La contadina che si incatenò per lavorare la terra
Ogni mattina mi metto i ceppi prima di uscire nei campi. Nessuno mi obbliga: lo faccio perché il peso della catena alle caviglie è l’unica cosa che mi fa sentire viva.
Ogni mattina mi metto i ceppi prima di uscire nei campi. Nessuno mi obbliga: lo faccio perché il peso della catena alle caviglie è l’unica cosa che mi fa sentire viva.
Non so mai in che posizione finirò quando entro nella sua stanza delle corde. Oggi c’era un punto di sospensione già pronto, e io avevo solo un paio di mutandine che lui pensava di distruggere.
Passava i giorni a immaginare quel weekend: ogni ordine, ogni punizione, ogni limite infranto. Ho scritto tutto in un messaggio e ho premuto invio senza pensarci due volte.
Mi spogliai in silenzio, indossai le orecchie e il collare e mi infilai nel suo letto prima che si svegliasse. Gli dovevo troppo per continuare a fingere che volessi solo occuparmi di lui.
Chiusi gli occhi, sollevai il culo e aspettai di sentire la sua voce. Niente lingerie o civetterie: solo nuda e pronta perché mantenesse la promessa.
Accavallò le gambe lentamente perché lui notasse il pizzo nero sotto l'abito. Quella notte non sarebbe stato lui a comandare, anche se ancora non lo sospettava.
Abbassai i pantaloni macchiati di caffè convinto che fosse il mio grande momento. Non sapevo che proprio allora sarebbe entrata sua sorella maggiore.
La conobbi in un’app di lettura. Capelli neri, alta, intimidatoria. Accettai di essere la sua sottomessa perché non credevo che una donna così mi guardasse due volte.
Mancavano due ore alla videochiamata e il mio corpo già tremava. Non mi sarei toccata neanche una volta; bastava scrivere ciò che dovevo fare su me stessa.
Mi inginocchiai al centro del salone mentre loro decidevano, frase dopo frase, come mi avrebbero trasformata. E io potevo solo desiderare che cominciassero subito.
La vidi leggere sull’ultimo treno del pomeriggio, fragile e indifferente a tutto. Non immaginava che quel «ciao» sarebbe stato il primo di tanti ordini.
Non l’ho mai visto di persona. Mi sono bastate le mie parole, un altare di candele e la certezza che un uomo può inginocchiarsi davanti a qualcuno che non gli restituirà mai il gesto.
Gli concessi trenta giorni per dimostrarmi che serviva a qualcosa. La prima notte non gli permisi di toccarsi: solo accendere una candela, obbedire e attendere la mia punizione.
È salita sul palco con un vestito rosso e una voce impossibile. Non immaginava che cantare così bene sarebbe stata la trappola con cui il suo produttore l’avrebbe rinchiusa per sempre.
Quando entrai nella villa c’erano solo trenta uomini in abito elegante e un bicchiere ad aspettarmi. Mi ci volle poco per capire per cosa mi avessero pagata tanto.
Se ne rideva, nuda e trionfante, convinta di averli usati. Non vide l’odio crescere nei loro sguardi finché non fu troppo tardi.
Per settimane passai davanti a loro fingendo paura. Quel pomeriggio mi tolsi il reggiseno dietro un cespuglio e decisi di lasciar fare a quei sei uomini tutto ciò che volevano.
C’era solo una cosa che avevano proibito di farmi, ed era proprio l’unica che desideravo mentre mi usavano per un mese intero.
Rideva alle mie battute, mi toccava il braccio, e io credevo di averla in pugno. Non immaginavo che sarebbe stata lei a prendere il controllo quella notte nella stanza d’albergo.