Il gioco che ha risvegliato mia moglie in vacanza
Mi chiamo Darío e, a essere sincero, non avrei mai pensato di avere una storia del genere da raccontare. Sono vicino ai cinquanta, lavoro nella sicurezza, faccio sport e mi godo le cose semplici: una buona cena, un bicchiere di vino, un pomeriggio senza fretta. Sono sposato con Marina da quindici anni, è la mia seconda moglie. Lei ha quarant’anni, fa la fisioterapista, è minuta, bionda, con un corpo che lo yoga ha mantenuto sodo e due tette piccole che mi hanno sempre fatto impazzire.
Eravamo una coppia qualunque. Forse fin troppo qualunque. La routine ci stava spegnendo, senza che nessuno dei due lo dicesse ad alta voce.
Il Natale precedente avevo ordinato su internet un paio di giocattoli e un gioco di carte per adulti, con l’idea di ritrovare un po’ di scintilla. Lo aprimmo, ridemmo, scherzammo su come usarlo e finì tutto in un cassetto. Lì rimase fino a Pasqua, quando lo trovai mentre cercavo tutt’altro.
—Avresti il coraggio di provarlo al centro commerciale? —le chiesi, mostrandole un piccolo vibratore con telecomando.
Marina all’inizio si oppose. La convinsi. Lasciò che glielo sistemassi io stesso, e ci eccitò talmente tanto che rischiammo di non uscire di casa. Sentii le sue cosce irrigidirsi sotto le mie mani, la fica già bagnata ancora prima di chiudere il gancetto della sua biancheria, e quando provai il comando in cucina le cedettero le ginocchia. Mi guardò con il respiro spezzato, stringendo le labbra per non gemere, e io sentii la mia cazzo indurirsi solo a vederla ingoiare l’orgoglio e lasciarmi fare. Quei trenta minuti prima di uscire furono un dannato incendio: un tocco qui, una vibrazione breve là, lei che si sporgeva sul bancone per dissimulare, io che le infilavo la mano sotto la vita e sentivo il calore della sua figa pulsare contro l’aggeggio. Quando finalmente uscimmo di casa, eravamo tutti e due fradici di desiderio, come ragazzini fuori di testa, e avevo ancora le mani in fiamme per averle palpato le tette sotto la camicetta mentre fingevamo normalità.
***
Girammo i negozi tra acquisti e sguardi complici. Di tanto in tanto premevo il pulsante e la vedevo tendersi, mordersi il labbro, fingere di osservare una vetrina mentre una scarica le attraversava l’interno del corpo. Lo facevo sempre quando nessuno guardava, e lei si vendicava con gli occhi ogni volta che riprendeva fiato. Indossava una camicetta nera quasi trasparente e una gonna corta, e sapevo che sotto non c’era molto da scoprire. Ogni sussulto me la faceva venire ancora più voglia, e cominciavo a capire che il gioco ci sarebbe sfuggito di mano. Le sentivo la fica zuppa persino quando camminava al mio fianco: il lieve ondeggiare dei fianchi, il tremore delle cosce, il modo in cui si bagnava le dita passandosele sulla nuca e mi piantava addosso uno sguardo sporco, di sfida, come a dirmi di osare ancora. Io continuavo, naturalmente. Ogni scarica la faceva inarcare un po’ di più, chiudere forte le gambe, sfregarle tra loro in cerca di sollievo, e a me si riempiva la bocca di saliva solo a immaginarla nuda, aperta per me in qualche camerino lurido o sul sedile di un bagno qualsiasi.
Nella zona dei ristoranti premetti il comando proprio mentre pagava al banco, e il ragazzo che la serviva non capiva perché quella donna si reggesse al bancone con gli occhi chiusi. Quando tornò al tavolo mi guardò con una miscela di rabbia e desiderio che non le conoscevo. Aveva il petto che saliva e scendeva sotto il tessuto, le guance in fiamme, e il bordo della gonna incollato alle cosce per l’umidità.
