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Relatos Ardientes

L’alba in cui il mio amico mi confessò la verità

La pioggerellina che era caduta per tutta la notte sulla savana si fece più fitta all’alba, battendo sui tetti con un ticchettio cupo e insistente. La luce ambrata della terrazza e i faretti bianchi del salotto lottavano contro un cielo plumbeo che non dava tregua. Il vento scendeva freddo dalla cordigliera, attraversando i giardinetti davanti alle case e inzuppando le mattonelle rosse. Esteban Gabriel e il suo ospite lasciarono la terrazza con le spalle contratte e si rifugiarono nel tepore del salotto.

—Non mi è piaciuta per niente —commentò Esteban chiudendo la porta scorrevole.

—Le è parsa così sgradevole? —rispose Mateo, controllando che non fosse rimasto nulla dimenticato sul tavolino laterale.

Il silenzio del giardino non si accordava con la musica che suonava dentro, ma il testo della canzone concordava in qualcosa con la conversazione pacata che tenevano sotto il manto di umidità gelida.

—Il suo sapore agrodolce mi sorprese e non seppi nasconderlo. Catalina e i suoi genitori si misero a ridere della mia faccia e, mentre ascoltavo le loro risate trattenute, decisi di rimanerle attaccato addosso, anche se così facendo l’avrei costretta a provare mille modi per allontanarmi. Volevo punirla a modo mio: sedurla lentamente, con parole sciolte e carezze poco a poco, perché poi mi pensasse ogni notte e si sentisse solo mia. Ma mi andò tutto storto.

—Ah, ah, ah! Sì, uomo. Si vede. Ma come ci riuscì?

Esteban prese con delicatezza la pipa di legno fra due dita. Controllò il barattolo del tabacco e corrugò le labbra nel confermare che ne era rimasto ben poco. Andò verso la parete del caminetto, dove pendeva il ritratto di famiglia, e si fermò un istante, come per prendere fiato.

—Mi offrii di controllare il guasto all’accensione di quel pick-up con cassone. Bastò sollevare il cofano: l’odore di olio bruciato mi indicò la causa. La mia faccia da cattivo presagio rattristò il mio futuro suocero. Don Hernán mi confessò all’orecchio, più per vergogna davanti a sua moglie e a sua figlia che per altro, la ingenua decisione di prestare a un conoscente la maggior parte dei suoi risparmi, quelli accumulati dopo anni di servizio come agente stradale. Il conoscente non poté restituirgli il denaro e gli saldò il debito consegnandogli quel pick-up scassato.

—Che peccato. Ma così vanno gli affari. In uno vinci, e in un altro perdi perfino la camicia —mormorò Mateo, senza accompagnare il commento con un gesto di compassione.

Esteban inclinò la testa, gli diede ragione senza parole e si diresse in fondo alla sala da pranzo. Da una vetrina alta tirò fuori una foto di medie dimensioni e tornò al divano per consegnarla al suo curioso ospite.

—Questa è la camionetta smontata? Non sembra! E questa è la famiglia di sua moglie?

—Questi sono i miei suoceri —gli andò indicando con un dito—, e quelle sedute sopra il cassone sono le sorelle della sua apprezzata amica.

—E Catalina?

—Dietro la macchina fotografica, naturalmente. Undici mesi dopo aver riparato il motore, regolato il cambio, cambiato i quattro pneumatici e mascherato gli strappi del rivestimento con delle fodere cucite dalla signora Mercedes e dalla figlia maggiore, tra don Hernán, la sua amica e me rendemmo il camioncino presentabile.

—Davvero la restaurazione richiese così tanto tempo?

—Quel limone di donna mi diede una gran mano. All’inizio a malincuore, per diffidenza. E questo nonostante mio suocero non avesse sempre il budget per i ricambi. Non fu tutta colpa mia, ma a me non importava: nei fine settimana, quando ritagliavo tempo all’università e al mio posto da amministratore in panetteria, mi godevo la sua compagnia di pessimo umore.

—E lei? Perché non compare in questa foto?

—Per quella data stavo sbrigando il trasferimento in un’altra città. Mi avevano offerto un lavoro in una multinazionale alimentare, a Pereira.

—L’abbandonò? Rinunciò così presto a conquistarla?

—Ah, ah, ah! Certo che no. Approfittai di quel tempo per indebolire le sue difese. Ma non creda che fu facile. Per noi diventò un continuo tira e molla. Col passare dei giorni ci abituammo agli scontri fortuiti, a osservarci di sbieco quando lei controllava le mie riparazioni, e al fatto che io, senza volerlo-volendo, le sfiorassi qualche parte del corpo.

—Fu abusivo con lei? —chiese Mateo con un tono disgustato.

