Una donna matura attraversò tre province per il suo giovane amante
Chiusero l’ufficio dove lavoravo al mattino e rimasi senza niente. Cercai lavoro per settimane nella mia città, poi nei paesi dintorno e alla fine dovetti ampliare il raggio fino a dove non mi ero mai neppure immaginata di trasferirmi. L’unica offerta seria era lontana e, visto che gli affitti in centro erano impossibili, finii per prendere in affitto una casa in un paesino economico a mezz’ora da Burgos.
Ero così presa dal trasloco, così impegnata con scatoloni e moduli, che avvertii a malapena qualcuno. Feci il trasferimento quasi in silenzio, come se volessi ricominciare da zero. E ricominciare da zero, senza saperlo, significava lasciarmi dietro l’unica cosa che mi sarebbe mancata davvero.
Lo scoprii il primo giorno, mentre disfacevo le valigie nel nuovo appartamento. Non trovavo il cellulare. Lo cercai dappertutto, sotto i mobili, dentro le borse, in macchina. Niente. Dovetti andare alla compagnia per disdire la linea, così non mi addebitassero consumi altrui e, già che c’ero, attivai un nuovo numero.
Il problema venne dopo. Avevo un vecchio quaderno con i numeri di telefono appuntati a mano e li stavo trasferendo uno a uno nella rubrica del nuovo telefono. Tutti tranne il suo. Quello di Adrián non era da nessuna parte.
L’ho perso. Ho perso il mio ragazzo e non mi sono nemmeno salutata.
Adrián e io avevamo un accordo chiaro fin dall’inizio: solo scopare, niente promesse, niente etichette. Io gli tiravo qualche anno e questo, lungi dal metterci a disagio, faceva parte del gioco. Ci vedevamo tre o quattro volte alla settimana, a seconda della voglia, e quasi sempre era lui a volere più cazzo dentro di me. Perderlo così, per una sciocca svista, mi lasciò un vuoto strano nel petto e un altro, più concreto, tra le gambe.
Passarono i mesi. Mi abituai al paese, al lavoro, ai pomeriggi lunghi. Ma alcune notti il ricordo tornava con forza e finivo con due dita nella fica, immaginando il suo cazzo che mi apriva la strada, ricordando la sua voce, le sue mani, il modo in cui mi dava ordini a bassa voce mentre mi scopava. Mi masturbavo pensando a come mi afferrava per i capelli per affondarmi il cazzo in bocca, al sapore della sua sborra, al peso dei suoi coglioni contro il culo quando mi prendeva da dietro. Venivo mordendo il cuscino e mi addormentavo con le dita appiccicose e un misto di piacere e nostalgia.
***
Dopo sei mesi, riordinando un altro dei miei quaderni, trovai annotato un vecchio account email con la sua password. L’avevo usato così poco che l’avevo quasi dimenticato. Provai per curiosità più che per speranza, e risultava ancora attivo.
Tra decine di messaggi vecchi ce n’era uno che non mi aspettavo: una mail di un amico in comune che mi raccontava che Adrián per mesi aveva chiesto di me, che non capiva la mia sparizione, che se un giorno avessi letto quella mail gli scrivessi. Mi accelerò il battito. Risposi quella stessa notte, con le mani impacciate sulla tastiera.
Due giorni dopo sentii di nuovo la sua voce in un audio e giuro che mi si allentarono le ginocchia e mi si inumidirono le mutandine di colpo. Quella voce profonda, beffarda, sicura. È ancora lui. Ha ancora voglia di scoparmi come prima. Parlammo per ore, riprendendo il tono di sempre, e nel giro di un paio di settimane avevamo già un piano.
Adrián non aveva la macchina, quindi sarei stata io a guidare fino a Valladolid, dove viveva. Sarei rimasta tutto il fine settimana a casa sua. Solo a pensarci mi tremavano le gambe e la fica mi si contraeva nel vuoto. Gli dissi solo una cosa prima di riattaccare:
—Voglio che sia come le ultime volte. Voglio sentirmi desiderata. E dominata. Voglio che mi scopi fino a farmi venire l’impossibilità di camminare.
Lui rise piano dall’altra parte.
—Detto fatto. Finirai il weekend con la fica distrutta e la bocca piena del mio latte.
