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Relatos Ardientes

La visita di controllo che mia madre non avrebbe mai dovuto fare

Sono arrivato a casa dei miei genitori in agosto con il culo in fiamme.

Non era niente di drammatico. Un rossore tra le natiche, di quelli che compaiono quando il caldo dell’estate e i jeans stretti del viaggio si mettono d’accordo per renderti la vita impossibile per giorni. Prudiva senza sosta, e io lo avevo ignorato sperando che sparisse da solo, come fanno quasi tutte le cose fastidiose che non si vuole affrontare. Non sparì.

Mia madre se ne accorse prima ancora che aprissi bocca. Ha quel dono, o quella maledizione, di vedere tutto. È più di vent’anni che fa la medico di base, e lo sguardo da dottoressa le è rimasto addosso anche fuori dallo studio. Mentre mi versava il caffè del mattino, mi vide fare una smorfia sedendomi sulla sedia della cucina e aggrottò la fronte con quell’espressione concentrata che le cambia completamente il viso.

—Che hai? —chiese senza preamboli.

—Niente. Un’irritazione.

—Dove?

Passarono diversi secondi prima che rispondessi. Li trascorsi a fissare il caffè.

—Nella… zona del culo. Tra le natiche.

Lei appoggiò la caffettiera sul ripiano con la stessa calma con cui fa tutto.

—Stasera ti guardo. Non grattarti.

Fine della conversazione. Mia madre è così: senza giri di parole, senza teatro.

***

Trascorsi il resto della mattinata cercando di non pensarci. Uscii a fare due passi, ascoltai musica, mi sedetti sul portico a leggere senza leggere davvero nulla. Ogni volta che mia madre passava vicino, sentivo quel peso strano nel petto, quella miscela di sollievo e vergogna che ti provoca il sapere che qualcuno si prenderà cura di un problema che da solo non volevi neanche toccare.

Alle cinque del pomeriggio, lei fece capolino dalla porta del salotto.

—Andiamo. Nella mia stanza.

La seguii su per le scale sentendo qualcosa di difficile da nominare. Non era la prima volta che mia madre mi visitava; avevo passato tutta l’infanzia come suo paziente ufficioso, con lei che mi misurava la febbre alle due di notte o mi esaminava una ferita al ginocchio con i guanti. Ma avevo ventiquattro anni e un corpo che non era più quello di un bambino, e il rossore era in un punto che complicava tutto.

La stanza sapeva di lei. Di quel profumo lieve che usa da sempre, una miscela di qualcosa di floreale con qualcosa di più scuro, come legno umido. Le persiane erano abbassate a metà. La luce del pomeriggio entrava in diagonale sul letto sfatto.

—Togliti i pantaloni e le mutande. A pancia in giù sul letto.

Lo disse come se mi stesse chiedendo di sedermi sulla brandina dello studio. Ordine netto, senza sfumature, senza spazio per discutere.

Mi slacciai i jeans con le dita un po’ impacciate. Le mutande furono peggio, perché dovevo farlo davanti a lei, che stava in piedi accanto al letto aspettando con quella pazienza da medico che non si lascia turbare da niente. Quando l’elastico scese lungo le cosce, il mio cazzo uscì mezzo sveglio, pesante, ancora molle, ma non del tutto addormentato. Lei lo guardò per un secondo con la stessa neutralità con cui avrebbe guardato il gomito di un paziente, e quel secondo mi bruciò dentro. Me li abbassai fino alle caviglie, mi distesi a pancia in giù e seppellii la faccia nel cuscino, schiacciando il cazzo contro il materasso come se così potessi nascondere qualcosa.

Profumava di lavanda. Del sapone con cui lava la biancheria da quando avevo cinque anni.

Sentii le sue mani prima ancora di sentirla muovere. Appoggiò i palmi aperti sulle mie natiche, uno per lato, e le separò con cautela, senza bruschezza, come chi apre qualcosa di fragile. La fessura del culo si spalancò per lei. Sentii l’aria fresca della stanza colpirmi direttamente il buco del culo, e mi accorsi che si contraeva per riflesso, un piccolo spasmo idiota che lei doveva aver visto benissimo da dove stava. Le sue dita erano fredde. La stanza era in silenzio.

