L’asciugamano della mia vicina è caduto davanti a me
Una raffica di vento le strappò l’asciugamano all’ultimo gradino. Lei non si coprì. Si limitò a guardarmi, come se aspettasse da settimane che scendessi a quell’ora.
Una raffica di vento le strappò l’asciugamano all’ultimo gradino. Lei non si coprì. Si limitò a guardarmi, come se aspettasse da settimane che scendessi a quell’ora.
Da anni fingevo con il mio ragazzo. Quella notte, dall’altra parte del bar, c’era l’unico uomo che sapesse davvero ciò che il mio corpo chiedeva.
Tra il vapore della sauna lei abbassò lo sguardo verso il mio asciugamano e sorrise, come se sapesse esattamente cosa stava per succedere tra noi.
Dal mio balcone si vedeva il suo letto. Quella sera uscii a prendere aria come sempre, senza immaginare che avrebbe acceso la luce e si sarebbe spogliata davanti a me.
Spensi il telefono con sessanta chiamate perse del mio fidanzato, accesi le candele e aspettai in cima alle scale che suonasse il campanello.
Quando bussarono alla porta quel pomeriggio, capii che lui aveva visto tutto: la parrucca, il vestito, la donna che nascondevo. E nei suoi occhi non c’era derisione, ma fame.
Lo vidi scendere dall’auto con quel completo chiaro e capii che quella notte non avrei dormito da sola nell’appartamento preso in prestito.
Avevo sentito ogni parola oscena che avevano detto sul mio corpo, convinti che non li capissi. Quando mi alzai e parlai nella loro lingua, diventarono rossi in viso.
Tornai prima del previsto, aprii la porta di casa e capii che il silenzio tra noi aveva un nome, una voce profonda e un sorriso che non era per me.
Sorteggiammo le squadre e capitai con lei. Dopo pochi minuti capii che si era accorta di tutto e che le piaceva guardare tanto quanto a me piaceva essere guardata.
Sapevo esattamente cosa provocavo accavallando le gambe davanti alla sua scrivania. Quello che lui non sapeva era la sorpresa nascosta sotto la gonna.
Non la vedevo da più di quattro anni. Comprai un biglietto per il suo spettacolo senza immaginare cosa sarebbe successo dopo, a notte fonda, a casa mia.
Erano le nove di domenica mattina e in strada c’ero solo io. Per questo fui l’unico a vederla uscire dal negozio quasi nuda, senza sapere che la stavo osservando.
Ci eravamo misurati in silenzio per metà della vita. Finché la donna che lui inseguiva bussò alla mia porta in una notte d’agosto e scelse di restare.
Ci scambiammo un solo sguardo tra gli appendiabiti e capii che quel pomeriggio non sarei tornata a casa la stessa. Nemmeno lui lo sapeva ancora.
Prendo la pillola, scelgo con cura e mi lascio andare. L’eccitazione non sta nel rischio, ma nel perdere il controllo con chi sa esattamente cosa voglio.
Tre notti a dormire accanto a lui in quella cabina minuscola, finché una notte la sua mano enorme cominciò a percorrermi come se gli appartenessi già.
Non volevo che mi prendesse. Volevo che mi reclamasse, lentamente, finché smettessi di riconoscermi. Quella notte imparai che arrendersi è anche una forma di potere.
Alzai la persiana solo un poco, come sempre. Ma quella sera Marina era davanti allo specchio e, per la prima volta, non distolse lo sguardo dalla mia finestra.
Davanti allo specchio, mentre sistemo il reggicalze e la parrucca bionda, mi concedo il lusso più pericoloso: immaginare qualcuno che resti dopo.