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Relatos Ardientes

La sfida silenziosa di due donne sulla spiaggia

La Caleta del Faro era una di quelle spiagge piccole che venivano raggiunte solo da chi sapeva cercarle. Niente chioschi, niente ombrelloni a noleggio, appena una striscia di sabbia dorata incastrata tra due bracci di roccia. Nel tardo pomeriggio, quando il sole cadeva obliquo e tingeva l’acqua di rame, restavano solo pochi bagnanti sparsi, perlopiù uomini, che fingevano di leggere o sonnecchiare mentre il caldo allentava i corpi.

Mireia arrivò per prima. Aveva i capelli corti, quasi à la garçon, e una pelle olivastra che sembrava assorbire la luce invece di rifletterla. Stese il suo asciugamano senza fretta, come chi marca un territorio, e si sfilò il vestito di gasa da sopra la testa con un solo gesto. Sotto portava un bikini nero minuscolo. Nessuno attorno a lei smise di guardare, anche se tutti finsero il contrario.

Non cercava nulla di preciso. Le piaceva sentire il peso degli sguardi sulla schiena, quella corrente tiepida che la attraversava e la faceva sentire sveglia. Si sdraiò a pancia in su, chiuse gli occhi e lasciò che il mormorio del mare e quello delle voci altrui si mescolassero in un unico ronzio.

Daniela comparve venti minuti dopo, al braccio di suo marito. Era bionda, con una lunga chioma e seni generosi che il bikini conteneva appena. Camminava con la sicurezza di chi è abituata a essere la più notata in qualunque posto entri. Ma quel pomeriggio, attraversando la sabbia, notò qualcosa di diverso: le teste non si voltarono verso di lei. Si voltarono, sì, ma un istante dopo tornarono a posarsi sulla donna dai capelli corti che riposava pochi metri più in là.

Lo notò anche Gonzalo, suo marito. Lo notò fin troppo.

Daniela scelse un posto vicino, non per caso. Stese l’asciugamano a pochi passi da Mireia, si sedette e cominciò a slacciare piano la parte sopra del bikini per non lasciare segni, facendo indugiare le dita più del necessario. Mireia aprì un occhio. Le due si misurarono per un secondo, senza sorridere, e in quel secondo fu detto tutto ciò che nessuna delle due avrebbe detto a voce.

Il gioco era cominciato.

***

Mireia mosse per prima, come se a lei spettasse dare il tempo. Prese il flacone dell’olio abbronzante e si sedette con le gambe distese verso il mare. Versò un filo dorato sulla coscia e cominciò a spalmarlo con una lentezza quasi ipnotica. Le dita salivano dal ginocchio, tracciavano cerchi nella parte interna della coscia e si fermavano proprio dove la curva del fianco cominciava a insinuarsi sotto la stoffa.

Non guardava nessuno. Era questa la sua forza: faceva finta di essere sola al mondo, e proprio per questo tutti sentivano di spiare qualcosa di proibito. Ruotò appena il busto da un lato, offrendo senza offrire il profilo del suo punto vita, la linea pulita della schiena, il modo in cui la luce restava intrappolata nella pellicola d’olio.

Daniela non era disposta a restare indietro. Se Mireia giocava con l’indifferenza, lei avrebbe giocato al contrario. Si alzò a sedere, prese il proprio abbronzante e, invece delle gambe, portò le mani al seno. Lo stese sul décolleté con entrambi i palmi, premendo appena, e lasciò sfuggire un lungo sospiro, studiato, che viaggiò sopra il fruscio delle onde fino alle orecchie più vicine. Poi gettò indietro la testa e la sua chioma bionda cadde a cascata sulla schiena, un colpo d’oro contro la pelle abbronzata.

I mormorii crebbero. Un uomo che fingeva di dormire sotto un berretto se lo tolse. Un altro, più giovane, smise di fingere di nuotare e rimase in piedi nell’acqua, fino alla vita, a guardare verso riva senza nascondersi.