—Sì, eccolo qui. Irritazione da sfregamento. Niente di serio —disse, con quella voce piatta da diagnosi.

Fece una breve pausa.

—Ti metto un olio.

Sentii il rumore di un cassetto. Il clic di un tappo. Poi l’odore denso e vegetale dell’olio che si diffondeva nell’aria della stanza.

L’olio cadde freddo sulla fessura, un filo denso che scivolò lungo la piega fino a colarmi sul perineo e a restare appiccicoso alla base dei testicoli. Lei iniziò a spalmarlo con i polpastrelli, lentamente, con una pressione costante che non era né troppo forte né troppo leggera. Era esattamente la pressione di chi sa quello che fa. Metodica. I polpastrelli le percorrevano la piega dall’alto in basso, senza fretta, restituendomi il tatto di quella zona con una nitidezza che avrei preferito non sentire. Un dito passò proprio sopra il buco del culo, senza premere, solo sfiorando la piccola ruga, stendendo l’olio in un cerchio minuscolo, e il muscolo si chiuse e si riaprì da solo, senza che potessi farci nulla. Passò di nuovo. Ancora una volta. Ogni giro un po’ più lento, come se lo stesse facendo apposta, anche se la sua voce restava sempre quella di prima.

E allora cominciai a diventare duro.

Non fu una decisione. Il mio corpo prese il controllo senza chiedermi il permesso, come gli piace fare nei momenti peggiori possibili. Il tocco delle sue dita in quella zona, l’olio tiepido che mi colava sui testicoli, l’odore di lavanda mescolato al suo, l’intera situazione che era assurda e impossibile e allo stesso tempo completamente reale: tutto questo si combinò da qualche parte sotto la cintura e il risultato fu un cazzo duro come una pietra che mi si premeva contro il materasso senza nessun posto dove andare. Sentivo il glande già appiccicoso contro il lenzuolo, il polso che mi batteva lì sotto con la stessa forza con cui mi batteva in gola.

Cercai di non muovermi. Cercai di pensare a qualsiasi altra cosa. Alla partita del pomeriggio, alla lista della spesa, al vicino di fronte che parcheggiava sempre l’auto sul marciapiede. Niente funzionò. Più cercavo di non pensare, più mi si rizzava. E lei continuava a spalmare olio tra le mie natiche con la calma di chi pulisce un piano di lavoro.

Mi mossi appena, un centimetro, cercando di sistemarmi senza che si notasse, cercando di tirar fuori il cazzo da sotto il corpo per far smettere di schiacciarsi contro il lenzuolo.

Lei se ne accorse.

Le sue dita si fermarono per un secondo. Solo un secondo. Poi ripresero, questa volta scendendo lungo il perineo, quel pezzo di pelle tra i testicoli e il buco del culo che non sapevo nemmeno avesse così tante terminazioni nervose. Un dito premette lì con il polpastrello e fece una leggera pressione, e sentii il cazzo sussultarmi contro il materasso da solo.

—Rilassati —disse. La voce sempre tranquilla.

—Sono rilassato.

—No che non lo sei.

Silenzio. Le sue dita tornarono a muoversi, un po’ più in alto, vicino al coccige, e l’olio arrivò a quella parte bassa della schiena che è sempre stata più sensibile di quanto dovrebbe. Trattenni il respiro senza volerlo. Poi scesero di nuovo al buco del culo, e stavolta il dito si trattenne lì più del dovuto, girando in piccoli cerchi sul muscolo contratto, non entrando, solo girandogli attorno, e io strinsi i denti contro il cuscino perché stavo per gemere come un idiota.

—Mamma.

—Che.

—C’è un problema.

Una pausa.

—So qual è il problema —disse.

Nella sua voce non c’era giudizio. Nemmeno disagio. Solo quel tono piano, quasi clinico, che usa quando nomina qualcosa che esiste e non vale la pena fingere.

—È normale —aggiunse—. Quella zona ha molte terminazioni nervose. Non significa nulla.

—Mamma, sul serio.

—Voltati.

—Cosa?

—Voltati. Voglio vedere se c’è irritazione anche davanti.

