Quello che successe dopo l’addio al nubilato di mia cugina
Quella notte pioveva furiosamente e il suono lontano del temporale mi accompagnava mentre entravo nella stanza dell’altra Lucía. Guardai la fotografia sul comò e la riconobbi subito. Per capirla dovetti tornare indietro di sei anni, fino alla notte in cui mia cugina Carmen mi invitò al suo addio al nubilato.
Mancavano due mesi al matrimonio, ma lei aveva anticipato la festa a un venerdì qualunque perché aveva l’agenda piena. Mi vestii con una camicetta di seta scura e una gonna color borgogna che si abbinava alla mia giacca. Mi truccai appena le labbra e diedi un po’ di colore alle guance. Quasi non mi trucco mai, ma quella sera ne avevo voglia.
In tutto eravamo dodici o quattordici donne: colleghe sue di lavoro e una manciata di vecchie amiche. Tra loro c’era Renata, una sorpresa che non mi aspettavo. L’avevo conosciuta durante le estati in un paese sulla costa, quando entrambe avevamo circa ventidue anni e avevamo già iniziato l’università, e avevo perso i contatti con lei da molto tempo. Era ancora quella donna che già si intuiva da ragazza: vanitosa, con un caschetto biondo di media lunghezza, lo sguardo tranquillo, quel sorriso appena storto. Aveva due seni generosi che si insinuavano sfacciatamente sotto il vestito e fianchi larghi che riempivano il tessuto. Si era sposata giovane, senza figli, e da allora non aveva smesso di mettere su un po’ di peso.
Mi sedetti accanto a lei durante la cena. Parlammo senza fermarci, ripercorrendo le assenze e ricostruendo gli anni trascorsi. Arrivò l’ora dei regali e, come prevedibile, tutto era accompagnato da commenti spinti. Poi ci dividemmo nelle automobili per andare in un locale notturno dove c’erano spettacoli di spogliarellisti. Non era il mio ambiente, ma non volli contraddire mia cugina. Mi toccò salire sull’auto di Lucía.
Era la prima volta che l’avevo così vicina, anche se l’avevo osservata per tutta la cena. Mi superava in altezza grazie a dei tacchi vertiginosi. Indossava una giacca di pelle nera, un vestito rosso cortissimo, calze scure e scarpe con il tacco a spillo. I capelli castani le ricadevano sciolti e aveva le labbra dipinte di un rosso aggressivo. Quando entrammo in auto ci squadrò da capo a piedi, come se ci stesse facendo una valutazione.
Il locale aveva un tavolo riservato quasi attaccato al palco. Per primo uscì un ragazzo in uniforme da meccanico, tutto muscoli e olio finto, che ballava con quella lentezza forzata che si vede nei film. Alcune del gruppo gli urlavano oscenità. Poi arrivò un altro vestito da poliziotto, meno muscoloso ma più audace. La musica aumentò, la gente si scaldò e a un certo punto fecero salire due donne sul palco. Una era Renata. La ammanettarono come per scherzo e tutte ridevano e scattavano fotografie. Il ragazzo si strusciò loro sul viso finché a coprirlo rimase solo un ridicolo tanga. Renata cambiò espressione non appena il rigonfiamento le passò vicino alla bocca, ma continuò a stare al gioco.
Io mi ero ritirata a un bancone sul fondo, dove c’era meno confusione. Avevo caldo e sete. Lucía si avvicinò e si sedette di fronte a me su uno sgabello alto. Le dissi che lo spettacolo non mi interessava granché. Non le confessai che qualcosa in lei mi aveva attratta fin dall’inizio e che cominciavo a sentire freddo, quella sensazione che provo quando qualcuno mi eccita senza che me l’aspetti.
La musica costringeva ad avvicinarsi per parlare e, senza chiedere il permesso, posò la mano sulla mia coscia ogni volta che si chinava verso il mio orecchio. In una di quelle occasioni la lasciò lì un secondo di troppo e mi baciò lentamente sul collo. Sollevò il bicchiere verso il mio con un sorriso che non aveva bisogno di parole.
Oggi, con il passare del tempo, non ricordo le frasi esatte. Ricordo però i fatti.
—Brindiamo a noi —disse.
—Certo, con piacere.
—Aspetti qualcuno o sei libera?
—Che vuoi dire?