Gonzalo era seduto sul suo asciugamano, fra le due donne come un naufrago fra due correnti. Il suo sguardo oscillava dall’una all’altra e non riusciva a fermarsi su nessuna. Voleva guardare sua moglie, sentiva di dover guardare sua moglie, ma la donna dai capelli corti lo trascinava ogni volta che si muoveva. Il suo respiro si era fatto pesante e lui lo sapeva, e sapeva che anche Daniela lo sapeva.

***

Mireia percepì quell’indecisione come un cane percepisce la paura. Senza guardarlo, seppe esattamente dove fossero puntati gli occhi di quell’uomo, e decise di alzare la posta. Si mise in ginocchio sull’asciugamano, si piegò in avanti e appoggiò entrambe le mani sulla sabbia, lasciando che la curva della schiena si inarcasse e che i fianchi si sollevassero piano, come un gesto naturale di chi cerca di sistemarsi meglio. Non aveva nulla di naturale. Ogni centimetro era misurato.

Restò così per un istante troppo lungo, ondeggiando appena il peso da una parte all’altra, lasciando che il sole disegnasse ombre mobili su ogni piega del suo corpo. Il ragazzo nell’acqua deglutì in modo udibile. Gonzalo serrò la mascella.

Adesso tocca a te, pensò Mireia, anche se la donna bionda non poteva sentirla.

Daniela rispose subito. Si alzò di scatto con una grazia che tradiva la sua intenzione e cominciò a camminare attorno al suo asciugamano, fingendo di cercare un angolo migliore per il sole. Il vero scopo era un altro e tutti lo capirono: voleva essere percorsa da ogni sguardo della spiaggia, dall’alto in basso. I suoi seni ondeggiavano a ogni passo, morbidi, ipnotici. Arrivò fino alla riva, si chinò per bagnarsi le mani e poi se le portò al collo, lasciando che le gocce scivolassero lente sul décolleté fino a perdersi sotto la stoffa.

Si voltò proprio in tempo per sorprendere tre uomini che la fissavano e uno che fingeva di no. Sorrise. Era un sorriso di vittoria parziale, di chi ha recuperato un po’ di terreno.

Ma tornando verso il suo asciugamano, i suoi occhi incrociarono quelli di Mireia, e il sorriso cambiò natura. Non era più un sorriso contro di lei. Era un sorriso per lei.

***

Qualcosa si era spostato nell’aria. Le due donne continuavano a gareggiare, sì, ma la competizione aveva smesso di essere per gli uomini. Mireia lo capì per prima. Quegli spettatori con la bocca socchiusa erano soltanto il pubblico; il vero duello si stava svolgendo tra loro due, l’una contro l’altra, e nessuna voleva che finisse.

Mireia si sedette di nuovo, stavolta di fronte a Daniela, senza giri di parole. Riprese l’olio e, invece di applicarlo su di sé, allungò il flacone in silenzio, porgendoglielo. Era un invito e una sfida allo stesso tempo: se hai il coraggio, fallo tu.

Daniela esitò mezzo secondo. Poi attraversò i pochi passi che le separavano e si inginocchiò accanto a lei, sullo stesso asciugamano. Prese il flacone, versò un po’ nel palmo e, piano, senza recitare questa volta, cominciò a stendere l’olio sulla spalla di Mireia. Le dita scesero lungo il braccio, sul fianco, seguendo la linea della vita. Nella sua testa non c’era più pubblico. C’era solo la pelle tiepida sotto le mani e il modo in cui Mireia chiudeva gli occhi.

Il mormorio della spiaggia, che prima era stato un coro di ammirazione, si spense di colpo. Quello che stava accadendo adesso era troppo intimo per essere uno spettacolo. Alcuni uomini distolsero lo sguardo, a disagio, come se fossero entrati senza permesso in qualcosa che non apparteneva loro. Altri restarono piantati lì, ma non erano più protagonisti di niente.

