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Relatos Ardientes

Il camionista maturo e quelle notti di caldo

Il terzo giorno cominciò con Rubén che si svegliava prima di me. Lo sentii muoversi nel letto stretto della cabina e, quando aprii gli occhi, era già in piedi, intento a stirarsi con la schiena arcuata. Scese dal camion senza dire nulla e io rimasi a fissare il soffitto, ripensando a quello che era successo all’alba. Non sapevo cosa fare con lui: se affrontarlo, fingere che non fosse successo niente o tacere per sempre.

Il lenzuolo dalla sua parte era fradicio di sudore. Mi alzai, entrai nel piccolo bagno della stazione di servizio e, mentre ero lì dentro, sentii che risaliva. Mi si chiuse lo stomaco. Che cosa avrei dovuto dirgli?

Uscii e me lo trovai davanti.

—Buongiorno —disse, fin troppo tranquillo.

—Ah… buongiorno —risposi.

—Hai dormito bene?

—Sì. E tu?

—Perfettamente. Meglio che sul sedile —rispose, lasciandosi sfuggire una risata che non capii se fosse ironica.

Rimasi in silenzio. Fa finta di niente o davvero crede che non me ne sia accorta? Prima che potessi riordinare i pensieri, mi chiese se volevo fare una doccia. Alla stazione c’erano delle docce. Dissi di sì, tirai fuori l’asciugamano dalla valigia e andai con lui. Pagammo, ci fecero entrare e, sotto l’acqua, cercai di ragionare lucidamente. Non arrivai a nessuna conclusione.

Mi asciugai, rimisi gli shorts e una maglietta nera. Quando tornai, Rubén aveva già fatto la doccia e aveva portato qualcosa da mangiare. Io mangiai seduta sul letto; lui, sul sedile del conducente.

—Carla, se vuoi appendi l’asciugamano fuori, così si asciuga —mi disse.

—Grazie —risposi, e uscii ad appenderlo.

Riprendemmo il viaggio. Quel pomeriggio faceva molto più caldo dei giorni precedenti. L’aria condizionata funzionava appena, avevo la fronte imperlata di sudore e la schiena incollata al sedile. Ci fermammo a comprare dell’acqua e ne bevemmo diversi litri in un’ora e mezza. Faceva talmente caldo che non ci restava neanche la voglia di parlare.

A un certo punto Rubén si tolse la maglietta senza chiedere nulla, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Vederlo così, con il petto ampio e la pelle lucida, mi fece venire una voglia fresca. Ci pensai a lungo e presi una decisione.

—Sai una cosa? Mi tolgo anch’io la maglietta. Non resisto.

—Ah, sì? Fa più caldo degli altri giorni, eh?

—È sfiancante —dissi.

Passai nella parte posteriore, cercai un reggiseno che non fosse troppo provocante e lo indossai. Tornai al posto del passeggero con un po’ di vergogna. Notai subito che i suoi occhi scesero sul mio seno senza il minimo tentativo di dissimulare. La cosa strana era che, man mano che passavano i chilometri, continuava a guardarmi di sottecchi, ancora e ancora. Mi metteva a disagio e, allo stesso tempo, lo sentivo quasi come un complimento.

Al calare della notte rimisi la canottiera. Parcheggiammo accanto agli altri camion e andammo a cenare in un piccolo ristorante. Mentre finivo il piatto, Rubén uscì per un momento. Tornò con una borsa.

—Guarda cosa ti ho comprato là fuori —disse.

—E questo? —chiesi, lasciando la forchetta.

Aprii la borsa. Era un paio di shorts molto leggero, ma anche molto corto. Non era il tipo di indumento che avrei indossato io, anche se con quel caldo sarebbe stato comodo. Non volli essere scortese.

—Grazie mille. Non dovevi disturbarti.

—L’ho visto e ho pensato che con questo caldo saresti stata comoda.

Gli mancava ancora da mangiare, così gli dissi che lo aspettavo sul camion. Salii, mi tolsi gli shorts che indossavo e misi quelli che mi aveva regalato. Erano minuscoli: mi lasciavano completamente scoperte le gambe e mostravano più del dovuto. Cercai di abbassarli, ma così mi spuntava sopra la biancheria. Ero ancora alle prese con il problema quando Rubén salì e, con la tendina aperta, la prima cosa che vide fui io.

