli un’altra di quelle storie. Un’altra storia di prima, di quando ancora non ci conoscevamo. Sa che faccio fatica a cominciare e sa anche che poi non riesco a fermarmi. È quella che gli piace di più. Così gliela racconterò ancora una volta, come se fosse per lui e non per me.

Era un sabato di settembre, di quelli in cui il caldo estivo non se n’è ancora andato del tutto. Mi ero data appuntamento con Renata e Camila dopo diversi mesi senza riuscire a incontrarci. Avevamo frequentato insieme le scuole medie, in paese, e da allora, per quanto la vita ci avesse separate con lavori, compagni e traslochi, riuscivamo a vederci almeno ogni due mesi.

Era il nostro rituale. Cenare in qualche posto nuovo, aggiornarci sulle ferite e sui successi e, immancabilmente, finire a parlare di uomini. Di quelli che ci piacevano, di quelli che ci ingarbugliavano la vita, di quelli che avevamo lasciato scappare. Quella sera nessuna delle tre era del tutto sola. Renata era tornata con il fidanzato dopo una brutta lite e non riusciva ancora a crederci. Camila frequentava da pochi mesi un collega di lavoro. Io mi trascinavo dietro qualcosa a metà, senza voglia di dargli un nome.

—Hai una faccia annoiata, Sofía —disse Renata quando arrivò la seconda bottiglia di vino.

—Sono annoiata —ammisi—. Davvero.

—Allora stasera tocca a te smettere di esserlo —rispose, e le brillarono gli occhi come quando avevamo diciassette anni.

Tutte e tre avevamo scelto un vestito per quella sera. Renata ne aveva indossato uno nero, corto e aderente, che le metteva in risalto i fianchi e le tirava su le tette senza sforzo. È la più alta delle tre e ha quel modo di muoversi che fa restare immobili gli uomini quando passa. Camila si era messa qualcosa di più sobrio, color terracotta, a maniche corte e con una scollatura discreta. Io avevo tirato fuori dal fondo dell’armadio un vestito blu navy senza maniche, con la schiena scoperta e la gonna appena sopra il ginocchio. Quando l’avevo indossato e mi ero guardata allo specchio prima di uscire, mi ero riconosciuta meno stanca di quanto fossi.

Cenammo in un ristorante italiano del centro, di quelli che mettono la musica alta e accettano che il tavolo rida più forte della cucina. Poi andammo in un cocktail bar a un paio di strade di distanza e, verso l’una, Renata propose di andare a ballare. Era da così tanto tempo che non mettevo piede su una pista che quasi mi venne la pigrizia. Quasi.

—Conosco un posto niente male —disse—. Me l’hanno consigliato al lavoro.

Prendemmo un taxi e in meno di dieci minuti ci trovammo davanti a un locale chiamato El Hangar, in una zona industriale mezzo nascosta. Da fuori non sembrava niente. Dentro aveva due piste grandi, una con luci fredde e l’altra con luci calde e laser, un impianto curato e, soprattutto, gente che sapeva perché era venuta.

Ordinammo da bere al bancone e, come ci succede di solito quando usciamo insieme, non tardarono ad avvicinarsi i primi candidati. Renata scelse in fretta. Le bastò un sorriso perché un ragazzo magro la portasse in pista e lì, non appena toccò il pavimento, il suo corpo capì la musica come se l’avesse aspettata per tutto il giorno. Camila fece la difficile ancora per un po’, ma quando un uomo un po’ più grande, dai capelli brizzolati e dallo sguardo tranquillo, le chiese di ballare con buone maniere, gli diede la mano e se ne andò.

Io rimasi per un po’ al bancone, dondolandomi con il bicchiere tra le dita, e non mi dispiaceva. Erano mesi che non provavo quella sensazione di essere sola senza sentirmi sola. E non fu una sorpresa che qualcuno si avvicinasse.

—Ciao —disse—. Mi chiamo Tomás e muoio dalla voglia di ballare un po’ con te.

