Mia moglie ha confessato la sua infedeltà al mio compleanno
Il proiettore era acceso da dieci minuti e la tela restava bianca. Esteban Camilo aveva interrotto il proprio brindisi a metà e nessuno nel tendone capiva perché, proprio nel giorno del suo compleanno, fissasse lo schermo spento come se lì dentro potesse nascondersi una risposta.
Poi si udì la voce. Registrata, modulata, troppo serena. La voce di Valeria riempì gli altoparlanti e la festa intera cadde nel silenzio.
—L’ho visto e lui ha visto me. Ci siamo riconosciuti all’istante, anche se eravamo lontani —diceva lei—. Ero appena arrivata dall’hotel, trascinando la valigia per il terminal. Lui scendeva dalle scale mobili, con la camicia bianca stropicciata sulle maniche e la cravatta che oscillava. E i passi che facemmo per accorciare la distanza mi parvero lenti, lunghissimi.
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—Tu sapevi già tutto questo! È vero o no? —Esteban Camilo strinse l’avambraccio di Carolina, la migliore amica di sua moglie, che aveva ancora il telefono incollato all’orecchio.
—Te lo giuro sui santi, Esteban. Valeria non mi ha raccontato niente. Sono sorpresa quanto tutti. Fammi chiudere questa chiamata e parliamo. —Lui la guardò con un manto di dubbi, ma non si staccò dal suo fianco. Girò il collo cercando tra gli invitati il complice che doveva essere lì, ad ascoltare come lui ogni parola uscita dagli altoparlanti.
—«Prendiamo qualcosa da bere?» —continuava la registrazione—. Fu l’unica cosa che mi venne in mente di dire, dopo aver pronunciato il mio nome, nel caso non mi ricordasse. Dovevamo recuperarci troppi anni. Troppe storie da assaporare con un caffè al mattino. E io sentii l’impellente bisogno di ascoltarlo, Esteban. L’urgenza di sentire di nuovo un timbro di voce che al tuo fianco avevo dimenticato, perché al tuo fianco non mi serviva.
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—Di chi sta parlando? —insistette lui, quando sentì il braccio di Carolina agganciarsi al suo con familiarità—. Non venirmi a dire adesso che è tornata con il suo ex marito.
—Ma come ti viene in mente! E poi quell’idiota di Andrés è pure il mio ex da quattro mesi. —Esteban Camilo chiuse gli occhi un istante, annuendo, ma nella memoria non trovava nessun volto colpevole.
—Tra un sorso e l’altro —proseguiva Valeria— erano più gli sguardi delle parole. Ci riconoscevamo, ci accettavamo. Qualche suo capello grigio, la mia figura più morbida e molti anni più esperta. Eppure l’emozione di rivederlo la sentii intatta. Strano, vero? Incredibile.
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—Tu la conosci da una vita, Carolina. Dimmi come si chiama quel figlio di puttana. Da sotto quale pietra è saltato fuori? —La donna scosse la testa, ma si chinò al suo orecchio sinistro e gli promise, a bassa voce, che avrebbe fatto memoria, che avrebbe controllato persino l’annuario della scuola pur di non lasciare fuori nessuno.
—Vuoi sapere qualcos’altro, amore mio? —la registrazione abbassò il tono—. Quello sarà solo per i tuoi occhi. Ti ho lasciato a casa, in alcune pagine strappate, ciò che ho scritto nel mio diario. La parte che riguarda te, e solo te.
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La voce di Valeria continuò a suonare mentre gli invitati si muovevano a disagio sulle sedie. Esteban Camilo si sentì come un vaso antico e lucente, osservato da tutti fino allo sfinimento.
—Non ti lascerò solo, guarda attorno a te —diceva lei—. Hai tanta gente che ti vuole bene. Rifugiati in loro, soprattutto nei nostri figli. E per favore, non cercarmi. Ho cambiato numero, me ne vado lontanissimo. Lasciami volare verso la mia nuova vita. Tornerò solo per sistemare il divorzio. Non ho bisogno di nulla di ciò che abbiamo ottenuto insieme; se vuoi, dividilo come ti pare. Ti amerò sempre, Esteban, anche se adesso pensi che io sia ingrata. Un giorno capirai che avevo ragione. Ciao, gente mia.
Il sipario rimase azzurrino, senza immagine, e gli altoparlanti tacquero. Sua figlia, Sara Valentina, fu la prima ad avvicinarsi per consolarlo, molto vicino all’uscita. Fuori, una pioggerellina fine dava un riflesso viscido al pavimento, e l’aria fredda saliva dalle caviglie. Per il mondo non era cambiato nulla. Per lui, tutto.