—Ti ammazzo —sussurrò—. Quasi me ne sono venuta lì stesso.
—E perché non rimediare? —risposi.
Dieci minuti dopo eravamo chiusi nel bagno del locale. Lei appoggiò le mani al muro, io mi misi dietro, le alzai la gonna ed entrai senza trovare resistenza. Lo facemmo in fretta, in silenzio, trattenendo il respiro ogni volta che qualcuno passava oltre la porta. Le spostai le mutandine di lato con due dita, mi sistemai tra le sue natiche e le affondai il cazzo nella fica bagnata con una facilità che sorprese persino me. Marina si morse l’avambraccio per non gridare. La presi per i fianchi e cominciai a fotterla a colpi brevi e secchi, facendo sbattere il suo culo contro di me a ogni spinta. Lo specchio appannato ci restituiva un’immagine oscena: lei inarcata, ansimante in silenzio, io che la inculavo in piedi, con i pantaloni alle caviglie e l’odore acre del bagno mescolato a quello della sua eccitazione. Quando notai che si stringeva di più e mi graffiava il muro con le unghie, le portai una mano al clitoride sotto il ventre, sfregando in cerchio finché le cedettero le gambe. Chi era questa donna?, pensai mentre tornavamo all’auto abbracciati, vivi per la prima volta da molto tempo, e io avevo ancora lo sperma a metà corpo, che mi pulsava nei coglioni con la voglia di ricominciare.
—Questo è solo l’inizio —mi disse, accarezzandomi la gamba—. Aspetta le vacanze.
***
Avevamo prenotato una settimana in un resort per soli adulti sulla costa, lontano dal freddo del nostro paese nelle Asturie. Volevamo tranquillità, piscine senza bambini che corrono, giornate intere per noi. Arrivammo a mezzogiorno, disfemmo le valigie e scendemmo in acqua. Marina indossava un bikini minuscolo, di un rosa quasi fluorescente, che lasciava pochissimo all’immaginazione. Non fui l’unico a guardarla. Il tessuto le sprofondava tra le tette e le copriva appena il pube, così ogni volta che usciva dall’acqua i capezzoli e il monte di Venere le si disegnavano addosso come se il corpo reclamasse qualcosa di più. Non riuscivo a staccare gli occhi dalle sue cosce bagnate, dal luccichio salato sulla pelle e dal modo in cui si voltava apposta per far sì che il bikini le restasse ancora più provocante.
In piscina si avvicinò una ragazza giovane, rossa di capelli, pelle chiara e curve generose, che non avrebbe avuto più di ventitré anni.
—Ciao, sono Yaiza. Siete appena arrivati?
Aveva un naturale disinvolto che contagiava. Ci parlò di una piscina nascosta dietro la palestra, più tranquilla, e di una piccola cala nudista a venti minuti a piedi. Ci salutò ondeggiando, lasciando un invito sospeso nell’aria. Io la seguii con lo sguardo un attimo di troppo e Marina mi pizzicò la coscia sotto il tavolo, come avvertimento. Poi mi sorrise con una cattiveria deliziosa: stava già pensando a mettere le mani su quella situazione.
Quella sera, in un pub del paese, tre ragazzi un po’ ubriachi gironzolarono attorno a Marina mentre io ero in bagno. Quando tornai, invece di sentirsi a disagio, lei aveva la situazione sotto controllo. Gli disse, con un sorriso gelido, se davvero credevano di riuscire a starle dietro. Scapparono via. Non riconoscevo mia moglie, e mi piaceva da morire. La trovai seduta con le gambe accavallate, il bicchiere tra le dita, la scollatura che si alzava e abbassava con una calma che non aveva nulla a che vedere con l’immagine di moglie riservata che avevo conosciuto per anni. Quando mi avvicinai mi sfiorò l’inguine con la punta del piede e mi sussurrò che dopo mi avrebbe lasciato così secco che il giorno seguente non sarei riuscito nemmeno a camminare. Mi si rizzò subito.