Gonzalo fu uno di quelli che non riuscì a distogliere lo sguardo. Vide sua moglie accarezzare un’estranea con un’attenzione che da mesi non dedicava a lui, e provò un miscuglio strano di eccitazione e di qualcosa di simile al capogiro. Non era gelosia. Era la certezza di assistere a qualcosa che gli sfuggiva del tutto, una corrente che lo aveva spinto sulla riva.

***

—Hai le mani fredde —mormorò Mireia, senza aprire gli occhi.

—È l’acqua —rispose Daniela, con la stessa voce bassa.

Fu la prima volta che si parlarono. Due frasi minime che, dopo tutto quel linguaggio di gesti, suonarono quasi oscene per quanto erano dirette. Mireia aprì gli occhi e la guardò da vicinissimo. Le separavano appena pochi centimetri e quello spazio vibrava.

—Stai ancora gareggiando? —chiese Mireia.

Daniela scosse lentamente la testa. La sua mano si era fermata sul fianco dell’altra donna e non la ritirò.

—Non so più cosa sto facendo —confessò.

—Nemmeno io —disse Mireia—. E per questo non voglio smettere.

Il sole stava già scendendo verso le rocce e la luce si era fatta densa, arancione. La spiaggia aveva cominciato a svuotarsi: le coppie raccoglievano gli asciugamani, i curiosi si stancavano di guardare qualcosa che ormai non dava più nulla. Ma le due donne restavano in ginocchio l’una di fronte all’altra, estranee al resto, chiuse in un cerchio invisibile che si erano tracciate da sole nella sabbia.

Daniela girò finalmente la testa verso suo marito. Gonzalo la guardava dal suo asciugamano, a pochi metri e a un mondo di distanza. Nei suoi occhi non c’era rimprovero. C’era un’altra cosa: una domanda aperta, una porta socchiusa. Vieni o resti a guardare?

Lui non si mosse. Forse perché non sapeva che farsene di ciò che provava, o forse perché capì, prima ancora di loro, che quella cosa non gli apparteneva e che il suo unico ruolo possibile era quello di testimone.

Mireia prese la mano di Daniela, quella che ancora le poggiava sul fianco, e intrecciò le dita alle sue. Non fu un gesto di trionfo. Fu un gesto alla pari, di due donne che erano andate in spiaggia a cercare ammirazione altrui e avevano finito per trovare l’una l’altra.

—Conosco un posto più tranquillo —disse Mireia, indicando con il mento le rocce sullo sfondo, dove la sabbia si faceva ombra—. Senza pubblico.

Daniela si morse il labbro inferiore. Guardò un’ultima volta suo marito, la spiaggia che si svuotava, il mare che inghiottiva il sole. Poi si alzò, senza lasciare la mano che la tratteneva.

—Andiamo —disse.

Camminarono insieme verso l’ombra delle rocce, lasciandosi alle spalle due asciugamani, un flacone d’olio a metà e un uomo seduto nella sabbia che non sapeva più quale delle due fosse venuto ad accompagnare. Il duello era finito senza vincitrice. O forse, pensò Mireia mentre la mano calda stringeva la sua, lo avevano vinto entrambe.

L’ombra delle rocce era stretta, ancora calda per il sole del pomeriggio, e odorava di sale secco e alghe. Lì il rumore della spiaggia arrivava rotto, come se appartenesse a un’altra scena. Mireia lasciò la mano di Daniela solo per appoggiarla alla sua vita e attirarla un po’ più vicino. Non ci fu esitazione. Daniela rispose con un movimento lento, quasi ansioso, e i loro corpi si toccarono prima sulle spalle, poi sul petto, poi sul fianco, come se fossero pezzi che finalmente trovavano l’incastro esatto.

—Adesso sì —sussurrò Mireia—. Adesso non ti guarda più nessuno.

Daniela sorrise appena, con il respiro già alterato.