Era alto, magro, con il naso un po’ grande ma una bella faccia. Mi fece ridere il fatto che si presentasse con tanta solennità per una cosa così sciocca. Gli restituii il sorriso.

—Sofía —dissi.

Mi prese per mano e mi portò a un’estremità della pista, dove la gente non era così stretta. Fin dal primo passo capii che la notte sarebbe diventata interessante. La musica faceva il lavoro al posto nostro: ci spingeva, ci incollava, ci separava proprio al momento giusto. Passarono diversi brani e lui non dava segno di voler cambiare compagna, e nemmeno io avevo fretta.

Ogni tanto cercavo Renata con lo sguardo e la trovavo sempre circondata di gente, a ridere, scuotendo la chioma, ballando con l’uno e con l’altro come se gli uomini fossero intercambiabili. È fatta così. Sa perfettamente l’effetto che provoca e lo amministra con la pazienza di una collezionista.

Cambiarono i brani e misero qualcosa di latino. Cominciò una salsa, seguì una bachata e, anche se non la ballo bene, il mio corpo riuscì a non fare brutta figura. Tomás ballava meglio di me, questo era chiaro, e si permise di avvicinarsi sempre di più. Gamba contro gamba, palmo sulla vita, palmo un po’ più in basso, palmo un po’ più in alto quando mi giravo. Nemmeno io rimasi ferma. Quando gli fui di spalle, gli segnai il ritmo appoggiandogli il culo in grembo e sentii il suo cazzo, già sveglio sotto i pantaloni, conficcarsi tra le natiche. Il respiro gli si spezzò per un secondo e io spinsi ancora più forte, strusciandomi lentamente, sentendo ogni centimetro di quel rigonfiamento duro che cresceva contro il mio culo al ritmo della bachata.

—Mi stai uccidendo —mi disse all’orecchio.

—Dai la colpa alla musica —risposi, ridendo.

—Ti offro qualcosa?

—Mi hai appena fatto venire una sete enorme —dissi, lasciando che mi portasse via dalla pista.

Ordinammo due mojito. Mentre aspettavamo che il barista li finisse, lui si avvicinò lentamente e mi baciò. Non per finta. Mi baciò sul serio, con la lingua e con calma, tenendomi la nuca con una mano. Io gli risposi senza pensarci, aprendogli la bocca, lasciando che la sua lingua si intrecciasse alla mia. Avevo il corpo acceso, la giusta dose di alcol perché i dubbi restassero zitti, e tutto il resto era desiderio. Gli passai una mano sulla nuca e con l’altra gli sfiorai i pantaloni, senza nascondermi, per controllare che quel cazzo fosse ancora duro come in pista. Lo era. Ancora di più, persino. Mi morse il labbro e sentii le mutandine infradito inumidirsi di colpo tra le gambe.

Era da tanto che nessuno mi baciava così, pensai, e mi sorpresi di esserne sorpresa.

Il barista lasciò i bicchieri sul bancone e ci guardò con la pazienza di chi ne ha viste di tutti i colori. Quando finalmente ci separammo, ci misi un paio di secondi a capire di nuovo dove mi trovavo. Mi guardai intorno cercando le mie amiche, ma non le vidi da nessuna parte.

—Sei venuta con qualcuno? —chiese.

—Con due amiche, ma si sono perse. Oppure mi sono persa io.

—Le cerchiamo —disse, e mi baciò di nuovo—. Dopo.

Finimmo i drink e cominciammo a percorrere il locale. Scendemmo sulla pista grande, facemmo tutto il giro e niente. Provai a chiamarle; né Renata né Camila rispondevano. Salimmo al piano di sopra, dove il locale aveva alcuni balconi che davano sulle piste e corridoi più bui. Prima di proseguire, Tomás mi fermò, mi spinse contro la parete di un corridoio e mi baciò ancora, questa volta infilandomi la mano sotto il vestito, lentamente, come se mi chiedesse il permesso con le dita. Io respirai a fondo e glielo diedi senza parole, divaricando un po’ le gambe.

