Le mie padrone hanno progettato la mia completa femminilizzazione
Mi inginocchiai al centro del salone mentre loro decidevano, frase dopo frase, come mi avrebbero trasformata. E io potevo solo desiderare che cominciassero subito.
Mi inginocchiai al centro del salone mentre loro decidevano, frase dopo frase, come mi avrebbero trasformata. E io potevo solo desiderare che cominciassero subito.
La vidi leggere sull’ultimo treno del pomeriggio, fragile e indifferente a tutto. Non immaginava che quel «ciao» sarebbe stato il primo di tanti ordini.
Non l’ho mai visto di persona. Mi sono bastate le mie parole, un altare di candele e la certezza che un uomo può inginocchiarsi davanti a qualcuno che non gli restituirà mai il gesto.
Gli concessi trenta giorni per dimostrarmi che serviva a qualcosa. La prima notte non gli permisi di toccarsi: solo accendere una candela, obbedire e attendere la mia punizione.
Se ne rideva, nuda e trionfante, convinta di averli usati. Non vide l’odio crescere nei loro sguardi finché non fu troppo tardi.
C’era solo una cosa che avevano proibito di farmi, ed era proprio l’unica che desideravo mentre mi usavano per un mese intero.
Chiuse la porta a chiave, riempì il sacchetto del clistere e mi fissò negli occhi. «Non costringermi a mettermi dura con te», disse. E capii che quella notte tutto sarebbe cambiato.
Sapevo che sarebbe venuto strisciando. Quello che lui non sapeva era quanto pensavo di farlo aspettare prima di lasciargli sfiorare persino la punta del mio piede.
In ginocchio nel parco, bendato e a piedi nudi sull'erba, capii che non decidevo più nulla: aveva lui la chiave e io avevo smesso di cercarla.
Il lucchetto si aprì con uno scatto secco e lei capì, prima ancora di uscire dalla gabbia, che lui era tornato con l’odore di un’altra donna addosso.
Quando caddero le mura e le spade si levarono sui suoi cavalieri, le restava solo una moneta di scambio: inginocchiarsi nuda davanti all’uomo che aveva distrutto tutto.
È arrivata a casa mia con due birre e una storia che aveva bisogno di tirar fuori: la notte in cui capì di godere nel perdere del tutto il controllo.
Il suo culo offerto, la frusta ancora vergine nella mia mano e lei che implora che cominciassi. Ma il piacere del padrone è un altro: farla attendere finché paura e desiderio si confondano.
Mentre lui faceva bollire il tè, i due uomini legati al tavolo iniziavano a capire che quella notte nessuno avrebbe lasciato il salotto come vi era entrato.
Mi sono svegliata nuda tra i due, il corpo distrutto dalla notte prima, e dal contatto di quella riga verde sulla schiena ho capito che non avevano ancora finito con me.
Quando l’anestesia svanì e aprì gli occhi, era già nudo, ammanettato a una sedia e circondato da quattro donne che aspettavano quel momento da un mese.
Non lessi nemmeno le clausole. Sapevo cosa volevo: vivere con lui, fare del suo corpo quello che mi andava e, quando fosse morto, prendermi tutto.
Sono una travestita nascosta. Da mesi obbedivo alle sue email quando mi scrisse che sarebbe venuto nella mia città, e capii che quel pomeriggio avrebbe fatto di me tutto ciò che mi aveva ordinato.
Ogni notte mi sveglio madido di sudore con la stessa scena: la signora Vilma che chiude a chiave la porta, si infila i guanti e mi promette che stavolta non ci saranno risate.
Quaranta minuti prima mi tremavano le mani. Ora reggo l’imbracatura e, per la prima volta in diciotto anni, sono io a decidere cosa succede in questa stanza.