—Che potremmo andarcene noi due da sole. Ti guardo per tutta la sera. Stasera voglio leccarti la fica, e voglio che tu lecchi la mia. Senza giri di parole.
Sentii le mutandine inzupparsi di colpo. Giocherellavo nervosamente con il bicchiere tra le dita. Non avevo programmato nulla, ma la notte sembrava già decisa quando Carmen comparve a cercarmi.
Il problema era Renata. Non era ubriaca, ma era abbastanza allegra perché lasciarla tornare a casa da sola fosse una follia. L’idea era che guidassi io la sua auto e la portassi a dormire da me. Avevano avvertito suo marito e lui ne era al corrente. Lucía, vedendo la mia faccia, mi convinse con due frasi: era un favore a una vecchia amica, non costava nulla.
Quello che mi disse dopo, con la bocca già incollata al mio orecchio, era un’altra cosa.
—Sarebbe bello che la lasciassi passare la notte con noi. Ce la apriamo in due. La facciamo urlare finché non le farà male.
Misi in moto l’auto con il battito in gola. Lucía propose un ultimo drink a casa sua. Renata accettò senza battere ciglio, le era indifferente dove avrebbe finito per dormire. Durante il tragitto, seduta sul sedile posteriore, non smise di parlare dello spettacolo, del corpo del poliziotto, di quanto aveva riso. Guidai seguendo le indicazioni di Lucía. Non conoscevo la zona, ma apprezzai il fatto che stessimo entrando in un tranquillo complesso residenziale alla periferia.
Il soggiorno era ampio e profumava di buono. Ci sedemmo tutte e tre con i bicchieri di vino e cominciammo da argomenti innocui. Lucía la stuzzicò con la storia dello spogliarellista, con il gioco delle manette, con qualsiasi cosa potesse scioglierle la lingua. L’alcol fece il resto. Renata finì per raccontare che da tempo era insoddisfatta di suo marito. Voleva più trasgressione, più audacia, e lui non era disposto a darle nulla. Aveva perso il lavoro e passava molte ore da sola in casa. Confessò di essere stata a una riunione di giocattoli erotici e che una delle anfitrione le aveva proposto uno scambio di coppia e poi, quasi in privato, un incontro con un’altra donna. Renata aveva detto di no a entrambe le cose, ma l’argomento continuava a girarle in testa.
—Senti, Renata —sbottò Lucía facendomi l’occhiolino—, ci sono decisioni che una deve prendere per se stessa.
—Quali decisioni? —disse tracannando il vino.
—Sei giovane. Sei nel fiore degli anni. E a letto ti annoi. Vero?
Annuì abbassando la testa.
—So di cosa parlo, tesoro. Ti dispiace se ti faccio qualche domanda?
Le chiese l’età, da quanto tempo era sposata, quelle cose a cui si risponde rapidamente. Poi alzò il tono. Se glielo succhiava a suo marito. Se lui ricambiava. Se si masturbava. Se guardava porno. Se aveva provato da dietro. Renata rispondeva tra risate e rossori.
—Gli succhio il cazzo due volte alla settimana, sempre nello stesso modo, senza voglia —ammise—. Lui mi lecca la fica una volta al mese e senza entusiasmo. Mi tocco da sola quasi tutte le sere, con il vibratore nascosto nel cassetto dei calzini. E dal culo ci abbiamo provato una volta, ma a quel cretino è venuta paura.
Nel frattempo Lucía le aveva posato una mano sul ginocchio e la faceva salire un po’ a ogni risposta.
—Gli hai messo le corna? —insistette.
—No. Però stasera, con il ragazzo in uniforme… cazzo, gliel’avrei succhiato lì stesso, sopra il tavolo, con tutte a guardare.
—E con una donna?
—Niente di serio.
Renata mi guardò per un istante.
—Qualcosa c’è stato durante quelle estati. Ti ricordi, Adriana?
Me lo ricordavo. Toccare goffamente al buio dentro una cabina sulla spiaggia, un bacio a metà di cui il giorno dopo non avevamo più parlato. Cose da ventiduenni a cui non avevamo mai dato un nome.
—Ti andrebbe di provarci adesso? —le sussurrai—. Voglio leccarti la fica finché non mi vieni in faccia.
