Le ormoni mi hanno resa la donna di Mateo
Gli promisi che sarei stata la sua donna a qualsiasi prezzo. Non sapevo che ogni dose mi avrebbe cancellata, fino a quando il mio stesso corpo smise di appartenere a me.
Gli promisi che sarei stata la sua donna a qualsiasi prezzo. Non sapevo che ogni dose mi avrebbe cancellata, fino a quando il mio stesso corpo smise di appartenere a me.
Non mi chiamò per nome la prima volta. Mi guardò tutta, senza morboso interesse né pietà, come se il mio corpo non fosse un problema da risolvere.
Avevo accettato un incontro sull’app tra venti minuti. Non immaginavo che quella stessa notte uno sconosciuto avrebbe deciso per me cosa fare del mio corpo e a chi consegnarlo.
Spengo la luce, apro il racconto e lascio che la mia mano scenda. Nella mia testa c’è sempre qualcuno nell’angolo della stanza, a guardarmi, in attesa di entrare.
Dopo otto anni all’estero, sono tornata donna. Ma appena ho varcato la porta di casa, la prima cosa che ho trovato è stata la fame di Mauricio.
Da settimane mi immaginavo con vestiti da donna. Quella notte mi misi una lingerie rossa di fettucce, scattai una foto e attesi che qualcuno mi scrivesse qualcosa di proibito.
Sono tornato dopo vent’anni in una città del sud. Quella notte, in un hotel della zona rossa, due sconosciute decisero che non avrei dormito da solo.
Lo trattavano come un mobile, sicurissime che nulla di ciò che facevano lo toccasse. Ci misero settimane a scoprire quanto si sbagliavano.
Quando l’anestesia svanì e aprì gli occhi, era già nudo, ammanettato a una sedia e circondato da quattro donne che aspettavano quel momento da un mese.
Sono arrivato alle due di notte con la bocca secca e un solo pensiero in testa: quella sera non avrei posto alcun limite, qualunque cosa accadesse tra i padiglioni.
Mi piaceva sentirmi guardata, desiderata, scelta tra tutte. Quella notte un uomo di campagna mi portò via dalla pista e senza ritorno.
Non aveva mai visto un uomo come Lamine, e dal primo giorno capì che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di tornare a casa sua.
Non lessi nemmeno le clausole. Sapevo cosa volevo: vivere con lui, fare del suo corpo quello che mi andava e, quando fosse morto, prendermi tutto.
Fumavo dai diciotto anni e niente era riuscito a farmi smettere. Fino a quando mia moglie trovò quella dottoressa dai tacchi impossibili e dal sorriso da predatrice.
Sono una travestita nascosta. Da mesi obbedivo alle sue email quando mi scrisse che sarebbe venuto nella mia città, e capii che quel pomeriggio avrebbe fatto di me tutto ciò che mi aveva ordinato.
Chiusi la porta, lo baciai senza permesso e capii che quella volta non me ne sarei andata finché non avessi ottenuto esattamente ciò che ero venuta a cercare, con tutta la sala ad ascoltare.
Indossava un abito costoso e aveva uno sguardo che intimoriva tutti a tavola, ma non riusciva a smettere di guardarmi i piedi. E io sapevo esattamente cosa farne.
Da dieci minuti mi sbirciava i piedi dalla fermata dell’autobus. Non immaginava che avrei finito per portarlo a casa e metterlo in ginocchio prima di sera.
La saracinesca era a metà abbassata e la chiave girò due volte alle mie spalle. Sono andata lì senza anello e con dodici anni di silenzio sulla lingua.
Ogni notte mi sveglio madido di sudore con la stessa scena: la signora Vilma che chiude a chiave la porta, si infila i guanti e mi promette che stavolta non ci saranno risate.