—Eccomi. Accidenti, sembri fresca. Mi viene voglia di metterne un paio anch’io —scherzò.

—Sì, è davvero più fresco dei miei —ammisi.

—Magari dormirai meglio con questi.

Si aspetta che ci dorma dentro? Non volli sembrare ingrata e lasciai perdere.

Preparai il letto e lo vidi sedersi sul sedile del passeggero. Pensai che avrebbe dormito lì, quindi non gli chiesi nemmeno per scherzo se volesse passare nel letto dopo quello che era successo la notte prima. Chiusi la tendina, spensi la luce interna e, a causa del caldo estremo, mi tolsi la maglietta per dormire soltanto con il reggiseno e gli shorts che mi aveva regalato.

Proprio quando credevo che fosse tutto tranquillo, sentii che entrava nella cabina. Avvertii il modo in cui si sistemava nello spazio vuoto del letto. Tornò il panico: non mi aspettavo che dormisse lì e, per di più, indossavo meno vestiti dell’altra volta. Finsi di dormire. Passarono circa trenta minuti senza che succedesse nulla e quasi mi addormentai.

Allora sentii la punta delle sue dita sulla vita. Ebbi un piccolo sussulto che forse mi tradì, ma a lui non importò. Continuò a percorrermi lentamente, prima la vita, poi la gamba, non più con le dita ma con tutta la mano. La muoveva a suo piacimento, stringendo la carne delle mie cosce come se mi stesse misurando, tastandomi come si sceglie un frutto maturo.

Mi muovo? Faccio finta di svegliarmi? Lascio correre? Più ci pensavo, più la sua mano avanzava e più il battito mi accelerava.

La carezza sulla vita mi provocò un solletico dentro che, contro ogni logica, cominciò ad allentare i nervi invece di aumentarli. Mi sentii confusa. Poi appoggiò tutta la mano, enorme e calda, coprendomi metà ventre. Si avvicinò in avanti e sentii il suo petto nudo contro la schiena: anche lui era senza maglietta. A ogni respiro, il suo stomaco sfiorava la parte bassa della mia schiena. E più in basso, contro le natiche, sentii un rigonfiamento duro spingere attraverso la stoffa sottile degli shorts. Gli si stava rizzando il cazzo e me lo infilava tra le natiche senza il minimo ritegno, muovendo i fianchi molto lentamente, in cerchi appena percettibili, come se mi stesse tastando.

La goccia che fece traboccare il vaso fu quando la sua mano scese fino al bordo degli shorts e cominciò a risalire sul mio sedere. Lo percorreva con un dito, piano, ancora e ancora. Infilò le dita sotto la stoffa e mi tastò una natica nuda, senza biancheria in mezzo perché gli shorts erano così aderenti che non avevo messo nemmeno le mutandine. La impastò lentamente, aprendola e richiudendola, e sentii il suo cazzo pulsare contro di me, sempre più grosso. E il piccolo diavoletto sulla mia spalla si abituò a quelle palpeggiate. Non mi metteva più in allarme; ero curiosa di sapere fin dove avrebbe osato spingersi.

Fece scendere le dita lungo la fessura del mio culo, molto lentamente, sfiorando appena, finché si fermò proprio dove cominciava la mia fica. Fu allora che mi accorsi di essere bagnata. Bagnatissima. La stoffa degli shorts mi si appiccicava alle labbra e lui se ne accorse, perché lasciò andare un respiro rauco contro la mia nuca. Il suo dito tracciò un cerchio lento su quell’umidità e io strinsi i denti per non gemere.

All’improvviso strinse appena e ritirò la mano, per poi lasciarla di nuovo sulla mia vita. Non si mosse più. Supposi che si fosse addormentato. Rimasi a chiedermi perché mi fossi abituata a qualcosa a cui non avevo acconsentito. Per un momento mi sentii disgustata, ma il calore che mi aveva lasciato dentro ebbe la meglio, e alla fine mi addormentai con la sua mano lì, la fica palpitante e le mutandine di stoffa del letto inzuppate del succo che mi aveva fatto uscire senza nemmeno penetrarmi.

