Il maturo del sesto piano e una notte sulla terrazza
Lo vidi scendere dall’auto con quel completo chiaro e capii che quella notte non avrei dormito da sola nell’appartamento preso in prestito.
Lo vidi scendere dall’auto con quel completo chiaro e capii che quella notte non avrei dormito da sola nell’appartamento preso in prestito.
Avevo sentito ogni parola oscena che avevano detto sul mio corpo, convinti che non li capissi. Quando mi alzai e parlai nella loro lingua, diventarono rossi in viso.
Aveva novanta fiorini, due giorni di viaggio alle spalle e una figlia addormentata. Ciò che non aveva erano i biglietti per la nave, e il giovane allo sportello l’aveva già guardata due volte.
Gli diedi una pillola per dormire, indossai la gonna più corta che avevo e scesi al bar dell’hotel a cercare ciò che lui non sapeva più darmi.
Non avrei mai pensato che una vacanza con la mia migliore amica sarebbe finita così: noi quattro in una camera che non era la nostra, e nessuna delle due aveva voglia di andarsene.
Lo vidi inquieto su una panchina del campus, in attesa di qualcuno, e il mio radar si accese. Non immaginavo che quel ragazzo timido mi avrebbe fatto perdere il conto delle ore.
Quella notte non volevo aspettare nessuno. Volevo la guardia che mi aveva spogliata con lo sguardo, senza sapere cosa nascondevo.
Ci scambiammo un solo sguardo tra gli appendiabiti e capii che quel pomeriggio non sarei tornata a casa la stessa. Nemmeno lui lo sapeva ancora.
Tre notti a dormire accanto a lui in quella cabina minuscola, finché una notte la sua mano enorme cominciò a percorrermi come se gli appartenessi già.
Tornai in campagna dopo anni in città e, cercando mio padre tra il mais, trovai mia madre in ginocchio davanti a uno dei suoi braccianti.
Davanti allo specchio, mentre sistemo il reggicalze e la parrucca bionda, mi concedo il lusso più pericoloso: immaginare qualcuno che resti dopo.
Infilai la testa oltre il fianco della cascata, aspettandomi una grotta vuota. Quello che trovai lì dentro mi cambiò l'intero pomeriggio.
Gli scrissi «porta socchiusa, se hai il coraggio» e spensi quasi tutte le luci. Quando salì le scale, capii che non si poteva più tornare indietro.
La vidi salire sul treno e capii che non avrei dormito. Non immaginavo che l’avrei spiata dalle ombre del soffietto mentre un altro uomo la prendeva contro il finestrino.
Entrai in quella discoteca convinta di scegliere io. Tre ore dopo, uno sconosciuto mi aveva smontata del tutto e gli supplicavo di non fermarsi.
Cominciai a ballare solo per intrattenere mio marito, ma lo sguardo nervoso del ragazzo nello scompartimento di fronte mi fece capire che quella notte non sarebbe finita con un ballo.
L’ho conosciuto mentre prendevo la posta. Una settimana dopo ero in ginocchio nel locale contatori, chiedendomi come avessi perso il controllo così in fretta.
Cartografavo una giungla dove nessuno parlava la mia lingua e,ppure, fu lì, tra corpi dipinti d’argilla, che smisi di sentirmi un fantasma.
L’idea era sua: cercare uno sconosciuto che mi facesse ciò che lui non osava. Quello che non aveva calcolato è che non lo avrei più guardato allo stesso modo.
Sonia mi aspettava all’ingresso del ristorante con un vestito così corto che a ogni respiro raccontava un segreto. E io ero arrivata pronta a raccontare il mio.