—Ma come le viene in mente! Semplicemente mi era impossibile evitare di sfiorarle il sedere con le nocche unte passando accanto a lei mentre reggevo il blocco motore. O di graziarle la nuca con il calibratore delle valvole, dalla linea della sua chioma riccioluta fino al punto in cui la schiena cambia nome, e vederla raggrinzirsi tutta e, naturalmente, incazzatissima con me.

—Voi due vi divertivate, nel dimostrarvi quei sentimenti così contraddittori. Dall’odio all’amore c’è un passo breve, no?

—E esattamente lo stesso, ma nel senso opposto. Proprio come adesso! —rispose con cordialità e un po’ di amarezza—. A quell’epoca mi piaceva vederla spazzare l’ingresso di casa sua, o pulire, senza che ce ne fosse bisogno, il pavimento di terra del garage dove lavoravo con suo padre. Non ci dicevamo più del saluto di rito, ma quel legame tra noi c’era, intangibile, sentito da entrambi.

Mateo si alzò dal divano e andò fino al mobile in fondo. Posò la foto con cura e fissò gli occhi sugli altri quadri, mentre Esteban riavvolgeva il film dei suoi ricordi.

—Imparammo a nascondere ciò che provavamo. Da parte mia, a vederla come la pietra su cui appoggiare la struttura familiare del mio futuro. Ormai mi era entrata nelle viscere. La volevo senza fretta, senza mostrarle troppo attaccamento, lasciando che fosse lei a dettare il ritmo, trattenendo la voglia di saltarle addosso e rubarle un bacio.

Di spalle al suo anfitrione, Mateo sorrise alla confessione, cancellò il gesto prima di voltarsi e tornò a guardarlo dritto negli occhi.

—Un pomeriggio la intrappolai contro la parete del garage. Stesi le braccia ai lati della sua testa e respirai il suo odore, sbuffandole in faccia il mio fiato da chewing gum. Non provò a sgattaiolare via né abbassò le palpebre. Sfiorai con il mio la punta del suo naso, senza smettere di guardarla. Sputai il chewing gum di lato e me la presi con calma. Le parlai con la bocca attaccata alla sua, a bassa voce, quasi mordendogliela, perché nessun’altra anima al mondo potesse sentirlo. Le dissi: «Stanotte ti ho sognata, Catalina. Ti ho sognata così, addossata al muro. Ti abbassavo i pantaloni fino alle ginocchia e ti separavo le gambe, e ti leccavo la figa finché non ti si piegavano i tendini dietro le ginocchia. Ho sognato che poi me la succhiavi lì stesso, inginocchiata tra i miei stivali unti, con quella bocca da ragazzina impertinente che Dio ti ha dato, mentre io ti afferravo per quella cazzo di chioma. E ho sognato che te lo ficcavo tutto dentro, fino in fondo, per insegnarti a stare zitta in un altro modo». Finìi di parlare e le mangiai la bocca con un solo bacio.

Reclinato sul tavolino da centro, Mateo prese il suo bicchiere di vodka e ne bevve un sorso breve. Dopo aver ascoltato la parte successiva, ne diede un altro, più lungo, forse per abbassare la temperatura che sentì nel petto.

—Non so se tremasse, ma se lo fece fu per due cose: per la paura che ci scoprissero, o per la voglia che non mi espresse neppure con le parole. Quello che vidi fu che le sue labbra senza rossetto si schiusero, emise un leggero gemito che interpretai come resa, e lì la baciai davvero, con lingua e con fame. Le succhiai il labbro inferiore, glielo morsi, le respirai dentro la bocca. Sentii le sue tette giovani salire e scendere contro il mio petto sotto la tuta, sentii i capezzoli indurirsi anche se avevo addosso due strati di tessuto. Le strinsi un fianco con la mano aperta e le avvicinai il bacino, perché sentisse bene quanto ero duro per colpa sua. Il nostro primo bacio. Nascosto, proibito, ma consentito dalla donna che poi imparò a sparire dai miei sogni.

—Alla fine cedettero, finalmente! Questo merita un brindisi —e Mateo alzò il calice di aguardiente—. Salute!

—E il manico della scopa con cui di solito mi minacciava le scivolò dalle mani. Mi accarezzò una guancia con tenerezza, gli occhi accesi. L’altra mano si infilò per l’apertura della mia camicia fino a toccarmi il petto, mi piantò un’unghia nel capezzolo come per lasciarmi chiaro chi comandava. E tenendo le nostre bocche incollate, mi diede un ginocchiata nelle parti basse e finì per spingermi contro la porta di quel pick-up scassato. «Quel sogno se lo tenga per il cuscino, Esteban Gabriel», mi disse, «che questa femmina bisogna lavorarsela in un altro modo». E se ne andò con quel trotto che sto per descriverle, muovendo il culo come per farmelo restare impresso sulla retina fino al giorno della mia morte.

—Ah, ah, ah! Molto romantico. Brindo a questi bei ricordi.