***

Si fece di nuovo giorno. Al risveglio notai subito che Rubén non era nel letto; il suo posto era fradicio. Cercando il lenzuolo, passai la mano sul corpo e sentii che gli shorts si erano spostati: metà del sedere era rimasta scoperta. Mi vergognai da morire e li sistemai in fretta. Avrà qualcosa a che fare con lui?

Non volevo alzarmi, ma dovevo farlo. Non lo vidi da nessuna parte, così andai da sola al ristorante della sera prima e mangiai qualcosa. Dall’interno lo vidi arrivare e salire sul camion. Ero arrabbiata e confusa allo stesso tempo. Forse mio padre aveva ragione quando mi aveva detto di stare attenta a lui. Pagai e salii, perché non avevo altra scelta.

—Eccoti! Dove ti eri cacciata? —disse preoccupato.

—Scusa, sono andata a mangiare qualcosa.

—Ah, va bene. Mi sono affacciato e non c’eri. Immagina che spavento.

—Tranquillo, sono qui —risposi.

Mi disse che ci saremmo fermati in un posto vicino dove c’erano delle docce. Finalmente potei lavarmi, persino con l’acqua fredda. Indossai gli shorts del giorno prima e una camicetta a maniche corte, l’unica pulita che mi era rimasta. Riprendemmo la strada. Il silenzio era imbarazzante, per me e credo anche per lui, perché cercò di fare conversazione in modo molto forzato.

—Non hai caldo con quella camicetta?

—Sì, ma dovrò abituarmi.

—Il caldo non è più pesante come ieri, vero?

—Si fa ancora sentire, ma sì, ieri era peggio.

Per quanto si mostrasse gentile, io ormai non lo guardavo più allo stesso modo. Quel pomeriggio dovetti cambiarmi la camicetta zuppa di sudore con la canottiera, che puzzava fin troppo di sudore, ma non avevo alternative. Prima che calasse la notte, Rubén mi avvertì:

—Carla, tra un po’ ci fermiamo a una stazione di servizio per dormire. Solo che io mi vedo con degli amici per bere qualcosa, va bene?

Mi venne l’ansia. Mio padre mi aveva detto di stare attenta a lui quando beveva, ma chi ero io per impedirgli qualcosa?

—Va bene… d’accordo. Io resto sul camion.

Arrivammo in un posto pieno di camion e parcheggiammo in mezzo agli altri. C’era un gruppo di camionisti, circa cinque. Rubén si avvicinò a loro e io andai a cenare a un chiosco. Lui cominciò a bere presto; saranno state le dieci. Alle undici finii di cenare e mi diressi verso il camion, ma lui mi gridò:

—Carla, vieni!

Si voltarono tutti a guardarmi e la pressione mi spinse ad avvicinarmi. Mi offrì una birra.

—Non ne vuoi una? Dai, con questo caldo ti farà bene.

Aveva ragione: durante tutta la giornata avevamo bevuto pochissima acqua.

—Va bene, solo una —cedetti.

Mi sedetti su una panca accanto a lui. Gli altri mi parlarono appena, per timidezza suppongo, e a me andava bene così. Parlarono per ore; io guardavo il telefono o scambiavo qualche sciocchezza con Rubén. Quando guardai l’ora erano le due del mattino e avevo bevuto quattro birre. Il freddo in gola era delizioso, ma sono pessima a reggere l’alcol e le vertigini erano ormai forti. Gli dissi che andavo al camion.

Lui stava peggio di me; contai circa undici bottiglie ai suoi piedi. Aveva una sbronza allegra.

—Certo, Carla. Salgo anch’io tra un po’, ormai è tardi.

—Va bene, vado avanti io.

—Ehi, voi, salutate Carla! —gridò agli altri.

—Ciao, Carlita! —intonarono tutti, già brilli.

La cosa mi fece ridere e li salutai sorridendo. Salii sul camion, aprii la tendina e dentro faceva ancora caldo. Con la freschezza delle birre addosso, mi tolsi la maglietta e il reggiseno, rimisi soltanto la canottiera e cambiai gli shorts con quelli che mi aveva regalato. Piccoli, ma freschi. Di nuovo senza mutandine, perché quelle pulite che avevo erano le ultime e non volevo macchiarle di sudore.