Di ritorno in hotel ci imbattiamo in Yaiza e nelle sue amiche. Marina la invitò a bere qualcosa nel nostro bungalow e la ragazza accettò senza esitare. Tra il rum e la conversazione, quello che era iniziato come un gioco divenne qualcos’altro. Marina la baciò davanti a me, lentamente, senza staccare gli occhi dai miei. La lingua di Yaiza cercò la sua con fame, e io rimasi inchiodato a guardare come si sfioravano, come si afferravano per la nuca, come i capezzoli si marcavano sotto i tessuti umidi di caldo. Marina le passò una mano sulla vita, le alzò la maglietta e le strinse le tette con una confidenza brutale, e Yaiza gemette così piano che un brivido mi percorse la schiena.
—Ti piace guardare? —mi chiese—. Allora guarderai bene.
Mi fece sedere su una sedia e, prima che capissi cosa stesse succedendo, le due mi legarono i polsi allo schienale con un paio di foulard. Quello che venne dopo lo vissi come uno spettatore legato al proprio desiderio: le due donne che si spogliavano con calma, Marina che giocava con le tette enormi di Yaiza, le due che si alternavano portandosi al limite mentre io tiravo inutilmente i legacci. Marina si tolse la camicetta e lasciò cadere la gonna a terra, tranquillissima, e Yaiza si inginocchiò tra le sue gambe, affondando la bocca nella sua fica con fame, leccandola come se volesse berla tutta. Marina gettò la testa indietro, mi guardò oltre la spalla della ragazza e si aprì di più, offrendosi, mentre Yaiza la sorreggeva per i fianchi e le infilava due dita nel culo senza smettere di succhiarle il clitoride. Mi feci male tirando i foulard, con il cazzo duro e dolorante contro il tessuto dei pantaloni, vedendo mia moglie venire con un gemito soffocato, la faccia in fiamme, le gambe tremanti. Quando finalmente mi liberarono, Yaiza si vestì, mi baciò sulle labbra e sussurrò un «grazie, ne avevo bisogno» che allora non capii. Quella notte Marina mi salì addosso fino a lasciarmi senza forze, muovendo i fianchi su di me con una rabbia dolce, spaccandomi a forza di fica, di lingua e di unghie sulla schiena finché non mi svuotai dentro di lei con un ringhio.
***
Il giorno dopo andammo alla cala nudista. C’era pochissima gente, sparsa tra le rocce. Ci spogliammo del tutto e ci infilammo in acqua, dove Marina si avvolse alla mia vita con le gambe finché la penetrai lì stesso, mezzo nascosti, mezzo esposti. Il mare ci cullava i fianchi e io la reggevo da sotto il culo per dettare il ritmo, spingendo con cautela all’inizio e poi più forte, sentendo l’acqua infilarsi tra le nostre gambe e lei aprirsi per me a ogni colpo. Aveva la schiena contro una roccia tiepida, le tette che galleggiavano in superficie, e mi chiedeva di più stringendomi la nuca mentre il resto della spiaggia continuava per conto suo. Non sentimmo arrivare la coppia che si avvicinava da dietro.
—Caspita, voi sì che sfruttate la spiaggia! —rise la donna.