—Sì, molto. E molto doloroso per le mie palle —rispose Esteban con ironia, portandosi entrambe le mani all’inguine.

Mateo rise di gusto, si sistemò la schiena contro lo schienale del divano e continuò ad ascoltare.

—Quella ragazzina era speciale —continuò Esteban—. Mi prese fin dall’inizio, perché ha, come i cavalli finissimi colombiani, tre andature. L’ho capito col passare degli anni. La prima, quella del «me ne fotto». Strepitosa, normale in lei. Quel camminare distratto, senza badare a niente, ma guardando tutto con la coda dell’occhio. Se nessuno le prestava attenzione, continuava a muovere quel culo e a far ondeggiare la chioma, più sicura e leggera.

—Se avvertiva qualche pericolo, o che la osservassero dall’altro marciapiede, passava al secondo passo: corto, più misurato, ma senza smettere di avanzare. Raddrizzava la schiena, le sue tette giovani prendevano volume, stringeva il ventre, aggrottava la fronte. Per quanto slanciata e mora, Catalina non poteva evitare di attirare l’attenzione. I suoi fianchi e il rotondo di quelle due eredità materne la tradivano in eterno.

—Ah, ah, ah! Mi piace come parla di lei. La conosceva benissimo. E l’ultimo qual era?

—Il trotto dello «sguardo che uccide». Lo esegue quando vuole piacere. Con una delicatezza esasperante, allunga una gamba e mette un piede davanti all’altro; posa il passo con decisione, fa rimbombare il tacco e fa avanzare l’altra gamba. Esagera l’oscillazione dei fianchi, la sincronizza con quella delle spalle, e ci aggiunge un lieve movimento della testa di lato, spalancando un poco gli occhi. Permette alla sua chioma ribelle di chiudere il teatro un secondo prima di controllare ciò che la circonda con il sorriso bianco, confermando di aver conquistato quel piccolo mondo.

Mateo ascoltò attentamente. Dopo un sorriso amichevole, commentò:

—Concordo con i primi due. Li ho visti nei corridoi degli aeroporti. Del terzo passo, come comprenderà, non posso esprimermi.

—Forse non ha avuto questa fortuna perché è suo amico… speciale. Ma potrei scommettere il doppio o niente che così ha rimorchiato quell’altro tipo.

—Speciale? —chiese Mateo, portandosi il pugno semichiuso alla bocca per mordere il nocche del medio—. Beh, forse non c’è bisogno che me lo insegni. Quando vado in giro a caccia, uso di solito quello stesso modo di camminare, anche se a modo mio. Più audace, questo sì, con più fascino.

—Mi perdoni, non intendevo offenderla né discriminarla per la sua preferenza sessuale —rispose Esteban, imbarazzato.

—Ah, ah, ah! Tranquillo, uomo. Neanche io volevo metterla a disagio. Con i miei anni di flirt e le complicazioni alle spalle, sono ormai ben temprato. Però devo chiederle una cosa, mi chiarisca: se la fece al primo colpo prima di lasciarla?

Le dita di Esteban ararono la pelle della sua guancia destra. Rivolse lo sguardo al ritratto di famiglia appeso sopra il camino, pensando se dovesse rispondere a una domanda così personale. Se mentiva, manteneva la sua immagine di seduttore. Se diceva la verità, davanti a quello sconosciuto passava per un perdente. Alla fine scelse la seconda opzione.

—L’occasione fa il ladro, e ne ebbi tante. Ma lei si guadagnò, con le sue amorose offese e il suo distacco orgoglioso, tutto il mio rispetto. Volevo farla mia, certo, ma per essere amato da lei fino all’osso. Avevo bisogno che fosse lei a consegnarsi docilmente a me. Non volli fare con Catalina quello che avevo fatto con le altre conquiste. Ero innamorato. Mi capisce? Inoltre…

Ansioso davanti alla pausa, Mateo posò il bicchiere vuoto sul vetro del tavolino con più forza del necessario. Esteban sobbalzò, riportato d’un colpo da chissà dove fino ai sedici metri quadrati di quel salotto.

—Mi scusi l’interruzione. Stavo per dire altro su sua moglie.

—Mi tornò alla mente il volto felice di Catalina quando suo padre le disse che era già iscritta alla Scuola di Aviazione. Era a mezzogiorno di un mercoledì, durante il pranzo del suo diciassettesimo compleanno. Dubitò delle parole di don Hernán. Poi, con la ricevuta d’iscrizione in mano, saltò dalla gioia, piangendo e ridendo allo stesso tempo. Non potrò mai dimenticarlo. Il suo sogno di toccare le nuvole si fece realtà.

—Ma non mi aveva detto che suo suocero era a corto di soldi?

—Sì. Quello che non ho raccontato a nessuno, perché fino a ieri mi importava, era mantenere segreto un accordo tra don Hernán e me. Sono stato io a farmi carico di quelle spese perché la sua amica potesse studiare.