Le vertigini non passavano, così mi sdraiai subito, rivolta verso i sedili. Dopo cinque minuti entrò Rubén. Si sentiva la gola ogni volta che deglutiva, tanto stava male. Si sedette sul sedile del passeggero, si prese il viso tra le mani per riprendersi, tirò fuori un paio di shorts da sotto il letto e tornò davanti.

Dalla tendina entrava un po’ di luce esterna. Lo vidi togliersi la maglietta e lasciare scoperto il petto enorme, lucido di sudore. Continuai a guardare per curiosità, lo ammetto. Poi si alzò tra i due sedili, si abbassò i pantaloni e, subito dopo, la biancheria, che cadde a terra. La sagoma di ciò che gli pendeva tra le gambe mi mozzò il respiro. Era un cazzo enorme, grosso, lungo persino a mezza erezione, pesante tra le cosce, con la testa larga che spuntava da sotto il prepuzio. I coglioni oscillavano sotto di esso, gonfi e scuri. Un brivido mi percorse la schiena e, all’improvviso, le vertigini sparirono. Deglutii senza volerlo e mi leccai persino le labbra. A cosa sto pensando? Che cosa mi succede?

Indossò soltanto gli shorts e io mi voltai in fretta, perché non si accorgesse di averlo visto. Lo sentii entrare nella cabina e i nervi mi schizzarono alle stelle. Sentii che si sdraiava e, nel modo più sfacciato possibile, si accostò premendo tutto il petto contro la mia schiena, le gambe contro le mie e l’inguine contro il mio sedere. Ce l’aveva già mezzo duro e me lo schiacciò tra le natiche, imprimendomi ogni centimetro attraverso la stoffa. Dentro di me si accese lo stesso calore della notte precedente, e l’ubriachezza mi confondeva i pensieri. L’unico piano che avevo era non muovermi.

Questa volta la sua mano non accarezzava: mi stringeva la vita e avvicinava il mio bacino al suo, strofinandomi il cazzo contro il culo. Ero molto nervosa, ma il desiderio era intenso quanto la paura, così a poco a poco cominciai a lasciarglielo fare. Scese sulle mie cosce, le strizzò con quella mano enorme e mi parlò all’orecchio.

—Sei sveglia, vero?

Mi irrigidii. Non risposi. Lui continuò, passò di colpo al mio sedere e io ebbi un piccolo sussulto. Mi infilò la mano sotto gli shorts, mi afferrò una natica intera e strinse forte, conficcandomi le dita nella carne.

—Per come ti sto toccando, a quest’ora ti saresti già svegliata —sussurrò, con la lingua impastata dall’alcol.

Risalì con la mano sul ventre fino a uno dei miei seni. Alzai involontariamente le spalle e lo sentii ridacchiare, come se mi prendesse in giro. Avevo la testa a mille. Mi impastava una tetta, mi pizzicava il capezzolo, già duro come una pietra, mi stringeva il sedere, mi percorreva le gambe, e io non riuscivo nemmeno a muovermi. Mi fece rotolare il capezzolo tra pollice e indice, tirandolo, e una frustata mi scese fino alla fica. Mi sfuggì un sospiro che non riuscii più a nascondere.

—Guarda… guarda cos’ho qui —disse.

Prese la mia mano, la portò dietro di me e la appoggiò sul suo rigonfiamento. A quel punto la mia testa smise di ragionare. Lo sentii tutto contro il palmo, grosso, pesante, palpitante sotto la stoffa. I nervi cominciarono a cedere e sentii che mi bagnavo, che il succo mi colava lungo le cosce. Mosse la mia mano su di lui finché la ritirai, imbarazzata, ma tornò a posarla lì, stavolta senza stoffa di mezzo: si era abbassato abbastanza gli shorts da tirare fuori il cazzo. Chiusi le dita senza riuscire ad abbracciarlo del tutto. Era caldo, duro come il ferro, con la pelle liscia e una grossa vena che pulsava sotto il mio pollice. Cominciai a muovere lentamente la mano su e giù, sentendo la pelle tendersi a ogni movimento, sentendo il prepuzio scivolare indietro e scoprire la cappella grossa e umida. Quando arrivai in cima gli strofinai la punta con il palmo e notai una grossa goccia già fuoriuscita, scivolosa come olio.

