Il mio ragazzo mi ha punita a ogni tappa del viaggio
Accettai di pedalare cento chilometri per compiacerlo. Quello che non immaginavo era il barattolo di cayenna che mi aspettava quella notte nel lavabo dell’hotel.
Accettai di pedalare cento chilometri per compiacerlo. Quello che non immaginavo era il barattolo di cayenna che mi aspettava quella notte nel lavabo dell’hotel.
Da mesi aveva la chiave della mia gabbia appesa al collo, a ricordarmi chi comandava. Quel pomeriggio, nel magazzino, imparò che il potere cambia mano più in fretta di quanto si immagini.
Legata sotto i riflettori e con il suo sguardo piantato nella mia nuca, capii che quella notte il vero spettacolo era lui: costretto a vedere tutto ciò che si era rifiutato di darmi.
Ogni mattina entrava nell’edificio sapendo che tra le sue mani c’era il destino di ogni uomo che varcava quella porta. E le piaceva da morire.
Non so mai in che posizione finirò quando entro nella sua stanza delle corde. Oggi c’era un punto di sospensione già pronto, e io avevo solo un paio di mutandine che lui pensava di distruggere.
Accavallò le gambe lentamente perché lui notasse il pizzo nero sotto l'abito. Quella notte non sarebbe stato lui a comandare, anche se ancora non lo sospettava.
Cinquecento euro per lasciarsi colpire proprio dove faceva più male. Accettò senza pensarci, convinto che tre donne non potessero fargli troppo male. Si sbagliava.
Abbassai i pantaloni macchiati di caffè convinto che fosse il mio grande momento. Non sapevo che proprio allora sarebbe entrata sua sorella maggiore.
Mi inginocchiai al centro del salone mentre loro decidevano, frase dopo frase, come mi avrebbero trasformata. E io potevo solo desiderare che cominciassero subito.
La vidi leggere sull’ultimo treno del pomeriggio, fragile e indifferente a tutto. Non immaginava che quel «ciao» sarebbe stato il primo di tanti ordini.
Non l’ho mai visto di persona. Mi sono bastate le mie parole, un altare di candele e la certezza che un uomo può inginocchiarsi davanti a qualcuno che non gli restituirà mai il gesto.
Gli concessi trenta giorni per dimostrarmi che serviva a qualcosa. La prima notte non gli permisi di toccarsi: solo accendere una candela, obbedire e attendere la mia punizione.
Se ne rideva, nuda e trionfante, convinta di averli usati. Non vide l’odio crescere nei loro sguardi finché non fu troppo tardi.
C’era solo una cosa che avevano proibito di farmi, ed era proprio l’unica che desideravo mentre mi usavano per un mese intero.
Chiuse la porta a chiave, riempì il sacchetto del clistere e mi fissò negli occhi. «Non costringermi a mettermi dura con te», disse. E capii che quella notte tutto sarebbe cambiato.
Sapevo che sarebbe venuto strisciando. Quello che lui non sapeva era quanto pensavo di farlo aspettare prima di lasciargli sfiorare persino la punta del mio piede.
In ginocchio nel parco, bendato e a piedi nudi sull'erba, capii che non decidevo più nulla: aveva lui la chiave e io avevo smesso di cercarla.
Il lucchetto si aprì con uno scatto secco e lei capì, prima ancora di uscire dalla gabbia, che lui era tornato con l’odore di un’altra donna addosso.
Quando caddero le mura e le spade si levarono sui suoi cavalieri, le restava solo una moneta di scambio: inginocchiarsi nuda davanti all’uomo che aveva distrutto tutto.
È arrivata a casa mia con due birre e una storia che aveva bisogno di tirar fuori: la notte in cui capì di godere nel perdere del tutto il controllo.