Il bagno in biancheria intima che la mia ragazza non volle coprire
Racconterò alcune cose di quando stavo con Noelia, prima che diventasse mia moglie e molto prima che smettesse di esserlo. Le ricordo sparse, senza ordine, come mi vengono in mente. Alcune sono successe per caso; altre, la maggior parte, le cercava lei con una calma che ancora oggi mi lascia perplesso.
Perché Noelia era due persone. Di giorno, con la gente, sembrava timida, di quelle che abbassano lo sguardo e ridono coprendosi la bocca. Ma bastava che si eccitasse un po’ perché quella timidezza le cadesse di colpo, come una giacca che non le serviva più. E allora non importava chi guardasse. Non importava il posto. Quasi preferiva essere guardata. Le piaceva che le vedessero le tette, che le intuissimo la figa, che gli si marcasse il cazzo nei pantaloni per colpa sua. Era una provocatrice da manuale, ma di quelle che poi mantengono la parola.
Comincio da quella del viaggio al sud, che è quella che ricordo meglio.
***
Un amico del gruppo, Rubén, prestava giuramento in una caserma sulla costa, e decidemmo di scendere a trovarlo in diversi. Siccome eravamo in molti, noleggiammo un furgone grande, di quelli con tre file di sedili e uno spazio vuoto in fondo. Eravamo tre coppie e tre singoli, nove in tutto, con molte ore di strada davanti.
A qualcuno venne in mente di buttare un materasso nello spazio in fondo, nel caso a qualcuno venisse sonno. Proposi a Noelia di stenderci noi lì, e un altro del furgone, Dani, fece lo stesso con la sua ragazza, Cris. Insomma finimmo tutti e quattro sdraiati dietro, coperti con un paio di coperte, mentre gli altri davanti chiacchieravano senza prestarci attenzione.
Era notte e il furgone andava al buio. Dopo un po’, con il sobbalzare e il calore dei corpi stretti, le mani cominciarono a muoversi da sole. Ognuno con la propria, ma a mezzo metro l’uno dall’altro. A Noelia infilai la mano sotto il vestito e trovai le mutandine già bagnate fradice. Gliele spostai con due dita e le cercai la figa direttamente, gonfia, scivolosa, con il clitoride duro come una pietra. Cominciò a montarmi lei da sola contro le dita, muovendo lentamente il bacino sotto la coperta, mordendosi il labbro per non gemere. Io le slacciai con una mano il reggiseno da sotto il vestito e le afferrai una tetta, stringendole il capezzolo fra indice e pollice finché non le strappai un sospiro che dovette ingoiare.
Lei cercò la mia cerniera, mi tirò fuori il cazzo e cominciò a farmi una sega molto lentamente, con il palmo umido del suo stesso umore, passato dalla sua figa al mio glande senza che capissi bene come. Sputò sulla mano e mi avvolse tutto, su e giù sul prepuzio con un ritmo lento, torturante, che mi faceva venire voglia di morderle la spalla per non urlare. Ogni tanto, nel riflesso di qualche macchina che arrivava in senso contrario, riuscivo a vedere un pezzo della schiena di Cris, o una gamba, e Dani che le infilava la mano sotto. E sapevo perfettamente che Dani vedeva Noelia, perché lei si copriva meno della sua ragazza. Non per distrazione. Lo faceva apposta. Si era tirata giù lei stessa la coperta di una spanna per far vedere a Dani come la mia mano si muoveva fra le sue cosce, e come la sua mano si muoveva sul mio cazzo.
Venni prima di lei, in silenzio, stringendo i denti, sparandole la sborra nel palmo e sulla pancia. Lei me la pulì con la coperta e mi sorrise nel buio. Poi mi prese le dita, se le portò di nuovo alla fica e mi guidò lei stessa finché venne con la mano libera sopra la mia bocca per coprire i gemiti. Finimmo per addormentarci tutti e quattro, stretti come un gomitolo, e ci svegliarono già vicini alla meta. Ci fermammo in un bar di strada per fare colazione, tutti con la faccia di chi non ha chiuso occhio, e risalimmo sul furgone per l’ultimo tratto.
***
Prima di entrare in caserma, le ragazze vollero cambiarsi per essere più presentabili, e si infilarono tutte e tre dentro il furgone per vestirsi. Noelia uscì con un vestito chiaro, corto, a spalline, che al minimo piegarsi lasciava vedere il reggiseno bianco che aveva sotto. Cris si mise un paio di jeans e una camicia, e la terza, Marta, una gonna a fiori. Ma quella che attirava l’attenzione, come sempre, era Noelia.
Assistemmo al giuramento in piedi sotto un sole che spaccava le pietre. Quando finì e ci riunimmo con Rubén, gli dicemmo senza chiedergli niente che sarebbe tornato a casa con noi. Lui aveva fissato di rientrare in treno con un compagno della caserma, Adrián, così gli dicemmo di venire anche lui. Si aggregarono entrambi, e ripartimmo, questa volta in dodici stretti nel furgone.