—Così, così… —ansimò al mio orecchio—. Puttana, che manina.

Mi vergognai di nuovo e ritirai la mano. Rubén mi afferrò per i fianchi, si strofinò contro di me e capii che non c’era più modo di tornare indietro. Il cazzo nudo mi bruciava tra le natiche, si infilava nella fessura, cercava l’apertura sotto gli shorts. Mi spinse per la spalla finché non mi ritrovai a pancia in su. Fece passare il braccio destro sotto il mio collo, abbracciandomi, e con l’altra mano si accarezzava, scuotendoselo lentamente contro il mio fianco. Era buio, ma sapevo che mi guardava.

—Non è vero che dormivi? Eppure mi stavi toccando qui —disse.

Mi rimise la mano su di lui. Era durissimo, più grosso di prima, gonfio. Il suo torso enorme copriva il mio, che al confronto sembrava minuscolo. Ricominciai, lenta e timida, muovendo la mano dal basso verso l’alto, sentendo la cappella diventare violacea sotto le dita.

—Mmm, vedo che ti piace davvero —mormorò, così vicino che sentivo il suo alito di birra—. Continua, mungimelo bene, così.

Mi sollevò la canottiera con uno strattone e mi lasciò le tette scoperte. Rimase a guardarle per un secondo nella penombra, poi abbassò la bocca. Mi succhiò un capezzolo per intero, leccandolo e mordicchiandolo, mentre con la mano libera mi impastava l’altra tetta. Io continuavo a fargli una sega, sempre più velocemente, con il cazzo che scivolava tra le dita per il liquido che gli usciva senza sosta.

Senza preavviso, abbassò la mano e portò le dita tra le mie gambe. Ebbi un sussulto.

—Ehi, tranquilla… qui sotto sei bollente —disse, muovendo le dita sugli shorts—. Guarda come li hai ridotti, tutti bagnati. Guarda come sgoccioli, troia.

Il mio corpo reagiva da solo e non riuscivo a crederci. Mi premette il dito attraverso la stoffa, cercando la fessura della fica, e la segnò avanti e indietro finché un gemito mi sfuggì di colpo.

Non resistette più. Si sollevò, mi tolse gli shorts con uno strattone, lasciandomi nuda dalla vita in giù, e si sedette sul bordo del letto per continuare a toccarmi. Mi aprì le gambe spingendomi le ginocchia ai lati e rimase a guardare la fica, illuminata appena dalla luce che filtrava dalla tendina.

—Guarda come sei. Sapevo che eri così eccitata —disse, passando lentamente un dito sulle labbra—. Tutta depilata, tutta rosata. E guarda come il succo ti cola fino al culo.

Mi separò le labbra con due dita e ci soffiò sopra. Io sussultai sul letto. Poi abbassò la testa e mi leccò con un lungo passaggio della lingua, dal basso verso l’alto, finendo sul clitoride. Gli afferrai la testa senza rendermene conto e lasciai uscire un gemito che i camionisti fuori avrebbero sentito, se non fosse stato per il motore di un frigorifero acceso lì vicino.

—Shh, sta’ zitta, troia —disse con la bocca premuta contro la mia fica—. Sveglierai mezza stazione di servizio.

Tornò a leccarmi, stavolta infilando la punta della lingua tra le labbra, assaporandomi dall’alto in basso, succhiandomi il clitoride come fosse una caramella. Mi infilò un dito mentre mi leccava e io inarcai la schiena contro il lenzuolo. Si portò le dita alla bocca e le succhiò.

—Uff… se infilo questo qui, entrerà da solo, non lo senti? —e infilò lentamente la punta di un dito, poi due, muovendoli in cerchio, piegandoli verso l’alto, cercandomi dentro.