—Molto lodevole. Terrò il suo segreto.

Un piccolo dettaglio in quella risposta non sfuggì a Esteban. Non replicò. Avventarsi non è mai stato il suo forte. Alla fine sua moglie glielo avrebbe accennato.

—Quando la cercai per salutarla e dirle ciò che avevo deciso, non volle ascoltarmi. Mi diede dell’approfittatore, ladro, opportunista di merda, e mi mandò al diavolo, lontanissimo, laggiù in Patagonia. Quello fu il nostro romantico addio.

—Mierda, uomo, che casino. Allora ha perso la sua occasione?

—Ah, ah, ah. Non faccia quella faccia, non fu poi così grave. Mi seccò all’inizio, ma già la conoscevo. Sotto quella corazza di apparente durezza, Catalina è una donna molto nobile.

—Non so se io avrei reagito così. Molto probabilmente, vedendomi respinto, me ne andrei senza volerla più vedere, per ingrata.

***

Esteban girò la cassetta e premette il tasto del lato «B». Una canzone lenta riempì il salotto. Tra una strofa e l’altra, confermava ai due uomini che sarebbero sempre esistite più di due versioni di come le persone vengono percepite, a seconda del modo in cui decidono di mostrarsi al mondo.

—E lei, che mi racconta? Ha trovato la felicità che cercava dopo aver lasciato sua moglie e suo figlio? È valso la pena causare tutto quel dolore?

La domanda colse Mateo di sorpresa. I ruoli si erano capovolti, e ora era l’ospite a voler frugare nella vita altrui. L’atmosfera si fece opprimente. Mateo abbassò lo sguardo, le dita tamburellarono sul bordo del bicchiere con un ritmo irregolare. Inspirò a fondo e si costrinse a rialzare gli occhi.

—Le persone che passano troppo tempo a terra tendono a idealizzare la vita di chi, come me, vive in aria. Ma non è facile. La responsabilità pesa più dell’avventura, e la routine non ci lascia tempo per conoscere né per esplorare. Con gli anni, la solitudine si impone sull’emozione del viaggio. La stanchezza non chiede permesso: arriva e si installa. Ciò che per gli altri è esotico, per noi diventa quotidiano, prevedibile. Noioso.

—Sta insinuando che quello che è successo tra Catalina e me sia una situazione comune tra voi piloti, nelle vostre relazioni?

—Uomo, Esteban, non lo so. Non conosco la sua vita intima. Solo lei, ascoltando la mia, tirerà le sue conclusioni. Le va se ora le faccio il riassunto della mia separazione?

—Certo. La ascolto.

—Era l’inizio di giugno. Mancavano trenta giorni al nostro anniversario. Tornavo a casa dopo quasi due settimane fuori. Arrivai presto, proprio quando Verónica stava preparando il pranzo per sé e per mio figlio Andrés. Non l’avvisai. Avrei potuto farlo, ma mi mancò il coraggio. L’atmosfera in cucina era soffocante, per i vapori delle tre pentole sul fornello, o per l’inizio della stagione secca. C’ero io e il peso della mia colpa.

Per Esteban, la scena acquistò un’intensità inattesa. Ricreandola nella mente, riuscì quasi a vedere ogni gesto di tensione, e gli parve di sentire il respiro mozzato che creava la suspense. Era probabilmente lo stesso fremito che sua moglie aveva fissato nei primi paragrafi strappati dal proprio diario.

—Una tensione invisibile ma palpabile si installò tra noi. Le serrò il petto. Rimase tanto sorpresa nel vedermi che quasi le rubai il fiato. Verónica lasciò sulla tavola i pomodori e la cipolla, lasciò cadere il coltello, si asciugò le mani nel grembiule e si incrociò le braccia. Non le aprì come mesi prima avrebbe fatto per accogliermi. Il mio silenzio le avvertì che stava succedendo qualcosa di strano. Dalla mia bocca uscì appena un «ciao». I suoi occhi tondi si fecero acuti e, armata di coraggio, cercò le risposte sul mio viso. Si scontrò con un codardo silenzio.

—«Ho bisogno che tu mi dica che cosa sta succedendo» —esclamò lei, facendo un passo verso di me—. «Non sei più lo stesso».

—Evitai di guardarla negli occhi. Distolsi i miei verso il pavimento. Le mie labbra si separarono nel tentativo di dire qualcosa, ma non uscì nulla. Feci ricadere le spalle. La sentii sospirare, proprio come feci io, come se fossimo coordinati, rassegnati e perdendo le forze per sostenere una menzogna matrimoniale che ci aveva sfiancati fino al midollo.

Esteban provò pena e gli versò altro vodka nel bicchiere alto, e un po’ più di aguardiente nel suo calice.