***
Il venerdì mi svegliai accesa. Fin dalla prima ora iniziai a scrivergli, proprio come quando vivevamo nella stessa città e contavamo le ore per vederci. Gli mandai foto delle tette che spuntavano dal reggiseno, dell’interno delle cosce, audio respirando forte, messaggi sempre più spinti raccontandogli come pensavo di aprirmi le gambe appena entrata in casa sua. Lui rispondeva con la stessa intensità e, quando me ne arrivò uno in cui descriveva nei dettagli come mi avrebbe scopato la bocca fino a farmi colare il mascara, come mi avrebbe messa in ginocchio e mi avrebbe riempito la faccia di sperma, non riuscii a resistere. Mi chiusi in camera, mi stesi nuda, sputai sulle dita e me le portai al clitoride. Ascoltavo quell’audio una volta dopo l’altra, mentre descriveva il suo cazzo dentro la mia fica e io mi mordevo i capezzoli, e venni con due dita affondate fino alle nocche, bagnando il lenzuolo.
Alle cinque del pomeriggio finalmente presi la macchina e partii. A metà strada ripresi i messaggi, raccontandogli dove ero e quanto fossi eccitata, che le mutande ormai mi si appiccicavano alla fica per quanto ero bagnata da tutto il giorno. Gli dissi che indossavo il vestito blu a spalline con cui mi aveva conosciuta. La sua risposta arrivò poco dopo:
—Voglio che arrivi con il solo vestito. Niente sotto. Niente mutande né reggiseno. Voglio potertelo ficcare nell’ascensore, se mi va.
Lessi quelle parole a un semaforo e sentii la faccia incendiarsi. Gli risposi che, se era quello che voleva, sarei arrivata così. Alla prima area di sosta mi fermai, scesi dall’auto e, nascosta tra due furgoni, iniziai a togliermi la biancheria intima. Erano umide a forza di pensare a lui, con una macchia scura a segnare l’inguine. Ma proprio allora entrò un camion e me le risollevai in fretta, morta di vergogna, senza sapere se il conducente avesse visto qualcosa. Ripartii di nuovo, questa volta con le mutande ancora addosso e il cuore a mille.
Era più delle sette quando arrivai a Valladolid. Parcheggiai vicino al suo portone, tirai fuori la valigetta con lo stretto necessario per il fine settimana e scesi la strada con le gambe molli. Suonai al citofono e non dovette pensarci due volte.
—Sì? —disse solo questo, ma la sua voce mi attraversò da parte a parte.
—Ciao, amore mio. Sono qui.
Mi aprì senza aggiungere una parola.
***
Salì in ascensore fino al secondo piano e, quando le porte si aprirono, quella dell’appartamento era già socchiusa. Non lo vedevo, ma ne intuivo la sagoma dietro. Entrai trascinando la valigia e, quando mi voltai per chiudere, lo trovai appoggiato al muro, completamente nudo, con il cazzo già mezzo duro che gli pendeva tra le cosce.
Mi portai la mano libera alla bocca.
—Madonna mia, che benedizione —mi uscì, senza riuscire a staccare gli occhi dal suo cazzo—. Mi ero dimenticata quanto ce l’hai grosso.
Chiuse la porta, si avvicinò lentamente e mi avvolse con le braccia.
—Non vedevo l’ora di rimettertelo fino in fondo —mormorò contro i miei capelli.
—E io di averlo dentro —riuscii a dire prima che la sua bocca si chiudesse sulla mia.
Mi baciò come se volesse recuperare in un solo bacio i sei mesi perduti, spingendomi la lingua fino in gola. Una mano mi percorreva la schiena, l’altra mi prese la valigia e la lasciò cadere di lato. Si staccò appena un secondo e mi prese la mano per portarmela direttamente sul cazzo, già completamente duro e pulsante.
—Guarda come mi hai già ridotto —disse, chiudendo le mie dita intorno al cazzo caldo.
—È duro come una pietra —risposi con un filo di voce, stringendo il pugno e sentendolo pulsare.
Iniziai a masturbarlo piano, su e giù con la mano finché una goccia di liquido preseminale mi bagnò il pollice. Me la portai alla bocca senza pensarci, guardandolo negli occhi, e lui ringhiò qualcosa tra i denti. Mi afferrò forte e mi sollevò di qualche centimetro da terra mentre tornava a baciarmi. Quando me ne accorsi, avevo la schiena contro la parete dell’ingresso. Mi rimise giù, mi tenne il mento e mi guardò negli occhi.
—Sei pronta per quello che viene? Perché questo fine settimana non avrai tregua.