Immaginai quello che diceva e mi eccitai ancora di più. Le dita entravano e uscivano con un rumore umido e osceno, mescolato al mio respiro. Quando le tirò fuori, erano lucide di succo, e me le passò sulle labbra della bocca.

—Assaggia, dai. Assaggia quanto sei buona.

Aprii la bocca senza pensarci e gli succhiai le dita, sentendo sulla lingua il mio stesso sapore salato e denso. Lui lasciò uscire un ringhio e, senza avvertire, si sollevò, appoggiò le ginocchia ai miei lati e me lo ritrovai sopra. Era enorme. Il cazzo gli oscillava sopra il mio viso, duro, puntato verso di me, con la testa gonfia e una grossa goccia appesa alla punta. Avvicinò la cappella alle mie labbra e mi diede dei colpetti sul mento, lasciandomi una scia umida di saliva e liquido preseminale.

—Apri la bocca, Carla. Aprila —ordinò.

La aprii appena e lui si fece strada. Mi spinse la punta contro la lingua e sentii il sapore salato, la pelle calda, il peso di tutto quello dentro la bocca. Mi tenne la testa con entrambe le mani, imponendo il ritmo, scopandomi la bocca lentamente all’inizio e poi più a fondo. La punta mi urtava contro la gola e dovetti spalancare la mandibola quanto più potevo, per evitare che mi graffiasse i denti. Mi salirono le lacrime agli occhi e cominciai a soffocare.

—Ingoialo tutto, così… aprila tutta —ansimava, guardandomi dall’alto—. Puttana, guarda che faccia hai con il cazzo dentro.

Un filo di saliva mi colava dall’angolo della bocca fino al collo. Quando lo tirò fuori, tossii e ansimai, con la bocca aperta e piena di bava.

—Sputalo —ordinò.

Obbedii, e lui si afferrò il cazzo e se lo passò sulle mie labbra, impiastrandosi con la mia saliva. Me lo infilò di nuovo, stavolta più a fondo, e io presi il controllo con la mano, cominciai a muoverla da sola, masturbandolo con voglia, succhiandogli la cappella fino in fondo mentre con l’altra mano gli soppesavo i coglioni. Lo sentivo sospirare, gemere piano, e sapere che lo facevo bene mi eccitava ancora di più. Gli leccai tutta l’asta dalla base alla punta, gli succhiai i coglioni uno alla volta, sentendo come gli si tendevano dentro il sacco, e tornai alla punta per succhiargli tutta la cappella.

—Non ce la faccio più —ansimò.

Scese dal mio viso, mi afferrò le caviglie e mi spalancò le gambe. Si sistemò tra loro e sentii la cappella appoggiarsi proprio all’ingresso della fica, scivolando dall’alto verso il basso sulle labbra bagnate, impastandomi con i suoi stessi succhi.

—Aspetta! —dissi allarmata—. Hai un preservativo?

—Non importa. Voglio sentirti bene.

—No, no… se non ce n’è uno, allora…

Non riuscii a finire. Sentii la punta premere con più forza e quel brivido mi fece tacere. Chiuse gli occhi. Spinse, lentamente, ed era così grosso che sentivo come mi apriva il passaggio, come separava le pareti centimetro dopo centimetro. Mi infilò appena la cappella e già mi faceva male; la tirò fuori, sputò sul cazzo, lo appoggiò di nuovo e stavolta entrò di più, fino a metà.

—Ahi, mi fai male, aspetta —chiesi.

Non si fermò. Uscì un po’ e rientrò, stavolta fino in fondo. Sentii i coglioni sbattermi contro il culo e il respiro mi si spezzò.

—Oh… quanto sei stretta —ansimò—. Puttana, come mi stringe questa fica. Te lo sei ingoiato tutto.

Il dolore iniziale si mescolava alla sensazione di averlo tutto dentro, mentre riempiva ogni angolo e spingeva fino in fondo. Quando cominciò a muoversi, appoggiò le braccia ai lati della mia testa e partì con spinte che facevano risuonare tutta la cabina. Il cazzo usciva quasi fino alla punta e poi rientrava con un colpo, urtandomi il fondo a ogni affondo. A ogni spinta mi sfuggiva un gemito che non riuscivo a trattenere. Mi aggrappai alle sue braccia, troppo grosse per le mie mani, e alla fine rimasi appesa a loro.