Seguì un lungo silenzio. Lucía si alzò e si inginocchiò davanti a lei. Le infilò le mani sotto il vestito e le accarezzò le cosce senza smettere di guardarla. Le sollevò il tessuto fino alla vita, le spostò di lato le mutandine e le passò due dita sulla fica aperta. Le tirò fuori lucide, con fili di umore tra una e l’altra, e le mostrò a Renata prima di infilarsele in bocca e succhiarle con oscenità. Renata sospirò, lasciò cadere la testa contro lo schienale del divano e quello fu un sì.
—Sei molto tesa —disse Lucía—. E molto bagnata. Ti farebbero bene dei massaggi.
—Adesso?
—Adesso. Vieni.
La condusse per mano fino a una stanza in fondo. Era spaziosa, con un letto tipo tatami al centro e una testiera fatta di sbarre di ferro. Un comò basso, un piccolo divano, tutto in tonalità bianche e legni chiari. Lucía accese un paio di candele, abbassò la lampada fino a ottenere una luce soffusa e mise della musica appena udibile. Dal cassetto tirò fuori una benda di stoffa nera.
—L’unica cosa che conta adesso è che tu goda. Hai capito?
—Sì. Sono nervosa.
Le chiese se volesse andarsene e dimenticare tutto. Renata rispose di no con una decisione che mi sorprese. Le bendò gli occhi e rimase in piedi, immobile, ad aspettare. Mi avvicinai, le dissi all’orecchio di rilassarsi e le diedi un bacio delicato sulle labbra. Lei aprì la bocca e cercò la mia lingua con fame, aderendo al mio corpo anche se non poteva vedermi. In due le sfilammo il vestito, il reggiseno e gli stivaletti. Rimase con un paio di mutandine culotte bordeaux di pizzo e calze elastiche che le arrivavano fino alle cosce.
Era come la ricordavo, più donna ma altrettanto formosa. Curve morbide e armoniose, seni generosi che cominciavano a perdere tonicità, areole larghe e rosee, i capezzoli già induriti e puntati. Fianchi larghi, cosce pesanti, un culo tondo e compatto. Le mutandine segnavano il rigonfiamento del pube e, attraverso la trasparenza, si intuiva una macchia più scura: continuava a portare i peli senza accorciarli. Durante quelle estati si era sempre distinta per quello, per l’abbondanza del suo pelo e per il suo rifiuto di toccarlo, anche quando le usciva dal costume. La parte interna delle mutandine era nera di umidità, fradicia, e emanava un odore denso e dolciastro che mi fece stringere le cosce.
La aiutammo a stendersi a pancia in giù sul letto e noi ci spogliammo fino a rimanere anche noi con il reggicalze, entrambe dello stesso tipo, quelli che lasciano scoperte cosce e natiche. In piedi e nuda, Lucía sembrava ancora più alta. Aveva il ventre piatto, seni piccoli, quasi privi di areola ma con i capezzoli pronunciati, il pube accorciato in un triangolo perfetto. Tra le cosce sporgevano grandi labbra lunghe e pendenti, come due lobi, già lucide del loro stesso umore. Mi baciò lentamente e mi passò una mano sul pube, completamente rasato. Mi infilò un dito tra le labbra e lo affondò fino in fondo, senza preavviso. Lo tirò fuori, se lo portò alla bocca e sorrise.
—Stai grondando, troia —mormorò—. Proprio come lei.
—Ti stai divertendo? —chiese poi, più forte, perché Renata la sentisse.
Annuii.
—Mi piaci —mormorai—. Voglio succhiarti le labbra, sembrano deliziose.
—Sei incredibile. Ma prima viene lei. Sarai tu a leccarle la fica, e io vi guarderò e vi dirò come fare.
***
Versò dell’olio sulla schiena di Renata e cominciò con massaggi circolari. Le dita scivolavano fino all’elastico delle mutandine e poi risalivano. Con un gesto mi indicò di toglierle le calze. Le spalmammo l’olio sulle gambe e ci dividemmo il lavoro partendo dalle caviglie. A ogni passaggio le cosce si separavano un po’ di più. Quando le dita sfioravano il tessuto all’inguine, lei rispondeva già con un sospiro trattenuto. Sotto le mutandine si delineava la fessura del sesso e l’olio si mescolava a ciò che lei stessa stava liberando; una goccia densa le scendeva già lungo l’interno della coscia.