Riüscii a rispondere solo con un gemito soffocato. Le sue mani scivolarono sotto il vestito, risalirono sulle mie cosce e, all’improvviso, si fermarono quando urtarono l’elastico delle mutande. Sorrise appena da un lato.
—Hai fatto la brava bambina cattiva. Sei venuta con le mutande addosso. Questa non te la perdono.
Diventai rossa di vergogna e di eccitazione insieme. Mi sfilò il vestito dalla testa con un solo strattone e mi lasciò piantata contro il muro, solo con la biancheria intima che mi aveva proibito e i capezzoli già duri, in evidenza nell’aria. Mi osservò da cima a fondo, senza fretta, godendosi il mio imbarazzo. Si chinò e mi strappò le mutande dalle caviglie, se le portò al viso e inspirò a fondo.
—Sei fradicia, troia. Hai pensato a tutta la strada al mio cazzo, vero?
—Sì —sussurrai.
—Sì, cosa?
—Sì, amore mio. Tutto il viaggio a pensare al tuo cazzo.
Poi mi girò verso il muro e mi appoggiò le mani aperte sull’intonaco freddo. Mi aprì le gambe con il ginocchio e mi spinse il culo indietro.
Il primo schiaffo mi fece sussultare. Il secondo, gemere. Il terzo mi lasciò la natica in fiamme e la fica che colava. Si premette contro la mia schiena, con il cazzo duro conficcato tra le natiche, appoggiò la bocca al mio orecchio e sussurrò:
—Cominciamo. E spero che tu sia ancora la mia troia calda di sempre.
Cominciò a baciarmi il collo, che è esattamente il punto in cui sa che mi sciolgo. Una mano salì fino al seno e mi pizzicò il capezzolo con due dita, torcendolo finché non mi sfuggì un grido. L’altra scese sul ventre fino ad affondare direttamente tra le labbra già fradice. Mise due dita di colpo e le tirò fuori lucide.
—Guarda come sei, cazzo. Ti cola fuori.
Mi avvicinò le dita alla bocca e io aprii senza pensarci, succhiandogliele pulite mentre lui faceva scorrere il cazzo su e giù tra le mie natiche. Io potevo solo appoggiare la fronte al muro e respirare a singhiozzo, lasciandomi fare, con il culo all’indietro a chiedere ancora.
***
Quello che venne dopo fu un vortice. Mi trascinò senza lasciarmi andare fino alla camera da letto, mi stese supina sul letto e mi divaricò le gambe con uno strattone. Prima di salire, si chinò tra le mie cosce e mi affondò la lingua nella fica senza preavviso. Urlai per il piacere nel sentire quella lingua calda che mi percorreva dall’alto in basso, mi succhiava le labbra, risaliva fino al clitoride per succhiarlo mentre due dita entravano e uscivano con un rumore umido e sporco che riempiva la stanza.
—Hai esattamente lo stesso sapore di sei mesi fa —disse con la bocca ancora premuta contro di me—. Di mia troia.
Mi mangiò la fica finché le gambe mi tremarono da sole e stavo per venire. Allora si fermò, mi guardò con un sorriso perverso e risalì sul mio corpo leccandomi l’ombelico, il ventre, mordendomi un capezzolo fino a farmi inarcare la schiena. Si sistemò sopra di me e afferrò il cazzo con la mano per far scorrere il glande su e giù sulle mie labbra, bagnandosi con i miei umori, senza arrivare a penetrarmi.
—Chiedimelo.
—Ficcamelo, per favore —ansimai—. Ficcamelo adesso, non ce la faccio più.
—Cosa devo ficcarti?
—Il cazzo. Ficcamelo tutto, Adrián, ti prego.
Entrò lentamente, guardandomi negli occhi, e ancora ricordo il sospiro lungo e roca che mi sfuggì quando lo sentii tutto, centimetro dopo centimetro, fino a quando i suoi coglioni sbatterono contro il mio culo. Mi era mancato così tanto che quasi mi venne da piangere per il puro sollievo. Mi sentii piena, aperta, completa per la prima volta in mezzo anno.
Cominciò con un ritmo lento, quasi crudele, tirandomelo fuori fino alla punta e affondandolo di nuovo millimetro dopo millimetro, lasciandomi sentire ogni vena prima di ritirarsi. Io gli conficcavo le unghie nella schiena, gli chiedevo di più con il bacino, inarcandomi per farlo entrare più a fondo, e lui rideva della mia disperazione.
—Lo volevi, eh? Dimmi quanto lo volevi.