—«Verónica, io… non so come spiegartelo» —mormorai, con la voce rotta. Le dissi che avevo cercato di costringermi a sentire qualcosa di più profondo per tutti quegli anni, qualcosa che semplicemente non era riuscito a fluire come volevo. Quel commento la trafisse come un pugnale.

—«Costringerti?» —ripeté incredula—. «Che vuoi dire?».

—«Papà!» —gridò mio figlio vedendomi lì accanto a sua madre, ignaro della tensione che galleggiava nell’aria. L’odore del cibo si mescolava all’incertezza. Andrés non era più il ragazzino di nove o dieci anni, ma mi tormentava pensare a come sarebbe stata la sua reazione quando lo avrebbe saputo. È un ragazzo intelligente, curioso, entusiasta. Studia ingegneria meccatronica in un’altra città. Gli ricambiai il sorriso, ma lui rivolse gli occhi a Verónica, che in quel momento stringeva con più forza del necessario un cucchiaio di legno. Lei inspirò a fondo, come se avesse bisogno che l’aria calda le calmasse il vortice di pensieri. Mio figlio, senza comprendere il silenzio, corse ad abbracciarmi.

Su tutta la pelle di Esteban, un fremito gli fece rizzare i pori. Pensò a come si sarebbe sentito il suo «canellino» nel trovarsi faccia a faccia con sua figlia mentre usciva da quel motel abbracciata al suo amante; e ai giorni successivi, mentendole dopo ogni sorriso affettuoso, dopo i baci del mattino, gli abbracci del pomeriggio e il sesso notturno, portandosi addosso il peso della colpa fino a quel nuovo presente.

—«Mi sei mancato, papà» —disse Andrés con la voce innocente di chi non immagina mai le rotture. Mia moglie lo ripeté, ma già con un plurale misurato. Verónica fu la prima a rompere il gelo: «Non hai avvisato che saresti venuto presto». Lo disse con tono controllato, come se l’avesse provato mille volte prima del mio ritorno.

—Andrés restò felice, aggrappato al mio avambraccio. A un certo punto credetti che mi avrebbe chiesto un parere su un progetto per la sua università, qualcosa sulle protesi per le persone che finiscono nei campi minati. Ma era per un’altra cosa. «Papà, mi aiuti con l’aereo che stiamo costruendo? Vediamo se riusciamo finalmente a finirlo prima che tu te ne vada di nuovo!». Tardai a reagire. Quell’aereo di legno glielo avevo regalato per l’undicesimo compleanno.

—Sì, Esteban, così è la vita. Ti colpisce quando meno te lo aspetti. Quante volte ero decollato senza guardarmi indietro? Quante volte avevo creduto che le mie assenze fossero un male minore?

Mateo si alzò, andò al piano cucina, buttò qualche altro cubetto di ghiaccio nel suo bicchiere per raffreddare la vodka e tornò, fermandosi proprio all’inizio del tappeto.

—«Certo, campione, dimmi di cosa hai bisogno». Mio figlio corse nella sua stanza in cerca del progetto abbandonato, ignaro dello sguardo che sua madre continuava a tenere fisso su di me. Il silenzio tra noi si prolungò. Poi Verónica mi disse con una calma che non rifletteva il uragano che sentiva dentro: «Perché oggi?».

—Esitai e stupidamente chiesi: «Come?». E lei me la restituì: «Perché hai deciso di comparire senza avvisare? Perché proprio oggi, a quest’ora?». Abbassai lo sguardo verso il tavolo, verso il piatto a metà servito, verso le posate disposte per due, e in mezzo, un delicato vaso di cristallo con una solitaria orchidea farfalla. Me ne ero dimenticato.

—«È il quattro di giugno». La voce di Verónica fu bassa ma ferma. Trenta giorni prima del nostro anniversario. Era il suo modo di ricordarmi gli anni che avremmo compiuto insieme, e il tempo che stava per consumarle.

Mateo inghiottì saliva. Nella sua mente rivissero scene fugaci: telefonate frettolose dagli aeroporti, promesse di un presto ritorno che non arrivavano mai in tempo. Ma fra tutti quei frammenti, uno si impose con la nitidezza brutale di una diapositiva illuminata da dentro. Panama, un giovedì qualsiasi d’agosto, quasi dieci anni prima. Il volo di ritorno per Bogotá gli era stato cancellato per una tempesta sul Darién, e la compagnia li aveva sistemati in un hotel della zona bancaria, con vista sul canale e aria condizionata sparata al massimo. Lo raccontò a Esteban con la voce bassa, come chi chiede il permesso di spogliarsi l’anima.

—Scesi al bar della hall perché in camera mi mancava l’aria. Avevo ancora addosso l’uniforme, la cravatta allentata, la camicia con due bottoni aperti. Mi sedetti in fondo al bancone e ordinai un doppio vodka con ghiaccio. Dopo pochi minuti, un tipo si sistemò due sgabelli più in là: alto, calvo, con la barba brizzolata, e una camicia di lino color osso aperta quel tanto che bastava per mostrare un petto largo e peloso. Chiese al barista la stessa cosa che stavo bevendo io, senza smettere di sostenermi lo sguardo.