Le sue dita trovarono le mie mutandine infradito fradice e le spostarono con uno strattone. La punta del dito medio scivolò tra le labbra della fica, scorrendo su quanto ero bagnata, e salì fino al clitoride per disegnare cerchi lenti che mi fecero tremare contro la parete. Mi sfuggì un gemito dentro la sua bocca. Mi infilò il dito fino in fondo, poi due, e cominciò a scoparmi con la mano lì, nel corridoio, mentre la musica rimbombava al piano di sotto e io stringevo le cosce contro le sue perché non si fermasse.

Sentii, sotto i suoi pantaloni, un rigonfiamento che non era più una promessa. Gli appoggiai la mano sopra e strinsi. Il cazzo gli si delineava completamente sotto la stoffa, lungo e grosso, palpitante sotto le mie dita. Gli abbassai la cerniera quel tanto che bastava per infilarci la mano e afferrarglielo sopra gli slip. Era caldo, duro come una pietra, e quando glielo strinsi lasciò uscire un suono a metà tra una risata e un gemito.

—Di sopra ci sono posti più tranquilli —disse.

***

Man mano che salivamo, le luci si facevano più basse e la musica restava indietro. Sulle scale incrociammo un paio di coppie che ormai non si preoccupavano più molto di chi passasse: una ragazza con la gonna arrotolata e la schiena contro la ringhiera, le mutandine appese a una caviglia e il cazzo del tipo che entrava e usciva dalla sua fica sotto gli occhi di tutti; una donna più grande che teneva la mano infilata senza alcuna discrezione nei pantaloni del suo accompagnatore, segandoglielo con disinvoltura. Nessuno faceva una piega. Il locale funzionava secondo le proprie regole e tutti le conoscevano.

Il corridoio sfociava in una sala piena di divanetti bassi, illuminata volutamente male. Alcune sagome conversavano, altre si baciavano, altre facevano cose che ormai non erano più baci. Io tenevo la mano di Tomás sulla mia, lasciandomi guidare, quando all’improvviso mi fermai.

A due divanetti di distanza, avvinghiata come un serpente al suo ragazzo, c’era Renata. Aveva il vestito sollevato fino alla vita, le mutandine spostate di lato e la mano di lui tra le gambe, con due dita affondate fino alle nocche nella sua fica. Le tirava fuori e ce le infilava di nuovo con un ritmo lento e osceno, e ogni volta che le estraeva vedevo brillare le dita umide alla luce fioca. Lei aveva gettato la testa all’indietro e rideva piano, mordendosi il labbro ogni volta che lui la toccava proprio dove doveva. Con la mano libera si stringeva una tetta sopra il vestito e ogni tanto scendeva a passargli il palmo sul rigonfiamento dei pantaloni, esigendo di più. Non mi vide. Non vide nulla. Era nel suo mondo.

Se ero già eccitata, guardarla così finì di accendermi. Sentii le mutandine infradito fradice, grondanti, il respiro spezzato e un battito forte tra le gambe, una pulsazione che si era installata nel clitoride e non mi lasciava stare ferma. Tomás si accorse della tensione e mi abbracciò da dietro, premendomi il cazzo contro il culo, così duro da farmi male.

—Voglio scoparti subito —sussurrò.

Annuii senza staccare gli occhi dalla mia amica.