Lucía le diede una sculacciata secca su una natica. Renata lasciò sfuggire un gridolino sorpreso. Ripeté al passaggio successivo e mi fece cenno di fare lo stesso. Renata sollevò i fianchi, offrendo il culo a entrambe le mani, accettando qualunque cosa sarebbe arrivata. In due le demmo più di una dozzina di sculacciate, che lei accompagnò con sospiri ritmici. Le natiche le diventarono rosse, calde sotto i palmi, e ogni colpo la faceva spingere il pube contro il materasso in cerca di attrito.
—Guarda come spinge la fica, quella gran puttana —mormorò Lucía—. La stiamo facendo impazzire.
Le abbassò le mutandine sotto le natiche, solo di una spanna, lasciando scoperti tutto il culo e l’attaccatura del sesso. Infilò tre dita tra le natiche divaricate, trovò il buco dietro e lo disegnò lentamente con il pollice unto d’olio. Renata emise un lungo gemito e inarcò la schiena.
—Anche qui, stanotte —le disse Lucía all’orecchio—. Ti scoperemo anche qui.
Lucía tirò fuori dal comò un paio di manette di stoffa. Le fece sollevare le braccia sopra la testa, gliele mise e le legò a una delle sbarre della testiera. La girammo sulla schiena. Le mutandine la coprivano ancora, ma ora si vedeva la macchia d’umidità, scura, estesa per tutta l’inguine. Aveva i polsi tesi, le spalle marcate e il respiro sempre più rapido.
Ripetemmo il procedimento davanti. Olio sui seni, massaggi lenti, lievi strattoni ai capezzoli. Ci chinammo per succhiarglieli e Renata rispose con gemiti sempre più alti. Le catturai un capezzolo tra i denti e tirai finché le si inarcò tutto il petto; Lucía mordicchiava l’altro, lo leccava e glielo sputava addosso con il disprezzo di una puttana di lusso. Le lasciammo le tette lucide di saliva, i capezzoli gonfi e rossi, quasi il doppio più grossi.
Tornammo alle sue gambe. Lucía mi indicò di tirare le mutandine verso il basso. Renata mosse i fianchi per aiutarmi. Quando gliele sfilai lungo le cosce, rimase scoperta: un sesso rigonfio, le grandi labbra carnose e lunghe, coperte da una folta massa di peli castani fradici, con fili di umore appiccicati. Lucía le separò completamente le gambe, sollevò i peli con due dita e scoprì l’apertura ormai umida, rosa, palpitante. L’odore di fica calda invase la stanza.
—Guarda questa fica da troia —disse, indicandomela—. Muore dalla voglia che gliela spacchino. Vero, Renata?
—Sì… cazzo, sì —rispose lei con la voce spezzata.
Bastarono un paio di dita per farla inarcare. La penetrò lentamente, ascoltando lo sciabordio, guardandola crescere nel respiro. Ne infilava due, le tirava fuori, ne infilava tre, li ruotava dentro e li estraeva lucidi. Ogni volta che li affondava di nuovo, la fica di Renata emetteva quel rumore liquido e osceno di acqua agitata. Quando Renata era sul punto di venire, Lucía si fermò di colpo e le diede una manata forte, sonora, dritta sul sesso aperto. Renata urlò per il dolore e la frustrazione.
—Calma. Non ancora. Dopo implorerai.
Mi fece inginocchiare tra le sue gambe. Me le divaricò completamente. Capii il messaggio. Abbassai il viso e affondai il naso nei suoi peli bagnati prima di tirar fuori la lingua. Il suo sapore era al tempo stesso dolce e salato, impossibile da descrivere, il sapore concentrato di una donna che da anni non veniva leccata come Dio comanda. Le leccai la vulva con un’avidità che non mi riconoscevo. Gliela aprii con i pollici per avere il clitoride in vista, gonfio e lucido, e me lo infilai tutto in bocca. Lo succhiai come se stessi succhiando un piccolo cazzo. Sollevò il bacino e le piegai le gambe per aprirla di più. Da dietro, le natiche divaricate lasciavano in vista l’ano, con le terminazioni nervose che si tendevano e si rilassavano. Non mi trattenni. Lo sfiorai con la punta della lingua e lei perse il controllo. Le infilai tutta la lingua nel culo, ruotai, succhiai, poi tornai sopra a mangiarle la fica alternando i due buchi. La saliva le colava sul perineo, mescolata al suo stesso umore, e le inzuppava le lenzuola.