Non avevamo quasi fatto in tempo a partire che qualcuno buttò lì l’idea: e se facessimo un bagno prima di rimetterci in viaggio per tutte quelle ore? Non servì ripeterlo. Chi guidava, Quique, prese la prima uscita verso la costa e scese per una strada sterrata fino a una spiaggia lunga, deserta, di quelle in cui non si vede la fine né da una parte né dall’altra.
E allora ci accorgemmo che nessuno aveva portato il costume.
—Io entro in mutande —dissi, e cominciai a togliermi i vestiti senza pensarci troppo.
Un paio di ragazzi mi seguirono. Quando mi voltai, Noelia era già in reggiseno e mutandine bianche, a spronare le altre a fare lo stesso. Cris non si fece pregare più di tanto e rimase in biancheria nera. Marta, invece, disse che lei non si sarebbe bagnata e rimase vestita, seduta sulla sabbia.
Noi maschi sbavavamo. Non era niente di che, un normale reggiseno bianco, delle mutandine normali, eppure c’era qualcosa nel saperle in biancheria intima e non in bikini che ci agitava tutti più del dovuto. Come se la differenza tra l’una e l’altra fosse proprio il confine che non si doveva superare, e noi lo stessimo attraversando. A me già si vedeva il cazzo nelle mutande bagnate, e non ero l’unico: a Rubén, con i mesi di caserma alle spalle, si notava una gobba impossibile da nascondere.
Entrammo in acqua. Era fredda e si ringraziava dopo il caldo della caserma. Giocammo un po’, schizzandoci, facendo gli stupidi, finché Quique avvisò dalla riva che dovevamo muoverci o saremmo arrivati a notte fonda.
***
E lì Noelia fece il suo numero.
Uscì dall’acqua per ultima, senza fretta, mentre gli altri già ci asciugavamo a colpi di mano. E la biancheria bianca, bagnata, era diventata completamente trasparente. Si vedevano i due capezzoli scuri, grossi, duri per il freddo, marcati contro il tessuto come se il reggiseno non ci fosse. Fra le gambe le si intuiva tutto, perfettamente: il triangolo del pube ritagliato, le labbra della figa gonfie che premevano contro le mutandine, persino la riga verticale dove il tessuto le si era infilato dentro. Quella di Cris, con il nero, non diventava trasparente; quella di Noelia sì, e come.
Un’altra qualsiasi si sarebbe incrociata le braccia e sarebbe corsa verso il furgone. Lei no. Lei sapeva esattamente cosa si vedeva e cosa ci stava facendo. Rimase in piedi davanti a tutti noi, si chinò un poco in avanti e si strizzò la chioma lentamente, con entrambe le mani, lasciando che l’acqua le colasse sul corpo mentre ci guardava di lato. A ogni movimento, le tette le ballavano dentro il reggiseno trasparente, con i capezzoli che puntavano da una parte e dall’altra. Si passò le mani sulle cosce, risalendo fino ai fianchi, e con la scusa di togliersi la sabbia si sfregò la figa sopra il tessuto fradicio, lasciando vedere come le labbra si aprivano appena quando il tessuto si infilava dentro. Gli occhi di tutti i ragazzi erano incollati a lei. Di tutti. E lei, invece di vergognarsene, sembrava eccitarsi sempre di più a ogni secondo che passava.
Le sta piacendo, pensai. Le piace averci così, col cazzo duro, senza poterci nascondere.
Quando ci aveva lasciati tutti senza sapere dove mettere le mani, fui io a dire, con la voce più ferma che riuscii a fingere, che le ragazze passassero nel furgone a togliersi il bagnato. Non per pudore. Perché avevo bisogno di portarla via di lì prima di fare una cazzata, e avevo bisogno di infilarmela subito.
***
Entrai per primo con lei, con la scusa di «aiutarla». Si tolse il reggiseno e le mutandine fradice e rimase nuda nella penombra del furgone, con la pelle ancora salata e la chioma incollata alla schiena. Le tette le brillavano d’acqua, i capezzoli erano ancora duri, e fra le cosce aveva la fighetta depilata con le labbra arrossate per quanto avevano sfregato il tessuto bagnato. Mi avvicinai e le infilai una mano fra le gambe: era bagnata, e non era acqua di mare. Fradicia. Le cercai il clitoride con il pollice e le infilai due dita di colpo. Lei lasciò uscire un gemito breve e mi tolse la mano, ma senza smettere di sorridere.
—Fermo, che sono tutti lì fuori —sussurrò, divertita, come se quello fosse un argomento e non esattamente il contrario.
—Te la metto in due minuti, zitta —la supplicai all’orecchio, stringendole una tetta e sfregandole il capezzolo bagnato con il palmo.