Ci sedemmo sul divanetto accanto, a meno di un metro da loro. Renata continuava a non accorgersi di nulla. Tomás mi baciò il collo, mi abbassò una spallina del vestito e mi passò la lingua sulla spalla. Mi abbassò anche la coppa del reggiseno e mi tirò fuori una tetta, poi, proprio lì, senza preoccuparsi di nessuno, si chinò e mi succhiò il capezzolo. Me lo morse lentamente, poi con più forza, finché gli diventò duro come un sassolino tra i denti. La sua mano salì sotto la gonna e mi spostò le mutandine infradito, e quando mi toccò la fica per la prima volta, pelle contro pelle, dovetti mordermi per non fare rumore. Mi infilò due dita di colpo, senza preliminari, e scoprì che ero così bagnata che entrarono completamente senza resistenza. Cominciò a muoverle dentro con il palmo rivolto verso l’alto, premendo quel punto interno che mi fa annebbiar la vista, mentre con il pollice lavorava il clitoride in cerchi. Non era il posto per urlare. Non ancora. Ma mi tremavano le gambe e sapevo che, se avesse continuato per altri due minuti, sarei venuta sul divanetto davanti a tutti.

—Ho un appartamento qui vicino —disse dopo un po’—. Vieni?

Non ci pensai molto. Mi sporsi verso Renata e le toccai la spalla. Lei alzò lo sguardo, mi riconobbe e rise con una sorpresa durata mezzo secondo.

—Andiamo nell’appartamento di questo qui —le dissi all’orecchio, indicando Tomás—. Ti va?

Il suo ragazzo, che non si era staccato da lei, rispose per entrambi.

—Ci andiamo.

Scendemmo le scale con più fretta di quanta ne avessimo avuta salendo, schivando coppie che non erano più le stesse ma facevano le stesse cose. Nell’ascensore del palazzo, tutti e quattro cominciammo a sbottonare quello che trovavamo. Renata rideva piano contro il collo del suo ragazzo, mentre lui le palpava il culo sotto il vestito. Tomás mi spinse contro lo specchio, mi sollevò la gonna con uno strattone e mi premette il cazzo, ormai fuori dagli slip, contro le natiche. Lo sentii nudo, caldo, scivolare tra le chiappe del mio culo mentre mi baciava la nuca. Nei cinque piani che durò tutto questo, avevo già le idee chiarissime su cosa mi fossi cacciata.

Entrammo nell’appartamento. Non ebbi il tempo di vedere com’era. Renata e il suo ragazzo rimasero sul divanetto dell’ingresso e, con la coda dell’occhio, riuscii a vedere lei inginocchiarsi davanti a lui e tirargli fuori il cazzo dai pantaloni per metterselo in bocca. Tomás mi portò in camera da letto.

***

Mi strappò il vestito dalla testa con un solo movimento e rimasi in mutandine infradito e reggiseno. Mi slacciò il reggiseno con una manata e le tette caddero libere. Si fermò un secondo a guardarle, si chinò e mi leccò prima una e poi l’altra, mordendomi i capezzoli finché diventarono duri e sensibili. Poi mi tolse le mutandine infradito, che ormai chiedevano aria, fradice e appese tra le gambe per quanto ero bagnata, e le gettò a terra. Mi sdraiò sul bordo del letto. Mi aprì le gambe con le mani, ben divaricate, senza trattenersi, e si chinò tra loro.

Era da molto che nessuno si prendeva quella briga, e si sentì. La prima leccata me la diede dal basso verso l’alto, tutta intera, percorrendomi la fica da un’estremità all’altra con la lingua larga e piatta, e mi strappò un gemito che rimbalzò sulle pareti. La sua lingua sapeva esattamente cosa fare: giocava con il clitoride, disegnando cerchi rapidi e poi lenti, scendeva, mi entrava dentro, scopandomi lentamente con la punta, tornava su, si soffermava sulle labbra succhiandole una per una, mordeva senza fare male, succhiava quanto bastava perché sollevassi i fianchi contro la sua faccia. Aveva le dita appoggiate sui miei fianchi senza trattenermi, come se volesse che mi muovessi da sola, e questo finì di sciogliermi. Mi afferrai i capelli con una mano e gli spinsi la testa contro la fica, strusciandomi senza vergogna, cercando che la lingua mi toccasse proprio dove volevo.