—Non dirlo —mormorò—. Mi stai facendo stare peggio.

—È quello che voglio.

Si baciarono con un misto impacciato di fame e sfida, prima piano, come tastando il terreno, e subito dopo con più forza, con l’urgenza di due bocche che si erano provocate per tutta la sera senza toccarsi. La lingua di Daniela entrò per prima, umida, decisa, e Mireia rispose aprendole di più la bocca, tenendole la nuca con una mano per approfondire il bacio. Il suono era osceno in quell’angolo di pietra: labbra che si staccavano, un respiro spezzato, un piccolo gemito soffocato che non sapevano dire di quale delle due fosse.

Daniela portò le mani sulle spalle di Mireia e cominciò a scendere lungo le braccia, premendo la pelle con una familiarità improvvisa, come se volesse impararla a memoria. Mireia, da parte sua, le sciolse il nodo del bikini con dita rapide e senza cerimonie, e il top cadde lasciando scoperte due tette pesanti, gonfie per il caldo e per l’eccitazione, con i capezzoli già duri e tesi contro la luce arancione.

—Porca puttana —mormorò Mireia, guardandole da vicino.

—Guardale bene —disse Daniela, tirando indietro le spalle—. Per un po’ sono tue.

Mireia lasciò sfuggire una risata breve, incredula e calda, e si inginocchiò davanti a lei per baciarle il ventre sopra la stoffa del bikini. Poi abbassò la bocca fino al bordo dello slip, mordicchiando la pelle del fianco, finché Daniela non lasciò sfuggire un gemito chiaro, incontrollato. Le tremavano le mani quando si aggrappò ai capelli corti di Mireia.

—Non smettere —disse Daniela, ormai senza più fingere—. Voglio che mi fai diventare dura davvero.

Mireia alzò lo sguardo. Aveva la bocca bagnata e un sorriso sporco in faccia.

—Così all’improvviso? —chiese—. Sei così disperata?

—Sono fradicia —rispose Daniela, aprendo appena le gambe, quel tanto che bastava perché il gesto fosse insieme una provocazione e una resa—. E anche tu.

La frase le accese entrambe. Mireia si raddrizzò e tornò a baciarla con più forza, infilando una mano sotto lo slip, trovando il calore umido tra le pieghe e sfregando piano, prima con la punta di due dita, poi con tutto il palmo. Daniela si inarcò all’istante, emettendo un suono spezzato che si perse tra le rocce. Era in fiamme, scivolosa, con la figa già aperta e sensibile, e Mireia non ebbe alcun interesse a essere delicata.

—Così, eh? —sussurrò Mireia contro la sua bocca—. Così ti piace, troia.

Daniela annuì, senza fiato, e le restituì l’insulto con un sorriso tremante.

—Più forte. Non farmelo chiedere ancora.

Mireia le infilò due dita dentro di colpo, senza preparazione, e Daniela lasciò andare un gemito così alto che entrambe si bloccarono per un secondo, per paura che qualcuno le sentisse. Ma c’erano solo il mare, la pietra e il respiro duro di loro due. Mireia cominciò a muovere la mano a ritmo, entrando e uscendo con forza, mentre il pollice le sfiorava il clitoride in cerchi rapidi che facevano contorcere Daniela contro la roccia.

La bionda si slacciò come poté la parte bassa del bikini, se lo abbassò lungo le cosce e rimase nuda dalla vita in giù, con la pelle lucida d’olio e il sesso aperto, rosso e bagnato. Mireia la guardò con un’attenzione quasi reverente.

—Che figa bellissima che hai —disse, e si avvicinò per leccarle l’inguine dal basso, piano all’inizio, come assaporando il sale e il calore, fino a spingere la lingua con più pressione proprio al centro.