—Tanto —ansimai—. Non immagini quanto. Scopami forte, per favore.
—Così? —disse dandomi una spinta che mi strappò un grido—. O più forte?
—Più. Molto più forte. Spaccami.
Allora smise di giocare. Mi prese con forza, tenendomi i polsi contro il materasso sopra la testa, e la stanza si riempì del suono dei nostri corpi che sbattevano, della testata del letto contro il muro e dei miei gemiti sempre più acuti. Mi piantava il cazzo fino in fondo a ogni affondo, mi sollevava i fianchi dal materasso, mi faceva risalire sul letto centimetro dopo centimetro fino a sfiorare la testiera con la nuca. Mi lasciò i polsi per afferrarmi una gamba e posarmela sulla spalla, aprendomi di più, e da quell’angolazione ogni spinta mi toccava un punto che mi faceva vedere bianco. Venni così, con lui dentro, con il pollice che mi sfregava il clitoride al ritmo delle stoccate, tremando dalla testa ai piedi, stringendo la fica intorno al suo cazzo, incapace di trattenere un urlo che sicuramente si sentì in tutto il pianerottolo. Lui resistette ancora un po’, cambiandomi posizione, mettendomi di lato, afferrandomi per i capelli, fino a quando con gli ultimi colpi si svuotò dentro di me con un lungo ringhio e rimase immobile, con la fronte appoggiata alla mia spalla, ancora dentro, sentendo come la mia fica continuasse a stringere il suo cazzo a scatti.
Quando lo tirò fuori, un filo di sperma mi colò dietro la coscia fino al lenzuolo. Restammo abbracciati, riprendendo fiato, ridendo come due ragazzini.
***
Più tardi decidemmo di cenare qualcosa di leggero e mettere un film. Nessuno ci convinceva, così Adrián ne scelse uno qualunque e ci sdraiammo sul divano, io con la testa appoggiata sul suo petto. Resistimmo fermi fino a più o meno metà. Poi la sua mano iniziò a giocherellare con il mio seno sopra il vestito che mi ero rimessa, cercando il capezzolo, pizzicandolo piano fino a renderlo duro.
—Stai fermo e non fare il solito —protestai, senza troppa convinzione.
Si fermò per un po’. Dieci minuti dopo la mano tornò, questa volta scendendo sul ventre fino a infilarsi tra le mie gambe sotto il vestito. Mi accarezzava le labbra della fica, già di nuovo bagnata, mentre fingeva di guardare lo schermo. Mise un dito, poi due, e cominciò a muoverli con calma, cercando il mio punto interno. Mi tornarono di colpo tutti i calori. Non resistei a lungo. Mi sollevai e gli andai contro.
—È questo che vuoi? Allora preparati.
Scivolai a terra, tra le sue ginocchia, gli abbassai i pantaloncini e la biancheria intima con uno strattone e lo trovai già duro, con il glande gonfio e una goccia trasparente che spuntava dalla punta. La raccolsi con la lingua senza staccare gli occhi dai suoi.
Lo afferrai con decisione alla base e iniziai a leccarlo lentamente, percorrendolo tutto, dai coglioni alla punta, bagnandolo di saliva. Gli passai la lingua piatta sotto, gli succhiai uno dei coglioni portandomelo in bocca, e risalii fino a ingoiarlo di nuovo. Me lo infilai in gola fino a sentire il fondo della gola urtato e dovetti staccarmi tossendo, con fili di saliva che mi pendevano dalla bocca. Lui gettò la testa all’indietro.
—Che bocca che hai, cazzo —mormorò, intrecciando le dita nei miei capelli—. Ingoiamelo tutto.
Mi guidò la testa scandendo il ritmo, affondando fino in fondo, scopandomi la bocca senza riguardo, fino a farmi salire le lacrime agli occhi e costringermi a staccarmi per respirare. Mi guardò il viso sporco di saliva e sorrise.
—Troia, così mi piaci.
Mi misi in piedi, mi liberai io stessa del vestito e mi sedetti a cavalcioni su di lui. Afferrai il suo cazzo bagnato dalla mia stessa saliva e me lo posizionai all’ingresso. Scesi piano, sentendolo farsi strada centimetro dopo centimetro, e rimasi immobile per qualche secondo con tutto il cazzo dentro, baciandolo, mentre lui mi teneva saldamente per i fianchi e mi stringeva le natiche.