Mi infilò di nuovo due dita mentre mi succhiava il clitoride, incurvandole verso l’alto, e fu allora che non resistetti più. Il primo orgasmo arrivò presto. Troppo presto. Dentro di me si era accumulata tutta la notte e bastò poco perché straripasse. Mi scossi, strinsi le cosce contro le sue orecchie, sentii la fica contrarsi intorno alle sue dita a ondate, sentii la sborra colarmi lungo il perineo fino alle lenzuola. Risi, mi coprii il viso con le mani e mi scossi di nuovo, tremando, mentre la sua lingua continuava a leccarmi lentamente per prolungare il tremito.

—Vieni qui —gli dissi quando riuscii a parlare.

Lui si rialzò, si abbassò del tutto i pantaloni e insieme a quelli anche gli slip, e il cazzo schizzò libero, lungo, grosso, leggermente ricurvo verso l’alto e con la punta lucida. Mi sedetti sul bordo del letto. Lo presi con entrambe le mani, una sopra l’altra, e ancora ne avanzava un po’ in cima. Lo accarezzai lentamente, sputai un po’ per lubrificarlo e me lo misi in bocca. Sono sempre stata brava a farlo e mi è sempre piaciuto. Me lo lavorai tutto: prima la punta, succhiandola come una caramella, poi tutto il fusto, scendendo finché mi si conficcò in gola e mi fece lacrimare un po’. Risalii a leccargli le palle, gliele infilai in bocca una per una, tornai su e gli feci una sega con la mano mentre gli succhiavo il glande. Mi piace il momento in cui capisco che l’altro non riesce più a pensare. Lui mi prese per i capelli, mi dettò il ritmo e mi scopava lentamente la bocca, stringendo ogni volta un po’ di più le dita intorno al mio collo.

—Basta —disse dopo un po’, con la voce spezzata—. Voglio stare dentro.

Mi sdraiò di nuovo sul letto, a pancia in su, ed entrò. Lo fece tutto in una volta, senza avvisare e senza bisogno di farlo, spingendomi il cazzo fino in fondo con una sola spinta. Ero così bagnata che non c’era nulla da preparare. Mi sfuggì un grido quando sentii come mi riempiva completamente, come arrivava in un punto dentro di me che nessuno toccava da molto tempo. Cominciò lentamente, uscendo quasi del tutto e rientrando fino alle palle, ma subito perse la pazienza. Affondò senza fermarsi, scopandomi forte, il letto che sbatteva contro la parete, le mie tette che sobbalzavano a ogni spinta, senza lasciarmi spazio per nient’altro che rispondere. Io gli tenni il ritmo sollevando i fianchi, conficcandogli le unghie nella schiena, incrociando le gambe intorno al suo culo perché entrasse ancora più a fondo, lasciando che il letto facesse tutto il rumore necessario.

—Così —gli gridavo—, così, non fermarti, scopami, non fermarti.

Mi girò di lato senza sfilarlo, mi sollevò una gamba e continuò a spingere da lì, entrando con un’angolazione diversa che mi fece vedere le stelle. Mi succhiava un capezzolo, mi infilava la lingua in bocca, mi mordeva il collo. Venni di nuovo e questa volta non mi preoccupai del rumore. Urlai, strinsi la fica intorno al suo cazzo, sentii come ogni contrazione lo afferrava dentro di me e non voleva lasciarlo andare.

All’improvviso si ritirò, si sedette sul bordo del letto e venne da solo con la mano, segandosi in fretta e furia mentre mi guardava negli occhi. Anch’io lo guardai, con le gambe ancora aperte, offrendogli la fica spalancata e grondante perché venisse guardandola. La scena aveva qualcosa di una promessa mantenuta, e lo sapevamo entrambi. Venne copiosamente, ansimando, e mi lanciò getti densi di sperma sulle tette, sul ventre, sul pube. Uno mi cadde sul mento. Con due dita raccolsi un po’ di quello sul petto e me lo portai alla bocca, senza smettere di guardarlo. Si lasciò cadere accanto a me.

—Cazzo —disse.