—Siete delle porche —ansimava muovendo i fianchi—. Mi state mangiando il culo, figlie di puttana, mi state…
—Ti piace da morire. Ti stai divertendo —le disse Lucía—. Di’ che ti piace che ti mangino il culo. Dillo.
—Mi piace da morire, cazzo, mi piace da morire! Per favore, non fermarti, succhiami il clitoride, succhiami…
—Per favore, non fermarti. Cazzo!
Le gambe le tremavano. La bestia che aveva dormito dentro di lei per anni si era svegliata. Mentre le succhiavo il clitoride, cercai con un dito l’altro orifizio. Scivolò grazie ai suoi stessi succhi. Renata ebbe un sussulto ma non mi allontanò. Il dito affondò tutto. Sentii l’anello stringersi attorno al dito e pulsare. Cominciai a pomparle lentamente il culo e a succhiarle il clitoride a ritmo, e lei iniziò a gemere urlando, senza vergogna, senza pensare ai vicini né a nient’altro.
—Figlia di puttana, ahhh, vengo, vengo, sto venendo…! —urlò mentre si riversava nella mia bocca.
Le sgorgò uno spruzzo caldo che mi coprì il mento e il collo. Non la lasciai. Continuai a succhiarle il clitoride attraverso i tremiti finché venne una seconda volta, sopra la prima, contorcendosi contro le manette fino a farle scricchiolare.
Lucía si era sdraiata accanto a lei e le accarezzava i seni, tirandole i capezzoli con uno sguardo di viziosa lussuria che non le avevo mai visto prima. Si affacciava la dominante che portava dentro.
—Ti è piaciuto come la tua amica ti ha mangiato la fica?
—È stato… strano. Incredibile. Mai… mai nessuna me l’aveva fatto, mai nessuna mi aveva infilato la lingua nel culo, cazzo…
—E sei venuta come una cagna. Due volte.
—Sì…
—Adesso tocca a lei. —La sua voce era cambiata. Le tolse la benda, ma non le legature dei polsi.
—In che modo?
—Nel modo che ti dirò io. Le leccherai la fica, ad Adriana. E se non lo farai bene, ti scoperò di nuovo il culo con le dita, ma stavolta senza lubrificante.
Mi ordinò di mettermi a cavalcioni sul viso di Renata. Avevo bisogno di venire, ero sull’orlo da mezz’ora. Premetti il sesso bagnato contro la sua bocca, le aprii le labbra con le dita e rimasi senza fiato quando mi leccò il clitoride con un’aggressività che non mi aspettavo da lei. Poi infilò la lingua dentro, la tirò fuori e la infilò di nuovo. Un fulmine mi attraversò da capo a piedi. Me la spingeva in profondità, come se mi scopasse con la bocca, e mi succhiava le labbra una dopo l’altra. Cominciai a cavalcarle il viso come se sotto di me ci fosse un cazzo, strofinandole il clitoride contro il naso. Urlai senza volerlo e mi versai sul suo viso. Non volli sprecarne neanche una goccia. Scesi e le leccai le labbra bagnate, le ripulii il mio umore dalle guance e dal mento, poi le infilai la lingua in un lungo bacio lurido, con il mio stesso sapore tra noi due.
Lucía si posizionò dietro di me e mi infilò tre dita di colpo nella fica. Mi inarcò tutto il corpo. Me la aprì, la esplorò, cercò quel punto sopra e lo strinse fino a farmi tremare. Con l’altra mano mi pizzicava un capezzolo. Renata continuava a succhiarmi il clitoride da sotto, con le mani legate sopra la testa, e io, sospesa tra loro due, venni una seconda volta, urlando oscenità che non riconoscevo come mie.
***
Mentre mi allontanavo, Lucía le mise dei laccetti alle caviglie e, con il mio aiuto, glieli fissò alle cosce. Le infilò un cuscino sotto i fianchi. Il culo le si sollevò e l’ano e le labbra lucide rimasero oscenamente esposti. Il clitoride sporgeva duro e rosso, come un piccolo cazzo, palpitando in bella vista.
—Mi ammazzerete —disse tra gli ansiti. Era eccitata, ma anche spaventata.
—Non morirai. Ti piace fin troppo. Guarda come hai la fica, guarda come cola. Stai implorando che qualcuno te lo metta dentro.