Era una scusa. Lo sapevamo entrambi. Ma lo disse con tanta naturalezza, con quella voce da medico che non ammette discussioni, che ruotai il corpo sul letto prima ancora di poter pensare a non farlo.

Il cazzo mi rimase ritto, puntato verso il suo viso. Duro, teso, con il prepuzio ormai completamente ritratto per via dell’olio colato dalla fessura, il glande lucido e gonfio, una vena grossa che mi attraversava il tronco dall’alto in basso, una goccia di liquido pre-seminale tremante sulla punta. Non c’era modo di nasconderlo. I testicoli mi pendevano pesanti, ancora unti d’olio, stretti contro il pube dalla sola durezza.

Mia madre lo guardò per un momento. Non con sorpresa né con imbarazzo. Con quella sua espressione difficile da decifrare, un miscuglio di qualcosa di caldo e qualcosa di più scuro che non sapevo nominare. Si passò la lingua sulle labbra molto in fretta, un gesto minuscolo che forse lei non notò ma io sì.

—Accidenti —disse sottovoce. Nient’altro che questo.

E allora mise la mano.

Non fu un gesto medico. Il palmo aperto si posò prima sul mio ventre, muovendosi lentamente verso il basso, senza fretta, come chi prende nota di qualcosa. Scese lungo la striscia di peli che mi cresce dall’ombelico al pube, senza fermarsi, e quando arrivò lì avvolse tutto con la mano aperta, prima i testicoli, pesandoli appena con il palmo come se ne verificasse la temperatura, poi risalì lungo il tronco. Le dita circondarono la base e strinsero appena, solo per sostenerlo. L’olio che le era rimasto sulle mani rendeva tutto più scivoloso, più lento, più inevitabile. Le dita le fecero il giro completo del cazzo e le rimaneva ancora un po’ di spazio tra pollice e indice; lo sorresse così, senza muoverlo, soltanto pesandolo con la mano, come se dovesse riconoscere quello che aveva tra le dita.

Salì e scese una volta. Piano. Una sola volta.

Sentii il prepuzio ritirarsi del tutto sotto la pressione delle sue dita unte, sentii il glande restare scoperto, lucido e violaceo, e il suo palmo richiudersi proprio lì, sulla corona, sul bordo più sensibile, per poi tornare giù trascinando la pelle indietro. L’olio schioccò appena, un rumore piccolo e osceno che nel silenzio della stanza suonò come se qualcuno avesse parlato.

Io non emisi alcun suono. Credo di aver smesso di respirare.

Tornò giù, ancora più piano. La mano si chiuse un po’ di più stavolta, con più pressione alla base, e risalendo il pollice le devia verso la punta, stendendo la goccia di liquido pre-seminale su tutto il glande con un piccolo movimento del polso. Si mescolò con l’olio. Scese di nuovo. Risalì ancora. Ogni passata era un po’ più ferma della precedente, ogni passata mi strappava una scarica che mi risaliva lungo la colonna vertebrale fino a farmi diventare la vista bianca per un secondo. L’olio brillava sulla pelle. Il silenzio della stanza era così denso che riuscivo a sentire il mio stesso polso nelle tempie, e anche il rumore umido, schioccante, della sua mano che mi lavorava il cazzo con pazienza da medico.

I suoi occhi non lasciarono i miei per nessun momento. Guardava il mio viso, non quello che faceva la mano. E il suo viso non esprimeva nulla di particolare, solo quella concentrazione di chi si occupa di un corpo, la stessa con cui vent’anni prima mi tirava via una scheggia dal dito. Solo che la mano era più in basso. Solo che la mano mi stava masturbando lentamente con l’olio, sul suo letto, con l’odore del suo cuscino infilato nelle narici.

—È molto caldo —disse, in un sussurro clinico, quasi tra sé—. Il sangue accumulato. È quello che ci si aspetta.

Mi strinse la base un po’ di più. Salì con la mano chiusa fino alla corona, ruotò il polso sul glande, scese ancora trascinando il prepuzio. Il suono appiccicoso della pelle che scivolava nell’olio riempì la stanza. Avevo i pugni chiusi sulle lenzuola, le unghie conficcate nel tessuto, la schiena appena inarcata, i talloni affondati nel materasso, e una pressione che cresceva alla base della colonna e che non c’era modo di fermare.

