Quello che cerco nel cesto della biancheria delle mie amiche
Non appena la festa si rilassa e nessuno guarda, sgattaiolo in bagno. So esattamente cosa troverò nel cesto e so perfettamente cosa ne farò.
Non appena la festa si rilassa e nessuno guarda, sgattaiolo in bagno. So esattamente cosa troverò nel cesto e so perfettamente cosa ne farò.
Non ebbi bisogno di leggere il suo nome per capire che quei pantaloni verdi che descriveva con tanto dettaglio erano i miei. E capii, in quell’istante, che l’avrei fatto supplicare.
Scese le scale di quello studio sapendo che non ne sarebbe uscita la stessa donna: tre paia di mani l’aspettavano per ricordarle chi era davvero.
Non avevo mai pagato per una cosa così. Ci vedemmo di martedì mattina, lei mi diede la busta in fretta e io non smisi di pensare a ciò che mi aspettava a casa.
Lavoro da anni tra i morti e credevo di aver visto tutto. Finché quell’uomo, disteso sul mio tavolo d’acciaio, non si mosse quando affondai il bisturi nel suo petto.
Fin da bambino i palloncini mi terrorizzavano e mi eccitavano in egual misura. Quel compleanno, chiuso in bagno, scoprii fin dove poteva spingermi quella contraddizione.
Lessi il nome sull’etichetta del cadavere e il cuore mi balzò in gola: era lei, la stessa che mi aveva umiliato per sei anni. E ora era immobile, alla mia mercé.
Quando si inginocchiò sotto la doccia e mi guardò con quel sorriso, capii che non c’era più ritorno: la sua fantasia e la mia stavano per oltrepassare un confine.
Ero salito per offrirle aiuto da bravo vicino. Ne sono sceso molto diverso, inginocchiato nel suo bagno e obbediente a ogni parola che usciva dalla sua bocca.
La prima volta che mi mise il collare capii che non c’era più ritorno: sarei sceso ogni volta che lei avesse chiamato, pronto a obbedire a qualsiasi ordine uscisse dalla sua bocca.
Si addormentò davanti alla TV e sapevo di non dovermi avvicinare. Ma i suoi piedi nudi sul divano erano un invito che aspettavo da mesi.
Per anni ho accettato per compiacere e poi correvo in bagno a sputare. Con lui ho scoperto che la barriera che mi costava di più abbattere era anche quella che nascondeva più piacere.
Mancavano pochi giorni al parto e io pensavo solo a una cosa. Quando la contrazione mi piegò dal dolore, chiesi a Rocío di infilare la mano sotto il lenzuolo.
Quella notte scesi per un bicchiere d’acqua e lui era sveglio sul divano. Quello che successe dopo nel mio letto, con mio patrigno che respirava dietro la porta, mi brucia ancora.
Nuotò verso di me senza smettere di guardarmi e, nell’acqua tiepida del tramonto, capii che ciò che provavamo da ragazzi non se n’era mai andato del tutto.
Per tutta la vita ho creduto di appartenere solo a lui. Il pomeriggio in cui entrò in presidenza e mi trovò sulla scrivania, scoprii quanto gli piaceva vedermi con un altro.
Sono arrivata a casa, ho lanciato i tacchi in aria e ho lasciato che la mia immaginazione facesse ciò che non oserei mai fare in ufficio.
Aveva il cuore accelerato e il lenzuolo fradicio alle sette del mattino. Il problema non era il freddo: era chi aveva sognato.
Gli diedi due baci davanti a sua madre e, senza che nessuno se ne accorgesse, decisi di seguire il gioco fino dove nessuno dei due pensava di arrivare quella mattina.
Non avevo mai raccontato a nessuno che il mio corpo non reagiva. Lo confessai all’amica di mia madre, senza immaginare che avrebbe finito per insegnarmi tutto ciò che mi mancava.