Come mi sono messa in mostra in una lezione privata di lotta
Prenotai l’orario senza allievi e la maglietta più stretta che avevo. Quello che non immaginavo era di trovare due uomini ad aspettarmi sul tatami.
Prenotai l’orario senza allievi e la maglietta più stretta che avevo. Quello che non immaginavo era di trovare due uomini ad aspettarmi sul tatami.
Ci eravamo scambiati centinaia di foto, ma non era mai successo nulla di persona. Fino a quel pomeriggio di marzo in cui andai a prenderla e lei aveva già un piano.
La prima volta che mi baciò in quel parcheggio scappai. La seconda non trovai scuse: lasciai che mi intrappolasse contro lo stesso muro di blocchi.
Avere un cazzo nel culo e un altro in bocca non era il mio programma per un sabato. Ma entrai nella sauna, incrociai due sguardi e tutto cambiò.
Quella notte indossai i calzoni color carne, la giacchetta dorata e la parrucca con la chioma. Non immaginavo che il costume avrebbe scatenato tutto quello che scatenò.
Mi sono svegliato duro, ho deciso di non farmi la solita sega e sono andato al cruising. Non immaginavo di finire in ginocchio con tre cazzi attorno alla faccia.
In ginocchio nel parco, bendato e a piedi nudi sull'erba, capii che non decidevo più nulla: aveva lui la chiave e io avevo smesso di cercarla.
Mi chiese di non lavarmi prima di andare. Pensai fosse solo un capriccio, ma quella notte scoprii fin dove poteva spingersi la mia stessa vergogna.
«Non ti muovere da lì», mi ordinò con la voce bassa, premendo il tallone contro di me. E io, uno sconosciuto, obbedii senza pensarci due volte.
Aveva i piedi gonfi per la partita e un sorriso che sapeva già tutto. Io volevo solo inginocchiarmi e dimostrarle fin dove ero disposto a spingermi.
Non riuscivo a smettere di guardarle gli stivali. Quando mi beccò, invece di allontanarsi, mi chiese se fossi uno di quelli che muoiono per baciare le suole.
Mi ritoccai davanti allo specchio, sorrisi e tornai in cucina con un piano che nessuno di loro immaginava. Quella sera il menù lo scelsi io.
Alle dieci in punto entro nella sala riunioni e, mentre il capo parla di cifre, la mia testa va in un posto dove io e lei non rispettiamo nessuna regola.
Si siede due sedie alla mia sinistra e, mentre la famiglia chiacchiera, la mia testa l’ha già messa a cavalcioni sulle mie gambe. Nessuno lo sa. Neanche lei. Non ancora.
Quando mio marito si alzò per andare in bagno, capii che l’uomo del tavolo accanto si sarebbe avvicinato. Non gli avevo ancora detto che avevo paura di tornare a qualcosa del genere.
Vivevamo da quindici anni nella routine finché un giocattolo dimenticato in un cassetto accese qualcosa che nessuno dei due sapeva controllare. Ed era solo l’inizio.
Quando mi disse «toglitela nel parcheggio», pensai che scherzasse. Dieci minuti dopo, sua moglie ci guardava dal letto in videochiamata.
Avevo indossato di nascosto i miei abiti per anni, ma quella notte misi gli stivali, le calze a rete e il vestito di velluto, e varcai la porta essendo lei.
L’ho riconosciuto sul binario dopo vent’anni e siamo saliti sullo stesso vagone. Quando siamo arrivati alla terza stazione, la sua mano era già dove non doveva.
Sono le tre e mezza del pomeriggio, senza mutande e con un piano chiarissimo in testa. Quello che non avevo previsto era chi mi avrebbe parlato dalla porta.