—Cazzo —ripetei, e ridemmo.

***

Pensai che fosse finita lì. Non era finita.

Tomás mi baciò di nuovo, lentamente, con quella calma del dopo che a me è sempre piaciuta. Mi passò la mano sulla fica, giocando, senza cercare nulla, facendomi scivolare le dita sulla fica fradicia del suo e del mio piacere mescolati. Senza fretta, le sue dita tornarono a entrare e a uscire, prima due, poi tre, aprendomi lentamente, ascoltando il rumore umido che faceva quando le sfilava. Non aveva senso che il mio corpo reagisse così presto, ma reagì. Sentii il clitoride tornare a gonfiarsi sotto il suo pollice, i capezzoli indurirsi di nuovo, il respiro accelerare nonostante fossi appena venuta due volte.

E allora guardai verso la porta.

Renata era lì, in piedi, con entrambe le mani appoggiate allo stipite, nuda dalla vita in giù, le tette ancora dentro il vestito ma fuori dalle coppe. Il suo ragazzo la teneva per i fianchi e la scopava da dietro, senza nascondersi, spingendole il culo con un cazzo che vedevo entrare e uscire ogni volta, lucido e grosso. Lei guardava me. Io guardavo lei. Sentii Tomás rientrare dentro di me, il cazzo di nuovo duro contro la mia fica, e un calore diverso mi salì dal basso.

Era qualcosa di nuovo. Farsi scopare mentre si guardava qualcuno scopare. E mentre qualcuno guardava me. Renata spalancava la bocca a ogni spinta, lasciandosi sfuggire un gemito basso, e io vedevo le sue tette muoversi al ritmo del tipo che la spaccava da dietro. Ci guardammo tutti e quattro così per un po’, prima con discrezione, poi senza più alcuna discrezione, finché il ragazzo di Renata la sollevò dallo stipite e la gettò a pancia in giù sul letto, accanto a noi. Allungò una mano e mi sfiorò una tetta, giocando con il capezzolo tra pollice e indice. Non mi tirai indietro. Renata allungò la sua e mi accarezzò il viso, poi mi passò il pollice sulle labbra e io glielo succhiai, senza pensarci, come si succhia un cazzo.

—Stai bene? —chiese.

—Sto benissimo —risposi.

Tomás accelerò il ritmo, spingendo più forte, con le palle che mi colpivano il culo a ogni spinta. Il suo amico continuava a stare dentro Renata, tenendola per i capelli, tirandoli per inarcarla e scoparla più profondamente, senza smettere di guardarmi. Allungai la mano e accarezzai le tette di lei, gliele strinsi, le tirai i capezzoli, e lei accarezzò i miei, poi abbassò la mano fino a trovare il punto in cui il cazzo di Tomás entrava nella mia fica. Mi toccò il clitoride con due dita mentre lui mi scopava, disegnando cerchi al ritmo delle sue spinte, e io feci lo stesso con lei, infilando la mano sotto il suo corpo fino a trovarle la fica, sentendo come il cazzo dell’altro la apriva a ogni spinta. Tutti e quattro cominciammo a fare quello che stavamo facendo senza chiedere il permesso a nessuno.

A un certo punto Tomás mi girò e mi mise a quattro zampe, con le mani appoggiate alla testiera. Me lo infilò da dietro con una spinta, afferrandomi per i fianchi, e cominciò a scoparmi con forza, con la carne delle mie natiche che rimbalzava contro il suo bacino a ogni colpo. Renata, accanto a me, si mise nella stessa posizione. Restammo entrambe come davanti a uno specchio, inginocchiate, col culo sollevato e le tette penzolanti, ognuna con un cazzo dentro. Quello che successe dopo non si racconta bene. Spinte, mani che cercavano, urla incrociate. Il ragazzo di Renata allungò il braccio, mi cercò la bocca con due dita e me le infilò dentro; io gliele succhiai mentre Tomás continuava a prendermi da dietro. Renata si girò e mi baciò, a fondo, con la lingua, mentre entrambe incassavamo le spinte dei tipi che avevamo dietro. Ci succhiammo le lingue, la saliva ci sfuggiva dagli angoli della bocca e sentii il suo gemito penetrarmi dentro quando il suo ragazzo spinse più forte. Il ragazzo di Renata si teneva ai miei capelli per spingere la sua compagna con più forza, come se fossi una corda da tirare. Tomás, vedendo la scena, si allungò e afferrò una tetta di Renata, mentre lei afferrava il suo cazzo proprio nel punto in cui entrava e usciva dalla mia fica, aiutandolo a scoparmi e segnandogli il ritmo con la mano.