Lucía tirò fuori dal cassetto un dildo doppio. Mi infilò un’estremità nel sesso con due spinte lente, finché non sentii il fondo, e mi sistemò un’imbracatura che sosteneva l’altro: un pene scuro, finto, con vene e un glande grosso, quasi osceno. Lo cosparse di lubrificante e me lo masturbò come se fosse un vero cazzo, guardandomi negli occhi e sorridendo.
—Accetta la puttanella viziosa che porti dentro. Ti scoperemo. Ti spaccheremo la fica.
—Allora scopatemi, puttane —sollevò la testa per guardarci, sfidandoci—. Spaccatemela. Infilatemelo tutto dentro. Voglio sentirlo in gola.
Passai la punta sulle labbra gonfie, bagnandola nel suo umore, e le sfiorai il clitoride fino a farla gemere. Spinsi con forza. Per quanto era bagnata, il pene di gomma entrava e usciva senza resistenza, con uno schiocco umido ogni volta che lo tiravo fuori tutto e lo riaffondavo. Sentivo il mio stesso dildo muoversi dentro di me a ogni spinta, premendo esattamente sul punto giusto. Lucía mi abbracciò da dietro, seguendo il ritmo, mi afferrò i capezzoli e li torse fino a farmi urlare. Con l’altra mano mi strinse il culo, me lo aprì, mi infilò un dito tra le natiche e me lo affondò nell’ano al ritmo delle mie spinte. Io scopavo Renata mentre Lucía scopava me. Renata si tese sotto di noi, piangeva e rideva allo stesso tempo.
—Più forte, cazzo, più forte, dammene ancora… —supplicava, con le tette che rimbalzavano a ogni colpo.
La afferrai per i fianchi e glielo spinsi fino in fondo, così profondamente che le sfuggì un gemito quasi roco. La martellai con tutta la mia rabbia, con gli anni in cui non scopavo così, con la mia eccitazione che andava e veniva. Lucía si allontanò per un secondo, prese dal cassetto un piccolo vibratore, lo accese e lo appoggiò sul clitoride di Renata mentre io continuavo a infilarle il dildo. Renata emise un grido acuto, si irrigidì ed esplose dentro. Sentii la sua fica chiudersi a spasmi attorno al dildo, e la penetrazione diventare ancora più scivolosa perché era venuta di nuovo.
—Ancora —le ordinò Lucía senza allontanare il vibratore—. Ancora, adesso, vieni di nuovo.
—Non posso, non posso, non posso…
—Sì che puoi. Adriana, mettile il pollice nel culo mentre glielo pianti dentro.
Inumidii il pollice con il suo stesso umore e glielo affondai nell’ano. Si aprì senza resistenza, ancora rilassato per via del dito di prima. Renata ruggì in un orgasmo lungo che sembrò non finire mai, con la bocca aperta e gli occhi rovesciati, colando dalla fica mentre l’ano mi stringeva il pollice fino a farmi male. Continuai a spingere finché venni anch’io, con il dildo dentro, urlando contro la nuca di Lucía, che mi mordeva la spalla.
Quando le sciogliemmo le legature, lasciò cadere la testa sul cuscino ed emise un gemito di resa. Aveva le vene marcate sulla fronte e gli occhi umidi, le guance appiccicose del mio umore, la bocca gonfia, la fica aperta e palpitante tra le gambe divaricate. Ci guardò con aria di sfida e, con voce roca, ci insultò quasi senza forze.
—Puttane —mormorò—. Porche… figlie di puttana… mi avete distrutta…
Poi si rannicchiò su un fianco, abbracciata a se stessa, e si addormentò.
Lucía e io ci guardammo, ancora ansimanti. Mi tolse lentamente l’imbracatura, sfilò l’altra estremità del dildo dalla mia fica con un bacio sulla nuca e mi portò sul divanetto. Si inginocchiò tra le mie cosce e mi mangiò la fica ancora una volta, senza fretta, fino a farmi venire per la terza volta quella notte, contro la sua lingua, mentre io guardavo il corpo nudo di Renata addormentato dall’altra parte della stanza.
***
Sei anni dopo, davanti a quella fotografia, mi chiedo ancora che cosa l’avesse attraversata quella notte. Se fosse stata Lucía ad aprirla, o se io l’avessi aperta molto prima, durante quelle estati di cui non avevamo mai osato parlare.