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Appena la registrazione si spense, Esteban Camilo tirò fuori il cellulare dal gilet e compose il numero. Suonò, suonò, e la chiamata finì in segreteria. Ordinò alla figlia di provare dal suo telefono; niente anche lì. Cercò il disc-jockey, che stava ancora dietro le console senza sapere cosa mettere per attenuare un momento simile.
—Ha il numero da cui mia moglie le ha mandato quello? —L’uomo, sobbalzato, si tolse le cuffie e gli mostrò il display. Esteban Camilo prese l’apparecchio e chiamò. Lo stesso messaggio, una volta dopo l’altra. Sua moglie aveva spento il telefono o era fuori copertura. Sentì che qualcosa dentro di lui perdeva sostegno, come un aereo che precipita.
Con la speranza che si assottigliava, camminò fino a dove si trovavano i familiari e li pregò di provare loro. Il suocero, Don Ramiro, compose per primo; poi i cognati, i fratelli, sua madre. Tentativi falliti, tutti. I volti attraversarono il cancello dell’illusione fino alla delusione totale.
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Allora gli si avvicinarono Paula e Sergio, i proprietari dell’agenzia di viaggi con cui la famiglia organizzava tutto. Lo tirarono da parte con delicatezza, non per indagare, ma per raccontargli un dettaglio che al momento sembrò loro insignificante.
—Esteban, non sappiamo se serva a qualcosa —cominciò Paula, spalancando gli occhi—. Una quindicina di giorni fa Valeria è arrivata in ufficio senza avvisare. Pensammo che sapesse già del viaggio che avevi in mente, così le mostrammo tutto: le isole greche, gli hotel, la guida per l’Egitto. Sembrò sorpresa, ma subito minimizzò e si mise a guardare un’altra delle nostre offerte, una che stava sulla scrivania.
—E quale? —chiese Esteban Camilo, con un filo di voce.
—Bali —rispose Sergio—. Una destinazione idilliaca, molto romantica. Prese il dépliant, si salutò affettuosa come sempre e se ne andò. Se decidi di cercarla, almeno saprai da dove cominciare.
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Si prese il giaccone di panno e si allontanò da tutti. Alle sue spalle sentì le voci della famiglia. «Trovala», implorò il suocero. «Lasciala andare, non ne vale la pena!», gli gridò il fratello Mateo. «Figlio, che farai?», riuscì a chiedere la madre, angosciata. «Ti accompagno!», si offrì Adriana, la cognata minore, con una determinazione che a quell’ora lui non seppe leggere.
Camminò in fretta sotto la pioggerellina. Ma arrivato all’altezza dei salici, che ancora stillavano, si fermò di colpo davanti all’immagine di pietra della Vergine, chiusa nel suo nicchio. Si fece il segno della croce, si mise in ginocchio e chiuse gli occhi. Le donne che lo seguivano credettero che stesse pregando per un miracolo. Non stava pregando. Stava immaginando.
Dietro le palpebre strette sfilò, in alta definizione, l’incontro di sua moglie con quell’uomo senza volto al quale lui, per dispetto, aveva disegnato baffi folti e trascurati. In quale aeroporto? Quando? Fece un salto indietro di mesi, di anni. Ricordò quel dicembre, due compleanni prima, quando Valeria tornò da un viaggio in Europa spenta, distratta, e usò la stanchezza come scusa per chiudersi presto in camera. «Chi tese per primo la mano? Com’era quell’abbraccio? La baciò con timidezza o si permise di stringere il corpo di lei al suo?». Ogni immagine che la sua gelosia inventava gli allargava il vuoto nel petto.
Aprì gli occhi. Si sfilò dalla testa il reliquiario d’argento a forma di cuore che lei gli aveva regalato anni prima, lo intrecciò con cura nelle mani tese della Vergine e lasciò all’intemperie la foto della sua mora, incollata alla sua guancia. Sospirò, si alzò e si pulì lo sporco dal ginocchio. Non pensava più di raggiungerla. Quell’amore che credeva così ben legato si era allentato negli anni, con aiuti esterni e non soltanto come diceva lei, fino a scappare verso altre braccia. Si avviò verso il parcheggio davanti alle ragazze.
***
Le luci della sua sportiva furono le prime a illuminare il portico di casa, mancava poco a mezzanotte. Dietro arrivò la hatchback di sua figlia. Trovò tutto identico a sempre: la strada solitaria, la nebbia che lambiva il pavimento, il cane del vicino che abbaiava. Ma il garage adiacente aveva un vuoto dove prima riposava il camioncino di Valeria. Restava solo lo spazio vuoto, e quello diceva tutto.