—Prendi… prendi… così ti piace, vero? —ansimava contro il mio orecchio—. Puttana, guarda come te lo infilo. Guarda come ingoi tutto.

Mi sollevò le gambe e me le appoggiò sulle spalle, piegandomi in due. Da quell’angolazione entrava più in profondità e ogni colpo mi strappava un gemito più acuto. Vedevo il suo viso sudato sopra il mio, i muscoli del petto tesi, e sentivo i coglioni sbattermi contro le natiche ogni volta che spingeva fino in fondo. Il letto della cabina cigolava; tutto il camion si muoveva sugli ammortizzatori.

—Mettiti a quattro zampe —ringhiò, uscendo di colpo.

Mi girò lui stesso, ebbi appena il tempo di muovermi. Mi mise in ginocchio, con il culo sollevato, e mi infilò il cazzo con una sola spinta. Mi sfuggì un grido e mi coprii la bocca con la mano. Mi afferrò i fianchi con entrambe le mani e cominciò a scoparmi più velocemente, senza pietà, pelle contro pelle, in uno sciabordio umido per quanto ero bagnata. Mi infilò il pollice in bocca e mi tirò la testa all’indietro, inarcandomi la schiena.

—Così… così avrei dovuto prenderti dal primo giorno —ansimava—. Puttanella che fa venire voglia di cazzo, con i tuoi shortini, mentre mi muovevi il culo. Prendi, prendi…

I suoi fianchi urtavano contro di me ancora e ancora, e quel suono di carne contro carne riempiva la cabina. Avrei giurato che il camion si stesse muovendo. Il caldo, l’odore di sudore e di birra, il suo respiro contro il mio collo: tutto mi spingeva verso un orgasmo che non riuscivo a fermare. Mi infilò una mano sotto e cercò il clitoride, lo strofinò in cerchi continuando a penetrarmi da dietro, e sentii che stavo per venire. Le gambe mi tremarono, la fica si contrasse attorno al cazzo e mi sciolsi sul materasso, gemendo contro il cuscino per soffocare il grido.

—Oh, come stringe questa puttanella quando viene —ringhiò senza fermarsi—. Ancora, dammene un’altra, vieni di nuovo.

Mi girò di nuovo, a pancia in su. Mi aprì le gambe e me lo infilò ancora, stavolta guardandomi negli occhi, con le braccia appoggiate ai lati della mia testa. Ero distrutta, con le tette che rimbalzavano a ogni spinta, la bocca aperta, incapace persino di gemere come si deve.

—Sto per venire, Carla —disse, accelerando.

Anch’io ero sul punto di venire di nuovo. Un sospiro mi si bloccò in gola e non ebbi il tempo di chiedergli nulla. All’ultimo secondo uscì con uno strattone. Si afferrò il cazzo e cominciò a scuoterselo con la mano sopra di me. Sentii il primo colpo caldo sul mento, uno schizzo denso che mi arrivò fino al labbro e mi lasciò una goccia sulla lingua; poi un altro sul collo, sulla clavicola, poi sul petto, tra le tette, e l’ultimo sul ventre, in una pozza tiepida che cominciò a colarmi verso l’ombelico. Furono cinque o sei schizzi di fila, ognuno accompagnato da un ringhio rauco. Mi rimase la sborra dappertutto, densa, che scivolava sulla pelle mescolandosi al sudore. Rimasi esausta, sconfitta, con le gambe penzoloni e tremanti, gli occhi chiusi e il suo sapore salato ancora in bocca.

Rubén si lasciò cadere al mio fianco e il letto intero sussultò. Subito lo sentii russare: si era addormentato, con il cazzo ancora mezzo floscio appoggiato sulla coscia, lucido del mio succo e del suo. Riprendendo fiato, cominciai ad avvertire l’odore di sudore e di sesso dentro la cabina. Sapeva di lui, sapeva di me, sapeva di sperma. Mi passai una mano sul ventre e sentii la sborra appiccicosa tra le dita. Il sonno mi vinse prima che potessi capire in quale momento avevo permesso che accadesse tutto quello.

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