La notte in cui mi vendicai di mio marito in una discoteca
Per dodici anni mi ero spenta in silenzio. Quella sera indossai il vestito che lui odiava, uscii senza avvisare e non tornai più la stessa.
Per dodici anni mi ero spenta in silenzio. Quella sera indossai il vestito che lui odiava, uscii senza avvisare e non tornai più la stessa.
Ci avevano messo settimane a incontrarsi. Quando finalmente chiusero la portiera dell’auto, il rumore del parcheggio svanì e non ci furono più scuse per fingere di essere solo amici.
Quella notte lasciai dormire i miei figli, mi vestii da segretaria e scesi nel parcheggio tremando. Stavo per mettermi a un angolo ad aspettare i clienti.
Mi sono tirato fuori il cazzo fingendo di pisciare sotto un albero, aspettando di vedere se quello sconosciuto avrebbe osato avvicinarsi al buio del parco.
Avevo davanti quaranta minuti di lezione, la videocamera accesa e il dildo tutto dentro di me. Dovevo solo tenere ferma la faccia. Tutto qui.
Il primo pomeriggio uscì in terrazza con l’asciugamano che le pendeva appena da due dita. Sotto c’era gente. Sopra, i balconi vicini. E lei accese una sigaretta senza fretta.
Avevo accettato un incontro sull’app tra venti minuti. Non immaginavo che quella stessa notte uno sconosciuto avrebbe deciso per me cosa fare del mio corpo e a chi consegnarlo.
Ho la faccia da viziosa e tutti lo notano. Nell’ultimo vagone, stretta contro corpi che non conosco, lascio che le mie mani facciano ciò che la mia testa ha già deciso.
Il semaforo era ancora rosso, la sua ultima foto era ancora sul mio schermo e le mie mani avevano smesso di chiedermi permesso. Dovevo solo arrivare a casa. O no.
Quella macchia tiepida sul mio vestito cambiò tutto: per la prima volta capii cosa significa desiderare ed essere desiderata, e non volli più tornare indietro.
Dopo mezzanotte mi misi i tacchi rossi, aprii il cancello col telecomando e uscii a camminare. Volevo solo sentirmi guardata. Non immaginavo che qualcuno si sarebbe fermato.
Mi aveva mandato la foto mentre mio marito guidava accanto a lui. Non risposi, ma quell’immagine non mi si cancellò dalla testa per tutto il giorno.
Sono arrivato alle due di notte con la bocca secca e un solo pensiero in testa: quella sera non avrei posto alcun limite, qualunque cosa accadesse tra i padiglioni.
Camminai verso il parco succhiando un lecca-lecca, con la gonna così corta che l’aria fresca mi sfiorava, sapendo che chiunque passasse poteva vedermi.
Chiusi la porta, lo baciai senza permesso e capii che quella volta non me ne sarei andata finché non avessi ottenuto esattamente ciò che ero venuta a cercare, con tutta la sala ad ascoltare.
Vent’anni di matrimonio e ognuno nascondeva il proprio segreto: lui nei bagni degli altri, io senza sapere ancora cosa stesse per risvegliare in me quella donna dello yoga.
L’ho visto nello specchietto: sportivo, con un rigonfiamento sotto la lycra, in attesa di un mio segnale. Ho alzato i finestrini e ancora mi chiedo perché.
Non avevo mai lasciato che così tanti occhi mi scorressero addosso tutti insieme. E la cosa peggiore — o migliore — è che mio marito si godeva ogni secondo dal bancone.
Le chiesi di aprire le gambe al distributore e all’addetto quasi uscirono gli occhi dalle orbite. Quella mattina capimmo che il morbo di farci guardare ci dominava completamente.
Sono uscita dal lavoro senza biancheria intima e con la camicetta socchiusa. Volevo solo sentire l’aria tra le cosce. Non immaginavo chi avrei trovato nel vagone.