Entrò con sua figlia, con Adriana e con Camila, la fidanzata di Sara. Si spartirono la casa in silenzio. Al piano di sotto non c’era nulla di strano. Al piano di sopra, nel guardaroba della camera matrimoniale, Esteban Camilo si scontrò con il nulla: l’intero lato, prima pieno di vestiti e valigette, era nudo, con tracce di polvere appena smossa. Inspirò a fondo quell’aria viziata e la lasciò uscire come chi espelle una vita. Si era portata via tutto. Tranne alcune pagine perfettamente ordinate sul copriletto e, sopra di esse, come fermacarte, la sua fede da donna sposata.
***
—Pa? Si è portata via perfino i suoi vinili —disse Sara, affacciandosi—. Mi dispiace, papino. Ti ha lasciato alcune pagine e il vostro album, guarda…
—Lascia stare, Sara. È qualcosa di privato. L’hai sentita. —Il tono alzato fermò la ragazza, anche se riuscì a vedere l’anello brillare sul mucchio di fogli. Lui non volle raccoglierli davanti a lei; sapeva che, leggendoli, sarebbe crollato.
—Ti senti malissimo? Sei pallido. Se vuoi resto con te.
—Ho bisogno di un po’ di solitudine, tesoro. Un bicchiere davanti al camino e starò bene. Vai alla tua presentazione, un impegno è un impegno. —Le accarezzò la testa—. Però prima, figlia… tu sapevi già tutto questo. È vero o no?
La domanda le cadde addosso come un secchio d’acqua gelata. Sara Valentina sentì cedere le gambe, ma essendo così vicina a suo padre, lui non notò quanto le pulsasse il cuore.
—Hai ragione, papà, e mi dispiace. Mamma mi ha chiamato all’atterraggio e mi ha chiesto di prepararle la roba. L’ho sentita piangere e mi ha giurato che te l’avrebbe spiegato. Non avrei mai immaginato che lo facesse così, davanti a tutti.
—Non parlo di stasera. Parlo di prima. Di quelle litigate tra te e lei degli ultimi mesi. Cos’è successo?
Il pianto le fece festa negli occhi. Tremando, non trovò altra strada che confessarsi.
—Un paio d’anni fa, al centro commerciale, lei salutò da lontano un signore con i baffi seduto nella sala VIP del cinema. Mi disse che era un vecchio amico, ma le tremava la palpebra, quel tic che le viene quando la beccano. Nessuno dei due si avvicinò per salutarsi davvero. Mi sembrò stranissimo.
—Continua.
—Un altro giorno la trovai in cucina che parlava al telefono. Non rideva con le sue solite risate, papà; rideva piano, facendo pause, intrecciandosi una ciocca tra le dita. Parlava… più sensualmente. Mi beccò ad ascoltarla, riattaccò di colpo e mi sgridò perché la spiavo. Lì cominciai a sospettare che avesse qualcosa con qualcuno, ma senza prove non potevo accusarla.
Esteban Camilo sentì una scarica corrergli lungo la spina dorsale.
—Finché un giorno —continuò Sara, asciugandosi le lacrime— andai con Camila in un posto discreto, sai per fare cosa. E quando stavamo per entrare, vidi scendere mamma dalle scale, coi capelli umidi e tutto sorridente, abbracciata a quello stesso signore. Rimanemmo tutte e due sotto shock. Tutte e tre.
—E perché non mi hai cercato, se avevi la prova?
—Perché sono un’idiota che ha promesso di mantenere un segreto. Pensavo ti avrebbe distrutto, che avrebbe annientato la famiglia. Parlai con lei e mi chiese perdono. Mi giurò che era stata solo quella volta, uno scivolone, che aveva tutto sotto controllo. E le credetti, perché voi eravate sempre innamorati allo stesso modo. Baci, scherzi, occhiate. Si sentiva persino tutto quello che facevate di notte dalla mia stanza. Pensai che fosse finito nel dimenticatoio.
—E invece vedi che non è così. Avresti dovuto parlare con me, figlia. Per quanto piccola, una bugia lascia sempre orfana la fiducia. Non dimenticarlo. Adesso vai, che ti aspettano.
—Ma papà, se già stava con quel tipo… allora non ti amava più.
—Forse avrei dovuto prestare più attenzione. Provare a farla innamorare di nuovo. —L’abbracciò e la lasciò andare.