Rise piano, mi diede un bacio rapido con la lingua, mi strinse il rigonfiamento nelle mutande con la mano e me la lasciò subito. Davo per scontato che si sarebbe messa altre mutande e un altro reggiseno. E quello che fece mi lasciò peggio di prima. Prese il vestito chiaro e se lo mise addosso nuda, senza niente sotto. Si lisciò il tessuto sul corpo con entrambe le mani, passandosi i palmi sulle tette e scendendo fino alle cosce, marcando deliberatamente i capezzoli contro la stoffa sottile. Mi guardò per un secondo con mezzo sorriso, col mio cazzo a un palmo dalla sua faccia, e uscì dal furgone per far entrare Cris a cambiarsi, lasciandomi lì in piedi con una rabbia e una voglia che non sapevo da che parte prendere.
Ero l’unico a sapere con certezza che non aveva biancheria intima. Ma immagino che gli altri lo abbiano intuito appena l’hanno vista, perché con quel vestito leggero e i capezzoli che si segnava contro il tessuto non c’era molto da indovinare. Me la immaginai per tutto il viaggio e cominciai a contare i minuti per tornare a sdraiarmi con lei sul materasso in fondo, alzarle il vestito, aprirle le gambe e scoparmela con tutto il furgone a un metro che ci ascoltava.
***
Ma il mio scopare si rovinò prima ancora di cominciare.
Appena ripartimmo, Noelia mi disse che al ritorno sarei dovuto stare davanti, come copilota, accanto a Quique. Lei preferiva stare dietro, rilassata, senza che io le mettessi continuamente le mani addosso. E io, come un idiota, accettai. Mi sedetti davanti con il cazzo ancora mezzo duro dentro i pantaloni. Lei si sistemò in uno dei sedili centrali, con Cris accanto, e anche a Dani si rovinò la notte per lo stesso motivo.
Quelli che approfittarono del materasso in fondo per dormire furono Rubén e Adrián, distrutti dopo il giuramento. Io stavo davanti, mezzo intontito dal caldo e dal ronfare del motore, ma ogni tanto mi voltavo. E sempre, sempre, c’era qualche amico in piedi nel corridoio, aggrappato allo schienale del sedile di Noelia, che le parlava chinato verso il basso, con la faccia all’altezza giusta per infilarle l’occhio nella scollatura.
Non serve essere geni per capire cosa stessero guardando. Con il vestito largo, senza reggiseno, bastava che lei si muovesse un poco perché la scollatura si aprisse e si vedessero le tette intere, capezzoli compresi. E lei lo sapeva. Eccome se lo sapeva. Ogni volta che mi voltavo, la beccavo mentre rideva per qualcosa, si buttava i capelli all’indietro con entrambe le mani, inarcava la schiena per tirar fuori il petto, lasciava che la spallina le scivolasse di un paio di dita sulla spalla prima di risistemarla, come se niente fosse. Una volta mi voltai e la vidi con le gambe accavallate in modo che il vestito le era salito quasi fino al fianco, lasciando scoperta mezza coscia, e a quello che le stava davanti si vedeva perfettamente che gli si era formato un rigonfiamento nei pantaloni. Lei guardava quel rigonfiamento, senza nascondersi, e poi guardava lui negli occhi con quel suo sorriso di quando sapeva di stare giocando.
Non so cosa successe esattamente, perché alla fine mi vinse il sonno. Il giorno dopo le chiesi, mezzo incazzato, perché mi aveva mandato a fare il copilota.
—Per stare tranquilla, senza che mi maneggiassi tutto il tempo —mi disse, e rise.
Non seppi mai se fosse vero o se quello che voleva fosse proprio questo: stare dietro, nella penombra, sentendo gli occhi di tutti addosso, con la figa bagnata sotto il vestito e senza nessuno che la frenasse. C’era uno di quelli della caserma, Adrián, che la guardava in un modo che non mi piacque per niente. Me la immaginai mentre gli succhiava il cazzo al buio fra i sedili, o mentre si faceva mettere le mani sotto il vestito, con la figa senza mutandine alla portata di qualsiasi dito che avesse osato. Non credo che con lui sia andata fino in fondo, ma scommetterei che qualche mano si sia passata dove non doveva, e che lei non l’abbia tolta. La verità è che non lo saprò mai, e a questo punto, raccontandolo, quasi preferisco non saperlo.
***
Tutte queste cose sono successe davvero e le racconto come le ricordo, con quello che il tempo avrà cambiato in me senza volerlo. Quello che non dimentico è quell’immagine sua sulla riva, completamente trasparente, con i capezzoli segnati e la figa intuibile fra le gambe, senza coprire nulla, strizzandosi i capelli davanti a noi come se fossimo il suo pubblico e lei lo sapesse da molto prima di me. Se me ne verranno in mente altre, le racconterò via via.