—Come urlate —disse a un certo punto.

—Stai zitto e continua —rispose Renata, e ridemmo entrambe come adolescenti, e io trovai divertente ridere mentre mi scopavano.

Il ragazzo di Renata venne con un lungo gemito, tirò fuori il cazzo e le svuotò la sborra sul culo, getti densi che le scivolarono lungo le natiche fino alla fica aperta. Tomás resistette ancora un po’, spingendo in un’ultima volata che mi lasciò senza fiato, stringendomi i fianchi con le dita finché capii che mi sarebbero rimasti i segni. Io venni prima di lui, urlando contro il cuscino, sentendo la fica chiudersi completamente intorno al suo cazzo in lunghi spasmi. Lui resistette ancora per due, tre spinte e tirò fuori il cazzo appena in tempo, venendomi sulla schiena, nella fessura del culo, con un ansito rauco. Tutti e quattro rimanemmo immobili per un po’, senza parlare, col respiro spezzato e la stanza che odorava di sesso e sudore.

***

Ripresi conoscenza poco alla volta. Ero nuda in un letto che non era il mio, con un’amica al mio fianco e due uomini che non avevo mai visto prima. Sentivo lo sperma secco sulla schiena, tra le gambe, e l’umidità che mi colava ancora lungo l’interno della coscia. Mi tirai su lentamente. Vidi il mio vestito buttato a terra, le mie mutandine infradito in un altro punto, i due telefoni che vibravano da qualche parte.

Il mio aveva cinque chiamate perse e messaggi di Camila che chiedeva se fossimo ancora vive. Sorrisi. Le risposi che eravamo insieme e che stavamo tornando da lei. Mi pulii come potei con un asciugamano trovato lì vicino e mi rivestii in silenzio. Renata fece lo stesso, col mascara colato e un sorriso idiota che non le andava più via dalla faccia. I ragazzi ci guardarono dal letto, nudi, ancora senza parole, coi cazzi afflosciati sulle cosce e i segni rossi delle nostre unghie sul petto e sulle spalle.

—Grazie —disse Tomás quando ormai ero sulla porta. Non capii se fosse ironico. Decisi di no.

—Grazie a te —gli risposi.

Scendemmo nell’atrio e camminammo in silenzio fino a trovare Camila davanti all’ingresso del locale. Quando ci vide, le bastò guardarci una volta. Una sola. Scoppiò a ridere.

—Non raccontarmelo adesso —disse.

—Te lo racconto adesso —rispose Renata.

E cominciò a raccontarglielo. Io le camminavo accanto in silenzio, con l’aria fresca dell’alba che mi saliva nella scollatura, sentendo ancora il bruciore del sesso tra le gambe e lo sperma ormai secco appiccicato alla pelle, e pensai che un giorno avrei dovuto raccontarlo a qualcuno. Non immaginavo ancora che quel qualcuno sarebbe stato Mateo, né che lui mi avrebbe chiesto di ripeterglielo, né che ogni volta che lo racconto la mia voce torna a tremare un po’ quando arrivo alla parte dello stipite della porta.

—Andiamo? —disse Camila.

—Andiamo —dissi io.

E ce ne andammo tutte e tre, lentamente, lungo una strada deserta, con la sensazione che il sabato mattina sarebbe stato diverso.

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