La mia amica mi convinse a provare qualcosa per la prima volta
Ero curiosa e avevo un po’ paura, ma quando mi inginocchiai davanti a lui capii che non sarei tornata indietro. Quel pomeriggio imparai qualcosa di nuovo su me stessa.
Ero curiosa e avevo un po’ paura, ma quando mi inginocchiai davanti a lui capii che non sarei tornata indietro. Quel pomeriggio imparai qualcosa di nuovo su me stessa.
La vedevo da settimane al semaforo, con quei pantaloncini di jeans e quel sorriso stanco. Quel pomeriggio osai parlarle, senza immaginare fin dove saremmo arrivati.
Mi serviva solo un bagno in quel pomeriggio di caldo. Quello che quel vecchio dell’officina fece col cellulare mi lasciò in balia sua per giorni.
Dormivo tra le stelle da vent’anni. La prima donna che mi sorrise su terraferma mi trascinò in un bagno senza che potessi dire di no.
Le ho detto che non mi veniva in mente nulla da scrivere. Si è alzata dalle mie gambe, ha lasciato cadere i vestiti a terra e mi ha ordinato con un sorriso: «Descrivimi».
Quella mattina mi sono svegliato con un’idea fissa in testa e, per la prima volta, non l’ho scacciata. Quello che ho fatto da solo mi costa ancora confessarlo ad alta voce.
Da settimane notavo come mi guardava l’amico di mio marito. Quella sera, da soli nel patio, capii che nulla di ciò che stava accadendo era casuale.
Avevo il turno di notte e una sola regola: non mescolarmi con gli ospiti. La infransi la prima alba, e poi ogni notte di quella settimana impossibile.
Tra una mail e l’altra, con la porta chiusa e il cronometro in funzione, da anni perfeziono una routine che non ho mai raccontato a nessuno. Fino a oggi.
Partì con bluse austere e un corpo stanco di aspettare. Ciò che trovò a casa dell’amica la cambiò per sempre, anche se non osò mai raccontarlo.
Parcheggiò davanti al palazzo, si guardò nello specchietto e non riconobbe la donna che le restituiva lo sguardo. Quella sera aveva deciso di smettere di essere la moglie perfetta.
Avevamo pianificato quella notte per una settimana: suo marito al calcio, mia moglie a lezione. Quello che non avevamo calcolato era quante volte ci avrebbero interrotto.
Erano le 18:53 quando suonò il citofono. Dopo tre settimane di attesa, eccola lì, seria ed elegante, pronta a rispettare tutte le sue condizioni.
Lo immaginavo da anni dall’altra parte della parete. Quella notte, sola a casa di mia zia, fu lui a suonare il campanello.
Attraversammo il parco al buio e, prima che me ne rendessi conto, era in ginocchio davanti a me con un sorriso che ancora non riesco a togliermi dalla testa.
La incontrai nelle docce comuni e, senza pensarci troppo, decisi di provocare la situazione. Quello che successe dopo trasformò una vacanza noiosa in qualcosa che non riesco ancora a togliermi dalla testa.
Abbassai il chiavistello, mi inginocchiai sulle piastrelle fredde e seppi che gli avrei obbedito fino in fondo, anche se chiunque poteva entrare nel bagno accanto.
Il rumore veniva dalla palestra. Samanta pensò ai ladri; ciò che vide dietro la porta socchiusa le tolse il fiato e cambiò ciò che provava per sua madre.
Era appoggiata al muro, a guardare il cellulare, con un vestito nero che le stava troppo bene. Non fumava. Aspettava soltanto, e io ancora non sapevo chi.
Siamo usciti quasi senza salutarci. In macchina, con la rabbia che mi bruciava ancora dentro, decisi di ricordargli a chi apparteneva quella notte.