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Relatos Ardientes

Quello che ho imparato facendo da passivo a un uomo più grande

Ci sono cose che non entrano in un racconto generale. Il primo che ho pubblicato su questo argomento era più che altro una panoramica, un’introduzione senza troppi dettagli. Ma ci sono sfumature rimaste non dette, e quelle sfumature sono, molte volte, la cosa più importante di tutte.

Scrivo questo per quelli che vogliono fare da passivi e non sanno bene com’è la cosa dall’interno. Non l’atto in sé, perché di informazioni su quello ce n’è in abbondanza, ma la dinamica, lo stato mentale, ciò che nessuno spiega perché nessuno ne parla seriamente. Cosa significa davvero cedere il culo a qualcuno e farlo bene, senza che risulti scomodo o goffo per nessuno dei due.

Io ricevo soltanto cazzi. È sempre stato così. Non è una preferenza che abbia dovuto scoprire col tempo: l’ho saputo fin dall’inizio, dalla prima volta che ho sentito un cazzo aprirmi, e da allora non ho fatto altro che offrire il culo.

C’è qualcosa che cambia completamente quando scopi con qualcuno di cui ti fidi, qualcuno che conosce già il tuo culo dall’interno. Con uno sconosciuto bisogna spiegare, calibrare, negoziare in silenzio ogni spinta. Con qualcuno che te lo infila da tempo, non serve più niente di tutto questo. Lui sa come ti piace che ti scopi perché l’ha visto. Tu sai come ti afferrerà per i fianchi prima ancora che lo faccia. Quella familiarità è, paradossalmente, ciò che fa sì che ogni scopata sia diversa dalla precedente.

***

L’uomo che viene a scoparmi ogni tanto ha più anni di me. Non molti di più, ma abbastanza da farsi notare nel modo in cui prende il controllo. Non chiede il permesso. Non propone né domanda. Arriva, mi guarda per un momento con quella faccia di chi sa già che tra dieci minuti avrà il cazzo sepolto nel mio culo, e tutto ciò che c’è da dire è già stato detto.

La prima cosa che fa è sempre la stessa: mi mette di spalle a lui e mi abbassa i pantaloni con una calma che trovo più eccitante di qualsiasi altra cosa abbia mai provato. Le sue mani vanno direttamente dove devono andare, senza giri di parole, senza fingere di fare altro. Mi apre le natiche proprio lì, senza essere nemmeno arrivati in camera da letto, e mi passa il pollice sul buco del culo stringendolo un po’, tastando, marcando il territorio. A volte si tira fuori il cazzo e me lo appoggia tra le chiappe sopra la biancheria, duro, caldo, e me lo strofina lentamente perché senta cosa mi aspetta. Non come qualcuno che ha fretta, ma come qualcuno che sa esattamente che cazzo ha e vuole ricordarlo a entrambi.

Camminiamo così fino alla camera da letto, io con i pantaloni abbassati a metà e la sua mano a dettare il ritmo sui miei fianchi, l’altra a volte infilata tra le natiche con un dito già premuto contro l’ingresso. Durante quel tragitto non dico mai niente. Nemmeno lui. Sappiamo entrambi dove stiamo andando e non c’è bisogno di dirlo a parole.

C’è una cosa a cui sto sempre attento: non voglio che mi veda il cazzo duro. Non so esattamente perché, e ho smesso di cercare di spiegarmelo. Non è vergogna. È piuttosto che la mia erezione appartiene a me, che la sottomissione ha un limite invisibile e quello è il mio. Me lo masturbo quando mi sta scopando, ma preferisco farmi una sega fuori dal suo campo visivo, con la mano infilata sotto il corpo mentre lui mi sbatte da dietro. Lui lo sa e lo rispetta senza che ne abbiamo mai parlato. È una delle cose che funzionano quando ti lasci scopare a lungo dallo stesso tipo: certe cose si capiscono senza dirle.

***

La prima volta che ha provato a infilarmelo senza lubrificante sono rimasto paralizzato per un secondo. Solo saliva, uno sputo suo tra le mie natiche e un altro passato sulla punta del cazzo, nient’altro. Fisicamente è quasi impossibile che funzioni, e le poche volte che ci ha provato ha dovuto abbandonare l’idea a metà, col cazzo appena piantato all’ingresso e io che mordevamo il cuscino cercando di aprirmi per lui. Ma il tentativo ha un suo peso. Spinge lentamente, preme tutta la cappella contro il buco del culo, sente che cede di un centimetro e poi si blocca, e nonostante tutto insiste, dandomi piccole spinte brevi per vedere fin dove arriva prima che il corpo lo ricacci fuori. L’idea che il mio culo sia suo e che possa provare a sfondarmelo come vuole, anche se non ci riesce, fa parte della dinamica tanto quanto tutto il resto.

Io lo lascio provare. Non oppongo resistenza. Stringo i denti e rilasso lo sfintere più che posso, anche se so che non entrerà tutto. È questo che significa essere davvero passivo, non avere soltanto un cazzo dentro, ma avere l’atteggiamento che lo accompagna. Il ruolo non consiste nell’obbedire agli ordini. Consiste nel far sentire all’altro che il tuo culo è suo, che non c’è barriera che non sia la benvenuta, che se vuole scoparti a secco può provarci e se vuole sputarti addosso e riprovarci può farlo.

