La visita della mia infermiera in ospedale
Ero immobilizzato a letto quando una falsa infermiera entrò nel cuore della notte, chiuse la porta a chiave e disse che era venuta a prendersi cura di me a modo suo.
Ero immobilizzato a letto quando una falsa infermiera entrò nel cuore della notte, chiuse la porta a chiave e disse che era venuta a prendersi cura di me a modo suo.
Ogni messaggio sullo schermo la avvicinava sempre di più a me, finché mi diede appuntamento nel bagno del terzo piano e capii che non si poteva più tornare indietro.
Ricordo ancora come mi guardò prima di scendere dal letto e dirmi a bassa voce che quella notte tutto il suo corpo era mio.
Lo guardai allontanarsi in ascensore pensando di essermi reso ridicolo; quando il campanello suonò di nuovo, ero ancora nudo e più arrapato di prima.
Sono andata per venti euro e per il vizio di lasciarmi usare, ma quando ho riconosciuto quella furgonetta ho capito che quella notte sarebbe sfuggita di mano.
Entrò sconfitto nello studio, e io volevo solo consolarlo; non immaginavo che sarei finito in ginocchio tra le sue gambe.
Entrò quando i colpi mi dolevano ancora, si sedette sulle mie gambe e mi fece capire chiaramente che non era venuta a congratularsi.
Quando mi disse di non aver mai visto una verga, capii che quella notte non sarebbe tornata a casa la stessa donna.
Lo vidi fermarsi accanto alla panchina per allacciarsi il laccio e, in pochi secondi, smisi di pensare da corridore e iniziai a guardare da uomo eccitato.
Lo riconobbi in fondo alla festa e non immaginai che saremmo finiti soli, con le mani tremanti e il cazzo duro dentro la mia macchina.
Dopo essere venuta diverse volte, la fica continuava a pulsarmi e avevo un’unica idea fissa: smettere di toccarmi da sola e chiederle di venire a prendermi.
Entrai a farmi tagliare i capelli prima della libera uscita e ne uscii sapendo chi mi avrebbe succhiato, chi mi avrebbe aperto il culo e con chi sarei finito in macchina.
Quando mi disse che voleva fare pratica con me prima di andare a un workshop, capii che quella notte non sarebbe stata come le altre.
Si sedette accanto a me quando spensero le luci e, prima di mezzanotte, stavo già immaginando la sua mano che mi sollevava il vestito.
Uscii dal lettino infiammata, bidonata dall’app e così eccitata che finii per chiamare proprio chi non avrei dovuto.
Ogni volta che giuravamo di chiudere, bastava uno sguardo per ritrovarci di nuovo chiusi dentro, sudati e a scopare come se ci odiassimo.
Mi portò dal portico al bagno senza lasciarmi la mano, chiuse la porta e mi guardò allo specchio come se sapesse già come sarebbe finita.
Uscii dal bagno ancora bagnata tra le gambe, e lui capì dalla mia faccia che ricordare altri uomini mi aveva fatto tremare.
La terza volta che ci incontrammo, il suo sorriso durò troppo a lungo e capii che il caffè non era più una scusa.
Quel rigonfiamento duro sul treno non mi sfiorò soltanto il culo: mi aprì una porta che non sono più riuscita a chiudere.