Erano Octavio e Vera, lui poco più che cinquantenne e lei sui quaranta e qualcosa, abbronzati e disinibiti. Octavio aveva un membro spropositato, di quelli che sembrano usciti da un film. Vera, rifatta e con qualche piercing che brillava sulla pelle, non staccava gli occhi dal mio corpo. Quello che successe dopo accadde con una naturalezza che ancora mi costa spiegare: Marina inginocchiata nell’acqua davanti a Octavio, Vera appiccicata alla mia schiena con la mano salda attorno al mio sesso, tutte e due a ridere, a scambiarsi sguardi come se facessero questo da anni. Vera mi accarezzò il cazzo con una sicurezza sfacciata, mi succhiò la punta per un momento e poi mi lasciò il controllo, mentre io vedevo Marina aprire le gambe per quel mostro di carne che Octavio portava tra le cosce. Lei lo prese in bocca con un misto di paura e fame, prima piano, poi sempre più a fondo, mentre lui le teneva la testa e le parlava all’orecchio. Io, dietro, sentivo la mano di Vera salire e scendere senza sosta, il pollice sfiorarmi il frenulo fino a farmi vedere nero.
Quando tutto finì, Octavio ci invitò a cena quella stessa sera. Dove ci stavamo cacciando?, pensai. Ma lo sguardo di Marina aveva già deciso per entrambi.
Prima di tornare, lei mi chiese, dietro alcune rocce, di restituirle il favore. Mi inginocchiai tra le sue gambe e lavorai con la lingua e le dita finché non si scompose con un grido roca, schizzandomi il viso con un getto tiepido. Era la prima volta che ci riuscivo con lei. Le separai le labbra con le dita, la leccai piano dall’ingresso al clitoride, infilai due dita dentro mentre l’altra mano le teneva il fianco, e alternai pressione e ritmo finché tutto il suo corpo cominciò a tremare. Quando arrivò, mi strinse la testa contro di sé e venne nella mia bocca, contorcendosi con un singhiozzo ruvido che mi lasciò la lingua inzuppata del suo sapore. Alzando lo sguardo, uno sconosciuto ci osservava a pochi metri di distanza, finendo di masturbarsi. Marina sorrise soltanto.
***
Cenammo con loro in una marisquería del porto e finimmo nel loro attico, un lusso impossibile con piscina a sfioro sul tetto, davanti al mare. L’alcol sciolse le lingue. Octavio non nascondeva ciò che voleva, e Marina, lungi dall’offendersi, stabilì le regole.
—Non ti serve il suo permesso —gli disse indicando me—. Ti serve il mio.
Ciò che seguì fu la notte più intensa della nostra vita. Prima nella jacuzzi, poi sul pavimento della terrazza. Vidi mia moglie offrirsi a un altro uomo a un metro da me mentre io affondavo in Vera, i quattro respiri che si mescolavano nell’aria tiepida dell’alba. Ci fu un momento in cui in quattro creammo qualcosa di difficile da esprimere a parole, mani e bocche dappertutto, Marina che finalmente provava quel membro spropositato che tanto l’aveva intimidita in spiaggia. Octavio la teneva seduta sul bordo della jacuzzi, le apriva le gambe con le mani e la prendeva fino in fondo con colpi lenti all’inizio, poi sempre più brutali, mentre lei gli graffiava le spalle e gli chiedeva di non fermarsi. Vera mi buttò a terra sulla terrazza, mi montò addosso e mi lasciò infilare il cazzo tra le sue gambe mentre mi succhiava il collo e mi guidava con i fianchi. Il calore dell’acqua, l’odore di cloro, il rum e il sale, tutto si mescolava con i gemiti di Marina quando Octavio le afferrò i capelli e le scopò la bocca prima, poi la fica, senza alcuna delicatezza, fino a farla tremare. Vedevo sul suo viso insieme il piacere e la resa, e mi bruciava il sangue.
Vera mi leccò il collo mentre venivo, e poi aiutò Marina a rialzarsi per baciarla con una calma che mi lasciò senza parole. Avevamo appena oltrepassato una linea senza ritorno. La cosa curiosa è che, invece del rimorso, ciò che provai fu una pace strana, come se finalmente fossimo sinceri l’uno con l’altra.
Quando restammo soli nella stanza degli ospiti, esausti e ancora eccitati, lei mi chiese qualcosa che non aveva mai osato chiedere.
—Voglio provarlo anch’io. Da dietro. Con te, solo con te.