La sottomissione, per me, non ha niente a che fare con l’umiliazione. Non m’interessa essere umiliato. M’interessa cedere la fica, il culo, la bocca, in modo genuino, senza recitare, senza teatralità. Lui viene quando può, mi scopa come vuole, viene dove vuole e se ne va quando ha finito. Che io avrei preferito farmi succhiare più a lungo prima o meno intensità nelle ultime spinte è un dettaglio secondario. Non chiedo niente. Mostro ciò che mi piace senza dirlo, inarcando la schiena, allargando di più le gambe, spingendo il culo all’indietro quando voglio che entri più a fondo, e poi lui sceglie cosa fare di quell’informazione.

***

Quando è dentro, il silenzio è quasi assoluto. Si sentono soltanto i rumori propri del corpo, gli unici onesti: lo sciabordio del lubrificante mescolato alla saliva ogni volta che il suo cazzo entra fino alle palle, il colpo secco dei suoi fianchi contro le mie natiche, il mio respiro spezzato quando arriva in fondo. Lui ringhia prima di venire, non in modo studiato ma perché non riesce a farne a meno, e quel ringhio gli sfugge dal fondo del petto mentre le spinte diventano più brevi e più rabbiose. Quel suono è probabilmente la cosa più sincera che esista in tutta la situazione. Non c’è nessuna recita. È il corpo che fa ciò che fa quando il cazzo non controlla più niente.

Ci sono momenti in cui entra più a fondo di quanto si crederebbe possibile, quando mi afferra per la nuca e mi spinge la faccia contro il materasso mentre lui sprofonda fino all’ultimo centimetro di cazzo. La sensazione non è esattamente dolore né esattamente piacere. Sono entrambe le cose mescolate in un modo che il corpo non sa classificare bene, una fitta in fondo al culo che si trasforma in un calore sordo che mi si allarga dentro, e quella confusione ha qualcosa di assuefacente. In quei momenti mi sfugge qualche gemito, qualche parola isolata — cazzo, così, infilamelo tutto — non deliberatamente, ed è proprio questo che piace di più a lui. Sapere di essere arrivato a quel punto senza che io abbia potuto controllarlo, che mi sta scopando così a fondo da non lasciare più alcun filtro tra ciò che sento e ciò che mi esce dalla bocca.

A volte me lo tira fuori completamente, si ferma un secondo a guardarmi il buco del culo aperto e lucido, e me lo reinfila con un’unica spinta fino alla base. Quel primo colpo, quando rientra tutto, mi strappa sempre lo stesso grido soffocato. Gli piace farlo due o tre volte di seguito, tirarlo fuori e piantarlo di nuovo, e sento dal ritmo quando sta per venire perché smette di giocare e comincia a scopare sul serio, senza pause, impalandomi con spinte brevi e rapide che fanno cigolare il letto.

Quando viene dentro, non si ferma. Le prime volte mi ha sorpreso che continuasse a muoversi anche dopo. Più lentamente, sì, ma senza tirarlo fuori, spremendo fino all’ultima goccia di sperma dentro di me. Sento gli spasmi del suo cazzo che si svuota contro la mia prostata, gli schizzi caldi che escono uno dopo l’altro, e lui sopra di me che respira forte, con le dita conficcate nei miei fianchi. Lo sperma fa da lubrificante e l’attrito scompare quasi del tutto. La sensazione cambia radicalmente: ciò che prima faceva fatica ora entra ed esce con una facilità oscena, con uno sciabordio umido che contrasta con tutto quello che è venuto prima. Quella parte, la fine, è forse quella che mi piace di più. Il corpo ha lasciato andare tutta la tensione e ciò che resta è soltanto il suo peso sopra di me, il cazzo ancora duro che scivola nella propria sborra e quel movimento lento che si spegne da solo, senza fretta, finché lo tira fuori e sento lo sperma cominciare a colarmi lungo l’interno della coscia.

***

C’è qualcosa che non faceva parte del piano originale e che è diventato un altro elemento di tutto questo: ci siamo visti in situazioni sociali. Lui con la sua gente, io con la mia, in contesti del tutto normali. Un saluto di due minuti, una conversazione sul nulla, e tutti e due consapevoli di ciò che sappiamo. Io so che odore ha il suo cazzo quando glielo metto in bocca. Lui sa esattamente come si apre il mio culo quando ci appoggia sopra la punta.

Non so se per lui sia un peso. A me provoca qualcosa che non so classificare del tutto. Non è esattamente senso di colpa. Ma non è nemmeno puro perversione, anche se ce n’è, e parecchia. È piuttosto la consapevolezza che tutto ciò che esiste ha due strati, e che la maggior parte della gente ne vede soltanto uno. C’è qualcosa di curiosamente piacevole in questa consapevolezza, nel portarti quel segreto a casa e non doverci fare niente, se non masturbarti quella sera pensando all’ultima volta che ti ha riempito il culo di latte.