—«Pilota, vero?», mi disse con accento paulista, indicandomi le ali ricamate sul risvolto. «Si vede», gli risposi sorridendo appena. «Rafael. Ingegnere portuale. Sono venuto a supervisionare un cantiere nella nuova chiusa». Ci scambiammo altre due frasi e non ci fu più bisogno di dire molto. Nei suoi occhi, Esteban, lessi quello che per anni mi ero negato da solo. Nei miei, lui lesse esattamente la stessa cosa. Finimmo il secondo drink senza fretta. Rafael lasciò una banconota sul bancone, si alzò e si diresse verso gli ascensori senza voltarsi, sapendo che io l’avrei seguito. E lo seguii.

Esteban non lo interruppe. Si rese conto che quell’uomo aveva bisogno di svuotare il ricordo come si svuota un ascesso.

—Appena la porta della suite si chiuse, Rafael mi spinse contro il muro dell’ingresso, mi piantò una mano nei capelli e mi divorò la bocca senza preamboli. Io gli risposi con più fame di lui. Sentii la barba graffiarmi la faccia, la lingua grossa cercarmi il palato, il sapore di vodka mescolato al fiato tiepido del brasiliano. L’altra mano scese sul mio petto, sbottonò gli ultimi bottoni della camicia e mi strinse un capezzolo tra indice e pollice. Lo torse fino a strapparmi un gemito rauco che non seppi da dove uscisse, perché in vent’anni Verónica non mi aveva mai fatto gemere così, né io glielo avevo mai permesso.

—«Da quanto tempo non te lo fanno bene, pilota», mi sussurrò Rafael all’orecchio, senza che fosse una domanda. «Non me l’hanno mai fatto bene», gli risposi, e quella fu la verità più limpida che avessi pronunciato in due decenni. Mi sorrise con i denti bianchissimi, mi fece scendere la mano sul ventre e mi strinse il rigonfiamento sopra i pantaloni blu dell’uniforme. Il cazzo lo avevo duro, Esteban, duro come non mi capitava da anni, premendomi contro il tessuto con un’urgenza che sorprese me stesso. Rafael mi slacciò la cintura con una sola mano, abbassò la zip e mi infilò le dita dentro il boxer, avvolgendomi il cazzo di colpo, senza giri inutili. Lasciai cadere la testa contro il muro e chiusi gli occhi.

—«Guardami», mi ordinò, stringendomi il mento. Aprii gli occhi. Mi teneva afferrato per il cazzo, muovendomi il prepuzio lentamente, con una fermezza calcolata che mi strappava piccoli spasmi ai fianchi. «Voglio che vedi chi ti sta toccando. Voglio che ti ricordi questa faccia domani in cockpit, quando decollerai e penserai allo sperma che ti lascerò dentro». Deglutii e annuii. Rafael si chinò senza lasciarmi il cazzo, mi abbassò i pantaloni e il boxer con uno strappo fino alle caviglie e, senza preavviso, se lo mise tutto in bocca. Se lo inghiottì fino alla radice, affondando il naso nel pelo del mio pube, con la gola spalancata come se fosse stata fatta per quello. Strinsi i pugni contro il muro per non ululare.

Esteban schiarì la voce, a disagio ma rapito. Si versò un altro dito di aguardiente e non disse nulla.

—Rafael sapeva quello che faceva, Esteban. Mi succhiava il cazzo con risucchi lenti e profondi, si ritraeva fino alla punta per leccarmi il glande con la lingua piatta, e tornava a mangiarselo fino alla base. Con la mano libera mi accarezzava le palle, me le stringeva con un gesto allenato, misurando quanto poteva darmi senza farmi venire troppo presto. «Se continui, vengo», gli ansimai con la voce rotta. Si allontanò lasciandomi il cazzo lucido di saliva e pulsante nell’aria. Si mise in piedi, mi afferrò per il polso e mi trascinò nella camera da letto.

—Il letto era enorme, con lenzuola bianche di lino tirate. Mi strappò la camicia di dosso con un colpo secco, senza preoccuparsi dei bottoni, mi tolse anche pantaloni e scarpe. Rimasi nudo in mezzo alla stanza, con la luce gialla della lampada che mi faceva brillare il sudore sul petto. «Adesso tu a me», mi disse. E cominciò a spogliarsi anche lui, senza fretta. Si tolse la camicia di lino, lasciando scoperto un torso muscoloso e abbronzato. Si sfilò i pantaloni e le mutande con un solo gesto. Il cazzo lo aveva grosso, più corto del mio ma massiccio, con un glande largo e vene marcate che salivano lungo il tronco.