Era la sua prima volta in quel modo. Lo facemmo piano, con pazienza, con molta attenzione, finché il suo corpo cedette e si abbandonò del tutto. Venì in un modo che non le avevo mai visto, mordendo il cuscino per non svegliare mezzo piano. Le preparai il culo con le dita, una, poi due, facendo scorrere saliva e respiro finché non smise di tendersi. Marina mi afferrò il polso, mi chiese di più, e quando la testa del mio cazzo cominciò a entrare da dietro emise un gemito spezzato, più di sorpresa che di dolore. Continuai poco alla volta, attento a ogni scossa, a ogni stretta del suo sfintere, finché la infilai tutta e potei inculare senza che spostasse i fianchi. Lo sfregamento la fece ansimare, tremare, chiedere più forte, e io finii a colpi brevi, affondando in lei mentre veniva con la faccia contro il cuscino, le mani aggrappate alle lenzuola e il corpo che si scuoteva come se le avessero aperto una paratia dentro.
—Come ho fatto a non provarlo prima? —mormorò prima di addormentarsi sul mio petto.
***
Octavio e Vera partirono in anticipo per un viaggio di lavoro a Milano, e Yaiza, che partiva lo stesso giorno, ci lasciò un indirizzo annotato su un tovagliolo.
—Se vi è rimasta voglia, dovete andare in questo posto. Fidatevi di me.
Era un club privato alla periferia, discreto, con sale a tema e privé. L’ultima sera di vacanza ci facemmo coraggio con un paio di drink ed entrammo. Marina lo percorse tutto con una calma nuova, come se aspettasse un posto così da anni. Passò oltre le cabine e le stanze buie e si fermò davanti a una porta nel seminterrato che andava prenotata a parte.
—Questa —disse—. E oggi comando io.
Per una volta, non mi chiese il permesso per niente.
—In ginocchio —ordinò, e la sua voce non ammetteva repliche.
Obbedii senza pensarci. Durante quei giorni avevo scoperto in me un lato sottomesso che non avrei mai sospettato, e Marina lo gestiva con una sicurezza che mi disarmava. Mi legò a una croce di legno, mi bendò gli occhi e mi portò sul limite tra piacere e un dolore misurato, calcolando ogni gesto, sussurrandomi all’orecchio chi comandava adesso. Sentivo il freddo delle sue mani, il contatto di qualcosa che non potevo vedere, la sua risata bassa ogni volta che il mio corpo si tendeva. Mi lasciò il cazzo eretto e sensibile, sfiorandomi con la punta delle dita, costringendomi ad aspettare mentre mi passava una corda intorno ai coglioni e mi parlava sporco, dicendo che adesso avrei imparato a ingoiare il desiderio senza aprire la bocca. Quando finalmente mi lasciò finire, lo feci con un’intensità che mi lasciò tremante, grato e completamente suo. L’orgasmo mi salì addosso come un colpo brutale; venni alla cieca, con la gola spezzata, sentendo gli spasmi nel ventre e la vergogna deliziosa di essere lì, legato e obbediente, mentre lei decideva quando e come toccarmi.
—Ti avevo detto di stare attento a quella storia che i miei desideri sono ordini —mi disse dopo, sciogliendomi con un sorriso—. L’ho presa alla lettera.
—E non pensi di fermarti? —chiesi, strofinandomi i polsi.
—Quando uno dei due vorrà, finirà tutto. Ma per ora non voglio. —Mi baciò lentamente—. Ti amo.
—Anch’io ti amo.
Il giorno dopo tornammo a casa, al freddo, alla solita routine. Solo che ormai niente era più uguale. Quella settimana non aveva solo risvegliato la donna che dormiva accanto a me: probabilmente aveva salvato il nostro matrimonio. E qualcosa mi diceva, mentre la vedevo dormire sul sedile del passeggero, che il meglio doveva ancora arrivare.