La cameriera sottomessa alla festa di Vanesa
Teneva il vassoio tremando, la gonna che gli risaliva sulle cosce, mentre loro brindavano e ridevano. Quella notte non era un invitato: era il giocattolo della festa.
Teneva il vassoio tremando, la gonna che gli risaliva sulle cosce, mentre loro brindavano e ridevano. Quella notte non era un invitato: era il giocattolo della festa.
Ogni mattina entrava nell’edificio sapendo che tra le sue mani c’era il destino di ogni uomo che varcava quella porta. E le piaceva da morire.
Non so mai in che posizione finirò quando entro nella sua stanza delle corde. Oggi c’era un punto di sospensione già pronto, e io avevo solo un paio di mutandine che lui pensava di distruggere.
Passava i giorni a immaginare quel weekend: ogni ordine, ogni punizione, ogni limite infranto. Ho scritto tutto in un messaggio e ho premuto invio senza pensarci due volte.
Mi spogliai in silenzio, indossai le orecchie e il collare e mi infilai nel suo letto prima che si svegliasse. Gli dovevo troppo per continuare a fingere che volessi solo occuparmi di lui.
Chiusi gli occhi, sollevai il culo e aspettai di sentire la sua voce. Niente lingerie o civetterie: solo nuda e pronta perché mantenesse la promessa.
Accavallò le gambe lentamente perché lui notasse il pizzo nero sotto l'abito. Quella notte non sarebbe stato lui a comandare, anche se ancora non lo sospettava.
Cinquecento euro per lasciarsi colpire proprio dove faceva più male. Accettò senza pensarci, convinto che tre donne non potessero fargli troppo male. Si sbagliava.
Abbassai i pantaloni macchiati di caffè convinto che fosse il mio grande momento. Non sapevo che proprio allora sarebbe entrata sua sorella maggiore.
La conobbi in un’app di lettura. Capelli neri, alta, intimidatoria. Accettai di essere la sua sottomessa perché non credevo che una donna così mi guardasse due volte.
Mancavano due ore alla videochiamata e il mio corpo già tremava. Non mi sarei toccata neanche una volta; bastava scrivere ciò che dovevo fare su me stessa.
Mi inginocchiai al centro del salone mentre loro decidevano, frase dopo frase, come mi avrebbero trasformata. E io potevo solo desiderare che cominciassero subito.
La vidi leggere sull’ultimo treno del pomeriggio, fragile e indifferente a tutto. Non immaginava che quel «ciao» sarebbe stato il primo di tanti ordini.
Non l’ho mai visto di persona. Mi sono bastate le mie parole, un altare di candele e la certezza che un uomo può inginocchiarsi davanti a qualcuno che non gli restituirà mai il gesto.
Gli concessi trenta giorni per dimostrarmi che serviva a qualcosa. La prima notte non gli permisi di toccarsi: solo accendere una candela, obbedire e attendere la mia punizione.
Le dissi che cercavo qualcosa di più forte di lei, molto più forte. Non si scandalizzò. Sorrise e disse di conoscere un posto dove era possibile.
È salita sul palco con un vestito rosso e una voce impossibile. Non immaginava che cantare così bene sarebbe stata la trappola con cui il suo produttore l’avrebbe rinchiusa per sempre.
Saliò nella mia lancia credendosi il padrone del fiume. Quando toccammo terra, era già nostro: lei rideva accanto a me e lui non immaginava ciò che lo aspettava.
Quando entrai nella villa c’erano solo trenta uomini in abito elegante e un bicchiere ad aspettarmi. Mi ci volle poco per capire per cosa mi avessero pagata tanto.