Sentii che stavo per venire. Sentii quel punto di non ritorno avvicinarsi con una chiarezza brutale, quell’onda che sale dalla base e non si ferma una volta iniziata, e capii che se lei avesse continuato altri dieci secondi sarei scoppiato nella sua mano, sulle sue lenzuola, in quella stanza che sapeva di lavanda e di lei, con mia madre che mi guardava negli occhi. I testicoli mi risalirono contro il corpo. Il cazzo cominciò a gonfiarsi ancora di più nel suo pugno, indurendosi quell’ultimo grado che arriva solo quando non c’è più possibilità di tornare indietro. Mi sfuggì un ansimo dal naso, breve, traditore.

E allora si fermò.

Allentò le dita proprio un attimo prima. Le aprì e ritirò la mano con una calma esatta, come se avesse calcolato l’istante. Lasciò andare con la stessa tranquillità con cui aveva cominciato. Si pulì le dita con una salvietta di carta che aveva sul comodino, una per una, senza fretta. Si alzò dal letto con lo stesso gesto neutro con cui si sarebbe alzata dopo aver preso la pressione a un qualunque paziente.

—Rimettiti i pantaloni. Il rossore sparirà in un paio di giorni. Domani mattina mettiti l’olio da solo.

Andò in bagno. Chiuse la porta con dolcezza.

Io rimasi disteso sul suo letto con il cazzo che mi pulsava contro il ventre, duro, bagnato d’olio, la punta inzuppata, i testicoli ancora risaliti e palpitanti, a fissare il soffitto, ascoltando l’acqua dall’altra parte della porta e chiedendomi se fosse davvero successo. Non osai toccarmelo. Non osai finire quello che lei aveva lasciato a metà. Mi risalii le mutande come potei, sentendo il tessuto incollarsi al glande fradicio, e scesi le scale con il cazzo ancora mezzo duro che mi sfregava contro i jeans.

***

Quella sera non ci dicemmo niente. Cenammo tutti e tre insieme, mio padre parlò del lavoro, mia madre servì la frutta, io spostai il cibo nel piatto. Nemmeno il giorno dopo. Per il resto delle vacanze mantenemmo quella strana normalità di due persone che hanno oltrepassato una linea invisibile e hanno deciso, di comune accordo, di non guardare il punto in cui l’hanno oltrepassata.

Il rossore sparì al terzo giorno, come aveva detto lei.

Tornai nella mia città con la valigia e qualcosa d’altro che non sapevo come portare.

***

Da allora sono passati quasi due anni.

Ci ho pensato migliaia di volte. In doccia, prima di dormire, in quei momenti di passaggio tra veglia e sonno in cui la testa va dove vuole senza chiedere permesso. Mi sono masturbato ricordando le sue mani fredde, l’olio che mi scendeva lungo la fessura del culo, il suo dito che mi girava attorno al buco del culo, il peso esatto del suo palmo chiuso intorno al cazzo, l’odore di quella stanza, il modo in cui disse «accidenti» con quella voce tranquilla che non era né da medico né da madre ma qualcosa di diverso, qualcosa senza un nome preciso che ancora non sono riuscito a definire. Ogni orgasmo di questi due anni è finito, in un modo o nell’altro, in quel letto che sapeva di lavanda.

Non ne abbiamo mai parlato. Non serve. Ci sono cose che restano custodite nel silenzio tra due persone, e quel silenzio le regge meglio di qualunque conversazione possibile.

Mia madre è sempre mia madre. Continua a versarmi il caffè quando vado a trovarla, continua a chiedermi del lavoro, continua a guardarmi con quello sguardo clinico che vede tutto e non dice mai più del necessario.

Ma a volte, quando sono seduto al tavolo della sua cucina e lei mi passa accanto per prendere qualcosa dall’armadio, noto che rallenta appena il passo. Solo un istante. Come se anche in lei qualcosa lo ricordasse.

E io abbasso gli occhi sul caffè.

E restiamo in silenzio, tutti e due.

E il silenzio tra noi ha un peso esatto che solo noi due possiamo misurare.

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