Il mio padrone e il giocattolo che è rimasto dentro
Mi ordinò di masturbarmi davanti a lui mentre fumava sulla poltrona. Nessuno dei due immaginava come sarebbe finito quel pomeriggio di giochi.
Mi ordinò di masturbarmi davanti a lui mentre fumava sulla poltrona. Nessuno dei due immaginava come sarebbe finito quel pomeriggio di giochi.
Stanotte dormo per terra e me lo sono cercato io. La contraddizione di chiedere al tuo Dom di ordinarti qualcosa e scoprire che non c’è più ritorno.
Servii quella casa fin da bambino e vidi come la chioma di fuoco di quella donna metteva in ginocchio gli uomini più potenti della valle, uno per uno, secondo il giorno della settimana.
Capìi che qualcosa non andava appena gli vidi la faccia entrando. Niente saluto, solo una freddezza calcolata e un ordine: «Dillo ad alta voce: di cosa sei responsabile».
Per mesi mi costrinse a obbedire nel suo letto. Quando finalmente parlai, non immaginai che la giustizia gli avrebbe restituito ogni colpo trasformandolo in ciò che più disprezzava.
Pioveva, così salimmo da me e lasciammo che la sorte decidesse a cosa giocare. Nessuno immaginava che quel gioco sarebbe finito con lei nuda e supplice tra le mie corde.
La voce dall’altra parte dell’auricolare mi diede un ordine semplice: non potevo venire finché non lo decideva lei. Poi sparì senza dirmi quando sarebbe tornata.
Octavio passeggiava nudo lungo il bordo della piscina come se fosse un trofeo, senza sospettare che sua moglie e la sua amica avessero già un piano per quel pomeriggio.
Quando vidi il suo volto nella telecamera del portone, capii che la preda aveva seguito la traccia fino alla tana. Restava solo decidere se lasciarla entrare.
Scese le scale aspettandosi una torta e un coro di auguri. Al loro posto trovò dodici candele, due uomini in silenzio e una vendetta a lungo pianificata.
Ogni pomeriggio, tornando dalla facoltà, riponeva i vestiti da uomo nel cassetto in fondo, come chi nasconde le prove di un delitto. Poi scendeva le scale sui tacchi.
Quando ho aperto la valigia nella baita, non c’era niente di mio: solo perizomi di pizzo, gonne corte e trucco. Carla mi ha guardato calma e ha detto che quella era la mia unica possibilità.
Accettai di pedalare cento chilometri per compiacerlo. Quello che non immaginavo era il barattolo di cayenna che mi aspettava quella notte nel lavabo dell’hotel.
Da mesi aveva la chiave della mia gabbia appesa al collo, a ricordarmi chi comandava. Quel pomeriggio, nel magazzino, imparò che il potere cambia mano più in fretta di quanto si immagini.
Legata sotto i riflettori e con il suo sguardo piantato nella mia nuca, capii che quella notte il vero spettacolo era lui: costretto a vedere tutto ciò che si era rifiutato di darmi.
Ogni mattina entrava nell’edificio sapendo che tra le sue mani c’era il destino di ogni uomo che varcava quella porta. E le piaceva da morire.
Non so mai in che posizione finirò quando entro nella sua stanza delle corde. Oggi c’era un punto di sospensione già pronto, e io avevo solo un paio di mutandine che lui pensava di distruggere.
Accavallò le gambe lentamente perché lui notasse il pizzo nero sotto l'abito. Quella notte non sarebbe stato lui a comandare, anche se ancora non lo sospettava.
Cinquecento euro per lasciarsi colpire proprio dove faceva più male. Accettò senza pensarci, convinto che tre donne non potessero fargli troppo male. Si sbagliava.
Abbassai i pantaloni macchiati di caffè convinto che fosse il mio grande momento. Non sapevo che proprio allora sarebbe entrata sua sorella maggiore.