—Mi inginocchiai davanti a lui senza che me lo chiedesse. Gli carezzai le cosce con i palmi aperti, gli annusai il pube, gli leccai la linea che scende dall’ombelico. Quando gli presi il cazzo e me lo portai in bocca, Esteban, un tremore mi attraversò tutta la spina dorsale. Era la prima volta che succhiavo a un uomo con la certezza di stare facendo ciò che volevo, senza colpa, senza finzioni, senza l’ombra di Verónica addosso. Gli succhiai il glande, me lo feci scendere dentro piano piano, tastando la mia resistenza. Rafael mi afferrò la testa con entrambe le mani e mi impose un ritmo dolce all’inizio, più profondo dopo. «Così, pilota. Inghiottimelo il cazzo. Così, con tutta la bocca. Guarda come te lo mangi».

—Sentii il sapore salato del liquido preseminale sul palato e mi piacque. Mi piacque tutto: la consistenza, il peso, l’odore di uomo pulito, il modo in cui Rafael mi tirava i capelli quando voleva che allentassi la gola. Gli succhiai il cazzo con le guance scavate finché lui non si allontanò, ansimando, e mi sollevò da terra afferrandomi sotto le ascelle. «A pancia in giù. Sul letto».

—Obbedii. Mi sistemai sul bordo, con il petto contro il materasso e le ginocchia sul pavimento, offrendogli il culo. Rafael si leccò le labbra, mi aprì le natiche con i pollici e mi sputò sull’ano. Mi passò la lingua per intero dal perineo al solco del culo, con calma, godendosela. Poi mi infilò la punta della lingua nel buco, muovendola in cerchi, ammorbidendomelo. Mi aggrappai al lenzuolo con entrambi i pugni, Esteban. Non mi avevano mai fatto una cosa del genere in vita mia. Il piacere mi strappò un gemito lungo, quasi osceno, che riempì la stanza. «Non stare zitto», mi disse lui tra una leccata e l’altra. «Urla, che queste pareti sono spesse. Urla come ti pare».

—Continuò a mangiarmi il culo a lungo, fino a lasciarmelo zuppo e pulsante. Poi si tirò su, cercò sul comodino un flacone di lubrificante e un preservativo. Rivestì il cazzo con l’abilità di chi l’aveva fatto mille volte, si mise una buona quantità di gel sulle dita e me le infilò, prima uno, poi due, muovendole dentro con pazienza. «Rilassati. Aprimi, che entro piano». Quando appoggiò il glande all’ano e spinse, strinsi i denti e abbassai la testa. Bruciò. Bruciò molto all’inizio, ma il bruciore si trasformò in qualcos’altro, in una trazione calda che mi risalì la colonna fino alla nuca. Rafael entrò dentro di me millimetro per millimetro, dandomi tempo, finché non mi ebbe tutto il cazzo dentro e le palle incollate alle mie natiche. «Sei già pieno di me, pilota. Lo senti?». «Sì», gli ansimai con la faccia affondata nel lenzuolo.

—Cominciò a scoparmi con spinte regolari, ogni volta più profonde, tenendomi per i fianchi. Il suono della pelle che sbatteva contro la pelle riempì la stanza. Aprii le gambe più che potei, mi inarcai, mi offrii. Mi piacque da morire il peso del brasiliano sopra di me, la mano larga che mi premeva la nuca contro il materasso, il fiato caldo nell’orecchio mentre mi scopava con sempre più voglia. A un certo punto mi chiese, in puro gioco di dirty talk: «Così te la facevi con Verónica, pilota? Così la scopavi?». «No», gli risposi, sincero anche su quello. «Non le ho mai fatto l’amore così. Mai». «Allora goditelo bene. Questo è il tuo».

—Me lo fece in quattro zampe, poi di schiena con le gambe sollevate sulle sue spalle, e infine si sdraiò supino e mi chiese di sedermi sopra di lui. Gli salii addosso piano, infilandomi nel cazzo grosso, e cominciai a dondolarmi su e giù, con le mani appoggiate sul petto peloso del brasiliano. Rafael mi guardava dal basso verso l’alto, con la bocca socchiusa, stringendomi il cazzo con una mano e tirandolo al ritmo del culo. «Vieni su di me», mi chiese. «Voglio che mi finisci sul petto». Mi si contrasse il ventre. Accelerai il movimento, gemendo senza vergogna, e in pochi secondi venni a fiotti caldi che gli macchiarono il torace dall’ombelico al collo. Lui lasciò andare una risata roca di soddisfazione, mi afferrò per i fianchi e finì di prendermi con spinte rapide, corte, finché si scosse con un gemito gutturale e scaricò anche lui dentro il preservativo, con il cazzo piantato ben dentro il mio culo.

Mateo fece una pausa, si passò una mano sulla nuca. Esteban non lo incalzò. Fuori la pioggia si era intensificata e batteva contro i vetri come se volesse entrare.