Fu lui a cominciare a muovermi, sollevandomi appena per poi farmi ricadere di nuovo sul suo cazzo. Mi succhiava i capezzoli mentre salivo e scendevo, mi mordeva il collo, mi sussurrava porcherie all’orecchio. Cavalcai fino a dettare io il ritmo, sempre più veloce, con le mani appoggiate sul suo petto e le tette che rimbalzavano davanti alla sua faccia, senza voler che finisse mai. Lui mi mise un dito in bocca perché glielo succhiassi e poi abbassò quella stessa mano e cercò il buco del culo, premendolo piano con la punta del dito bagnato mentre continuavo a cavalcarlo. La sensazione doppia mi fece perdere la testa. Un secondo orgasmo mi attraversò tutta e mi lasciò tremante sul suo petto, stringendo la fica intorno al cazzo a ondate.
***
Ancora dentro di me, si raddrizzò con me in braccio, facendo sfoggio di una forza che mi ha sempre disarmata, e continuò a spingermi in piedi in mezzo al salotto, tenendomi da sotto il culo, lasciandomi cadere sul suo cazzo con la gravità, affondando fino a toccare il fondo. Io gli cingevo il collo con le gambe intorno alla vita, sentendo come mi apriva in due ogni volta che mi lasciava cadere. Poi mi portò in camera e mi adagió con cura, riprendendo l’andirivieni sopra di me. Mi dava così forte che il letto sbatteva contro il muro e io mi sentivo come una bambola nelle sue mani, con le gambe aperte al massimo e le mani aggrappate al lenzuolo. Mi mise le caviglie sulle spalle e da lì mi affondò dentro così a fondo che gridai, fino a quando con un’ultima spinta si riversò dentro di me per la seconda volta quella notte e si lasciò cadere accanto a me, con il cazzo ancora gocciolante di sperma mescolato ai miei fluidi sulla coscia.
Uscii un momento a pulirmi. Sedendomi sul bidet, la sborra mi colava calda e densa dentro. Quando tornai, era ancora sveglio, ad aspettarmi di nuovo pronto, con il cazzo di nuovo mezzo eretto sul ventre. Non mi feci pregare: scesi subito a prepararlo con la bocca prima di risalire ancora su di lui. Gli riportai il cazzo duro del tutto a furia di leccarlo, sputai sul glande e glielo strofinai con la mano fino a lasciarglielo duro come un bastone.
Quel secondo round fu più lento, più intimo, pieno di baci sul collo e di parole sussurrate all’orecchio che mi dicevano quanto fossi incredibile, come gli stringessi bene, quanto gli fosse mancata quella fica. Mi scopava in missionario senza fretta, con spinte lunghe e profonde, mentre io gli incrociavo le gambe dietro per averlo più addosso. Finì mettendomi a quattro zampe, mi aprì le natiche con entrambe le mani per vedersi entrare e me lo conficcò con una sola stoccata che mi strappò il solito gemito. Nella camera si sentivano solo l’urto dei suoi fianchi contro il mio culo, i suoi coglioni che sbattevano contro la fica a ogni affondo, e i miei ansimi.
—Cazzo, che bello, continua —lo supplicai—, non fermarti. Scopami, scopami così.
—Ti piace che ti scopi come una cagna?
—Sì, mi piace da morire. Spaccami la fica.
Mi diede un forte schiaffo sulla natica destra, poi un altro sulla sinistra, fino a lasciarmele segnate e in fiamme. Mi afferrò per i capelli, tirandomi all’indietro per inarchiarmi di più, e aumentò il ritmo fino a rendere quasi indistinguibili le spinte. Arrivai a un orgasmo che mi fece crollare sfinita sul materasso, con la faccia affondata nel cuscino e il culo ancora alzato. Lui resistette ancora qualche secondo, tenendomi per i fianchi per mantenermi in posizione, fino a svuotarsi di nuovo con un lungo ringhio. Uscì piano e vidi un getto denso di sperma colare dalla mia fica aperta fino a cadere sul lenzuolo. Finimmo esausti, abbracciati, e ci addormentammo senza accorgercene. Io ero a pezzi per il viaggio e per la settimana di lavoro, ma felice come non mi sentivo da mesi.
***
Mi svegliai all’alba per chiudere la porta della stanza e poter continuare a dormire. Prima di tornare a letto restai a guardarlo un momento, con il lenzuolo aggrovigliato tra le gambe, e non riuscii a evitare di abbassare lo sguardo.
Madonna, è ancora duro anche nel sonno. Non so come farò a sopravvivere a questo weekend.