Quello che posso dire è che la volta successiva che viene, dopo uno di quegli incontri sociali, qualcosa cambia nel modo in cui scopa. Come se avesse bisogno di riaffermare qualcosa che non può dire in altro modo. Ci mette più tempo. È più intenso. Mi afferra i capelli più forte, me lo infila più a fondo, mi fa succhiarglielo più a lungo prima di mettermelo nel culo. Sembra che si diverta di più a spezzarmi in due, anche se non lo dice né lo riconosce mai a parole.

***

Ogni tanto non finiamo in quel modo. A volte vuole soltanto che glielo succhi, e in quelle occasioni la dinamica cambia un po’, perché con la bocca c’è più spazio per fare qualcosa di attivo, per partecipare invece di limitarsi a offrire un buco. Gli afferro le palle con una mano mentre glielo succhio tutto, sento come gli si tendono quando sto per farlo venire, gli passo la lingua sotto il glande e lui rabbrividisce. In fondo non è tanto diverso, ma la posizione è un’altra e il controllo viene distribuito diversamente: io in ginocchio davanti a lui, il suo cazzo che mi riempie la bocca fino alla gola, e lui con le mani sulla mia nuca a dettare il ritmo ma lasciandomi, in fondo, fare ciò che voglio con il suo cazzo.

Ci fu un pomeriggio in particolare che non dimentico. Avevo deciso, senza dirglielo, che avrei visto fin dove riuscivo a portarlo. Ho cominciato a succhiargli il cazzo lentamente, con tutta la bocca, succhiando dalle palle fino alla punta, avvolgendoglielo di saliva. Ogni volta che sentivo che si avvicinava al limite, che le palle gli si stringevano contro il corpo e che il cazzo cominciava a pulsargli sulla lingua, mi fermavo di colpo. Glielo tiravo fuori dalla bocca e ci soffiavo sopra, oppure gli passavo la lingua molto lentamente sul frenulo senza rimetterglielo dentro. Aspettavo che la tensione calasse un po’. Ricominciavo, ingoiandolo di nuovo tutto, finché la punta gli colpiva il fondo della gola e lui lasciava sfuggire un ansito. L’ho fatto diverse volte di seguito, più di quanto avessi programmato, perché ogni volta che stavo per lasciarlo venire mi veniva voglia di tentare ancora una volta, di tenerlo così per un altro po’, sull’orlo, col cazzo gonfio e rosso puntato contro la mia faccia.

Lui ha resistito molto più di quanto pensassi. Ha cominciato a sudare. Gli hanno iniziato a tremare le cosce. Il cazzo gli gocciolava di pre-cum sul labbro e io glielo ripulivo con la lingua prima di ingoiarlo di nuovo. A un certo punto ha detto qualcosa, poche parole, a bassa voce, con la voce rotta, che non ce la faceva più. Che dovevo ingoiarglielo. Che dovevo finire una buona volta, cazzo.

Era passata più di un’ora da quando avevamo iniziato a succhiarglielo.

Quando finalmente l’ho lasciato venire, quando gli ho finalmente affondato la bocca fino in fondo e gli ho stretto le palle, la reazione è stata qualcosa che non avevo mai visto con quella intensità. Era sdraiato, con la schiena arcuata, aggrappato alle lenzuola. Ho chiuso gli occhi quasi d’istinto, non del tutto preparato a ciò che sarebbe arrivato. Il primo schizzo mi ha colpito il palato con una forza che non mi aspettavo, caldo e denso, e poi ne è arrivato un altro, e un altro ancora. Ho aperto un po’ la bocca per la sorpresa, e alla fine l’ho aperta di più perché mi vedesse bene mentre continuava a venire, senza fermarsi, schizzo dopo schizzo a riempirmi la lingua, per più tempo di quanto mi aspettassi. Dello sperma mi è colato dall’angolo delle labbra, una goccia densa mi è scesa sul mento. Lui mi guardava con gli occhi socchiusi. Quando ha finito, col cazzo ancora grondante di residui, me lo sono rimesso in bocca e gliel’ho ripulito lentamente, con calma, succhiando fino all’ultima goccia, finché non è rimasto più niente e lui ha dovuto spostarmi la testa perché non sopportava più lo sfregamento.

Dopo non abbiamo detto niente. Non ce n’era bisogno.

***

Non so se questo possa servire a qualcuno per decidersi o per capire qualcosa a cui stava già pensando. Non lo scrivo come guida né come raccomandazione. Lo scrivo perché esistono realtà vissute da molte persone che tuttavia non vengono mai dette ad alta voce, come se metterle in parole le rendesse troppo concrete.

Quello che posso dire, con la distanza di chi ha ripetuto tutto questo molte volte con lo stesso cazzo dentro, è che la preparazione conta meno di quanto si creda all’inizio. Anche la tecnica. Ciò che fa davvero la differenza è trovare qualcuno con cui non devi spiegare niente, qualcuno che sappia come aprirti il culo senza che tu glielo dica, perché lo capisce già.

Tutto il resto, col tempo, la fiducia e abbastanza sborra dentro, viene da sé.

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