—Rimanemmo così un po’, fermi, respirando forte, Esteban. Mi lasciai cadere accanto a Rafael, con le gambe che tremavano e il cuore che mi batteva nelle tempie. Lui mi abbracciò di lato, mi passò una mano sul petto, mi baciò la spalla. Non parlammo. Non c’era nulla da dire. Mi svegliai all’alba con il condizionatore che ronzava e lui addormentato accanto a me, la bocca semiaperta, la barba attaccata al cuscino. Mi alzai senza far rumore, mi vestii con quel che restava della camicia strappata e uscii dalla stanza senza lasciare un biglietto. Attraversai il corridoio moquettato fino alla mia camera, mi infilai sotto la doccia e restai sotto il getto caldo finché l’acqua non si fece fredda. Uscii, mi asciugai, mi sedetti sul bordo del letto vuoto. E solo allora, con i capelli che gocciolavano e il corpo ancora stanco per quello che era accaduto, mi concessi di piangere. Non per Rafael. Non per il piacere. Piansi perché capii, con una chiarezza brutale, che non avrei più potuto mentirmi, mai più.

Esteban abbassò lo sguardo sul fondo del bicchiere. Quella confessione gli pesò più delle precedenti. Capì perché il peso che Mateo portava nel petto non si fosse allentato col tempo né con la distanza. Gli versò altro vodka, senza chiedere. L’eco di quell’hotel di Panama ricordò a Mateo che già allora stava perdendo qualcosa che non si era mai preoccupato di trattenere con abbastanza forza.

—Verónica non mi guardava più con rimprovero, ma con sfinimento. Quella stanchezza che va oltre la mancanza di sonno. Lo sfinimento di aspettare, di capire, di perdonare senza ricevere nulla in cambio. E mio figlio tornò di corsa, tenendo in mano l’aereo di balsa ancora a metà. «Eccolo, ho bisogno che mi aiuti a incollare le ali». Forzai un sorriso e presi l’aereo con delicatezza. Lo tenni tra le dita come se fosse una metafora della mia stessa vita. Fragile, incompiuta, pronta a spezzarsi se non la maneggiavo con precisione.

—Quando finimmo di incollare i pezzi, Verónica accarezzò la testa ad Andrés e gli chiese con un sorriso tenue di mettere l’aereo al sole perché la colla si asciugasse più in fretta. «Vai a fare le tue cose, tesoro, tuo padre e io dobbiamo parlare». Mio figlio obbedì senza ribattere e ci lasciò soli.

—All’inizio lei non chiese nulla. Mi guardò soltanto, in attesa. Sentii il petto serrarsi. Avevo provato e riprovato frasi nella testa, ma davanti a quella donna così serena ogni parola mi si aggrovigliò in gola. «Io…», cominciai, e mi fermai. Espirai lentamente prima di riprovarci. «Sono scappato, Verónica. Per tutta la vita». Lei non reagì subito, ma con lo sguardo mi impose di continuare. «Sono scappato da ciò che sono davvero e da quello che ho sempre saputo».

—La tensione sul suo volto si trasformò in qualcos’altro. Mi regalò un gesto di comprensione, ma colsi anche il suo dolore. Alla fine trovai il coraggio di dirglielo. «Verónica, sono omosessuale».

Le parole rimasero sospese nell’aria, libere sia nei ricordi di quel momento sia nell’atmosfera calda del salotto, cariche di un peso simile. Esteban alzò il calice di aguardiente.

—Brindo a lei e al suo coraggio doloroso. Doveva essere proprio una gran mazzata. Salute!

—Grazie, ma gli applausi sono solo per lei. Verónica chiuse gli occhi per un istante. Non reagì con sorpresa. Lo aveva sentito nel profondo, per le mie assenze prolungate, per il poco impegno che mettevo nelle notti fredde, per i suoni passionali che non furono mai del tutto naturali. Ma sentirlo ad alta voce… quella fu un’altra cosa.

—«L’ho sempre saputo» —sussurrò con una voce sottile, quasi angelica. E mi guardò dritto per chiarirmi qualcosa che era rimasto in sospeso. «Mi serviva solo che fossi tu a dirlo».

—Come vede, Esteban, non ho mai voluto far loro del male. Né a lei né a mio figlio. Per questo continuavo ad andare avanti con le bugie. Pensai che se fossi riuscito a mettere da parte tutto per un po’, abbastanza a lungo, e se ci avessi provato con più forza, avrei potuto essere una persona diversa e amarla come un vero uomo.

Mateo sospirò prima di bere un altro sorso. Sentì di nuovo quel miscuglio di sollievo e paura della confessione. Sollievo perché non doveva più portarsi addosso il segreto davanti al marito della sua amica. Paura perché, suo malgrado, sapeva di continuare a far male.

Continua…

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