Risi da sola e mi accoccolai contro di lui, appoggiandogli il culo nudo contro il cazzo duro.
Ci svegliammo passate le undici. Adrián, ancora mezzo addormentato, mi chiese cosa volessi fare colazione. Gli risposi prendendoglielo in mano sotto le lenzuola, stringendogli il cazzo già mattutino.
—Questo. Questo sarà la mia colazione.
Scesi senza altri preamboli, scostai il lenzuolo e me lo misi in bocca direttamente, senza usare le mani. Iniziai a succhiarglielo piano, chiudendo le labbra strette intorno al cazzo, muovendo su e giù la testa con calma per svegliarlo del tutto. All’inizio mi accarezzava la schiena, i capelli, distratto. Gli leccai i coglioni uno a uno, glieli succhiai prendendomeli in bocca, risalii leccando la vena nella parte inferiore e me lo ingoiai di nuovo tutto, sentendo come si gonfiava dentro la mia bocca fino a sfiorarmi l’ugola. Man mano che il suo respiro si faceva più veloce, smise di accarezzarmi per tenermi la testa con entrambe le mani, scandendo lui il ritmo, spingendo in alto i fianchi per scoparmi la bocca, fino a quando non fui più io a comandare. Mi salirono di nuovo le lacrime, la saliva mi colava sul mento fino a cadere sui suoi coglioni, e lui continuava a spingermi la gola senza pietà. Finì così, con un ringhio roca, tenendomi la testa incollata al suo inguine mentre eiaculava in fondo alla mia gola, e io non mi staccai finché non ingoiai l’ultima goccia. Poi gli leccai il glande pulito, assaporando quel che restava.
Lontano dal calmarlo, quello lo accese ancora di più. Si sdraiò su di me, mi percorse i seni con la bocca, succhiandomi un capezzolo mentre mi pizzicava l’altro, scese sul ventre fino ad affondare il viso tra le mie gambe e mi restituì il favore mangiandomi la fica fino a farmi fradicia. Quando mi sentì pronta, mi rimise di nuovo a quattro zampe davanti alla testiera. Mi aggrappai con entrambe le mani alle sbarre di legno mentre entrava piano, con la difficoltà della prima volta della giornata, sentendo di nuovo come mi dilatava, e appena fu dentro mi diede uno schiaffo sonoro che rimbombò in tutta la stanza.
—Così sì che è un bel modo di iniziare la mattina —disse, afferrandomi per i fianchi—. La tua fica che mi stringe il cazzo appena sveglio.
Eravamo svegli da pochi minuti e già stavo ricevendo piacere di nuovo. Senza aver ancora fatto colazione, tirò fuori forza da chissà dove per mantenere un ritmo costante, forte, tenendomi per i fianchi con entrambe le mani, affondandomi il cazzo fino a far rimbalzare i suoi coglioni contro il mio clitoride. Si inclinò sulla mia schiena, mi afferrò un seno con una mano e con l’altra cercò il clitoride per sfregarmelo mentre continuava a spingere. Io riuscivo solo a ripetere di non fermarsi, con la faccia contro il cuscino e il culo in alto. Mi infilò il pollice bagnato di saliva nel buco del culo, molto piano, e quella doppia penetrazione mi fece urlare. Arrivai al primo orgasmo della giornata con tutto il corpo in tremito, senza riuscire a sostenermi bene, ma lui mi tenne fermo per i fianchi e continuò fino a svuotarsi dentro di me con le ultime stoccate più lente e profonde, ringhiando vicino al mio orecchio. Sentii come si riversava caldo in fondo, come l’ultima spinta mi salisse lungo il ventre.
Ci alzammo finalmente per lavarci. Sotto la doccia, sotto l’acqua, non poté evitare di schiacciarmi contro le piastrelle e rimettermelo dentro da dietro, stavolta più lentamente, quasi svogliato, fino a venire per la quarta volta in meno di ventiquattro ore mescolando la sborra con l’acqua calda che mi scorreva lungo le gambe. Facemmo una colazione abbondante, perché ce ne sarebbe servita, e uscimmo a fare un giro per comprare quello che ci mancava per il resto del fine settimana. Camminando mano nella mano per il suo quartiere, con le gambe ancora molli, la fica dolorante in un modo delizioso e un sorriso sciocco in faccia, pensai che avevo fatto bene ad attraversare tre province per lui. E che quello era solo l’inizio di un weekend che non avevo alcuna intenzione di dimenticare.