***
Sara e Camila finirono di caricare le loro cose. Esteban Camilo era in cucina quando Adriana, sua cognata, gli si avvicinò alle spalle e lo avvolse con le braccia, come faceva di solito.
—Mi dispiace tanto, Esteban. Mia sorella è una stupida ad averti lasciato, e ancor più meschina per averlo fatto nel giorno del tuo compleanno, usando tutti noi per distrarti e fuggire senza farsi vedere.
—Sono distrutto, Adri. Che farò senza di lei?
—Tranquillo. Oggi resto con te, e i giorni che serviranno. Ti voglio molto bene, lo sai. Puoi contare su di me per qualunque cosa. —Le sue mani indugiarono un istante di troppo sul petto di lui, e la sua voce si era fatta bassa, densa, diversa da quella di una semplice condoglianza.
—Grazie, Adri, ma penso che…
—Zia! Andiamo, dai! —La voce di Sara tagliò l’aria. Comparve sulla porta e non gradì affatto trovarli così—. Mio padre ha bisogno di stare da solo. Andiamo.
Adriana si staccò da lui malvolentieri. Discuterono un momento a bassa voce, finché la nipote ebbe la meglio. Consegnò alla zia le chiavi del camioncino —dato che lei non beveva, avrebbe guidato lei— e si salutarono.
—Non fare sciocchezze, papà. Ti amo! —gridò Sara dal finestrino, prima che il motore le portasse via.
***
Solo, finalmente, Esteban Camilo salì nella camera, spostò con rabbia la fede rimasta sulle pagine e scese con quelle stropicciate nel pugno, deciso ad accompagnare il suo dolore con un po’ di fuoco. Bar aperto, bottiglie disposte, silenzio sepolcrale. Il bicchiere di cristallo rimase vuoto sul piano quando due squilli lo fecero alzare la testa.
Suppose fosse sua figlia, che per l’ennesima volta avesse dimenticato le chiavi. Nascose la bottiglia dietro la schiena per risparmiarsi il sermone e aprì la porta distrattamente, già girandosi per continuare a servirsi.
—Buonasera. Posso entrare?
Quella voce grave, quasi ringhiante, così estranea in casa sua a quell’ora, lo bloccò di colpo e lo costrinse a voltarsi.
Sulla soglia c’era un uomo alto, con spalle larghe, giacca scura fradicia di pioggerellina e una mascella dura che non ricordava di aver mai visto. Aveva i capelli pettinati all’indietro, qualche filo grigio appena visibile alle tempie e occhi scuri, troppo diretti, che lo scrutarono con una calma insolente. Non aveva ombrello né abito da festa, solo una sicurezza pesante come una mano sulla nuca.
Esteban non rispose subito. Lo sconosciuto fece un passo avanti, poi un altro, finché la luce del soggiorno non gli lambì il volto e lo rese ancora più reale. Nella mano sinistra teneva una busta manila. Nella destra, niente. Non c’era sorriso. Non serviva. Quello sapeva benissimo perché fosse lì.
—Chi cazzo è lei? —riuscì a dire Esteban Camilo, con la voce arrochita dall’alcol e dalla rabbia.
L’uomo alzò appena un sopracciglio, senza distogliere lo sguardo.
—Sono qui per Valeria.
Il nome cadde tra i due come un bicchiere schiantato sul pavimento. Esteban strinse il collo della bottiglia fino a sentire il vetro freddo nel palmo. Tutto ciò che aveva immaginato dalla registrazione, tutto il veleno che si stava fabbricando in testa, si concentrò di colpo in quella figura ferma sotto la soglia. L’aria tra loro divenne densa, elettrica, sul punto di spezzarsi.
—Le conviene entrare e spiegarmi chi cazzo è lei —disse Esteban, scostandosi appena per farlo passare, senza sapere se stesse invitando un uomo o la disgrazia.
Lo sconosciuto oltrepassò la porta lentamente, si asciugò la pioggia dalla spalla con la mano libera e lasciò la busta sul tavolo, come chi deposita una sentenza. Poi rialzò lo sguardo verso di lui, tanto sereno come se quella casa appartenesse anche a lui.
—Mi chiamo Andrés —disse—. E se vuole davvero capire cosa è successo con sua moglie, dovrà ascoltarmi fino in fondo.
Esteban Camilo chiuse la porta dietro di lui con un colpo secco. Nel soggiorno si udì il crepitio del legno, il ronzio del frigorifero e, da qualche parte della casa, l’eco della pioggia contro le vetrate. Il compleanno era finito. E ciò che era appena entrato da quella porta stava soltanto cominciando.