Daniela gridò, questa volta senza provare a trattenersi. Gettò la testa all’indietro e si sbatté la nuca contro la pietra, ma nemmeno quello la fece indietreggiare. Mireia continuò a leccarla con avidità, aprendo le labbra sulla vulva, succhiando il clitoride con una suzione ferma e alternandola a lunghi passaggi di lingua che la facevano sussultare. Le afferrò le natiche con entrambe le mani e la attirò più vicino, mangiandosela con una fame sfacciata, come se avesse aspettato per tutta la sera quel sapore.

—Guarda come gimi —disse tra una leccata e l’altra—. Quanto cazzo avevi voglia che ti mangiassero.

—Zitta e continua —ansimò Daniela—. Sto per venire.

—Non ancora.

Mireia alzò la testa, si asciugò la bocca col dorso della mano e la spinse piano contro la roccia perché si reggesse da sola. Poi si sfilò il bikini con un gesto secco, lasciando all’aria i seni piccoli e sodi, e si sedette sulle cosce di Daniela, inzuppando l’ingresso col proprio calore. Si sfregarono l’una contro l’altra con movimenti corti, bruschi, cercando l’angolo esatto. Lo sfregamento delle loro fighe bagnate fece uscire da entrambe un gemito all’unisono, più alto questa volta, sfacciato e senza pudore.

Daniela le afferrò la schiena e la attirò a sé, baciandole il collo, mordendole la clavicola, succhiandole la pelle fino a lasciarle un segno violaceo. Mireia rispose affondando la mano tra i loro corpi, infilando tre dita in Daniela mentre si sfregava su di lei, e l’aria si riempì di gemiti, di pelle contro pelle, di respiri spezzati e di quel rumore umido e sporco che fa il corpo quando non riesce più a fingere niente.

—Mi stai distruggendo —disse Daniela, con la voce incrinata.

—È quello che volevo sentire.

—Allora non fermarti, figlia di puttana.

Mireia sorrise, spinse le dita più a fondo e cambiò ritmo fino a trovare il punto esatto. Daniela cominciò a tremare davvero, con spasmi che le percorrevano le gambe e le salivano lungo il ventre. Si aggrappò a lei con disperazione, la strinse contro il proprio sesso, e l’orgasmo le arrivò di colpo, violento, quasi doloroso: prima un grido soffocato, poi il corpo che si piegava in avanti, poi una corrente calda che le svuotava la tensione in pulsazioni brevi mentre continuava a sfregarsi senza controllo contro la mano di Mireia.

—Brava —mormorò Mireia, senza smettere di muovere le dita—. Così, cazzo. Vieni tutta.

La bionda tremava ancora quando Mireia si inginocchiò tra le sue gambe e tornò a infilarle la bocca, stavolta più lentamente, leccando l’umidità lasciata dalla venuta, raccogliendo ogni traccia con una pazienza oscena. Daniela le tirava i capelli, metà ridendo, metà piangendo di piacere.

—Sei una bestia —sussurrò.

—E tu una troia bellissima.

Riderono entrambe per un istante, sfinite e sudate, con il respiro ancora spezzato. Fuori, il sole si era già nascosto dietro le rocce e la spiaggia rimaneva in penombra. Il mondo continuava a esistere, ma lì dentro restavano solo due donne appiccicose di olio, sale e sudore, che guardavano i propri corpi come se li avessero appena scoperti.

Mireia si raddrizzò e la baciò di nuovo, questa volta più piano, con tenerezza dopo lo strappo. Daniela le accarezzò le costole, scese sul ventre e trovò l’umidità tra le sue gambe.

—Adesso tocca a te —disse.

Mireia scosse la testa, sorridendo di lato.

—Sono già venuta una volta con la tua faccia. Non me ne vado senza ridurti di nuovo un disastro.

Si girò, la spinse con dolcezza contro la roccia e tornò ad abbassare la testa fra le sue cosce, decisa a rifare tutto, più piano, più a fondo, più sporco, mentre sullo sfondo della caletta l’ultimo filo di luce si spegneva sul mare.

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