I piedi di mia cugina mi hanno reso il suo schiavo
Fingevo da anni di non guardarle i piedi. Quella notte, scalza sul letto, mi ordinò di inginocchiarmi e seppi che non sarei più tornato indietro.
Fingevo da anni di non guardarle i piedi. Quella notte, scalza sul letto, mi ordinò di inginocchiarmi e seppi che non sarei più tornato indietro.
Trovai le sue mutandine piegate sull’ultimo gradino, ancora tiepide, e capii che non era una dimenticanza: era un ordine che dovevo obbedire in ginocchio.
La notte in cui lo aspettai con la camicetta aperta, capii che non ero più la stessa: mi ero rifatta per accendere il desiderio di un solo uomo.
Mi lanciasti le tue mutandine ancora tiepide e un sorriso. «Mettele e aspettami», dicesti. Due ore dopo ero ancora in ginocchio, a contare i minuti fino al tuo ritorno.
Avvicinai il naso ai suoi capelli senza pensarci, una volta, due, tre. Quando girò la testa e mi chiese se mi piaceva, capii che non c’era più ritorno.
Bastò un sorriso e un paio di stecche da biliardo perché lei gli capovolgesse il mondo. Ora indossa un grembiule di pizzo e attende, tremando, il campanello.
La prima volta che lo vidi nudo furono solo pochi secondi, ma bastarono ad accendere una curiosità proibita che non seppi più spegnere.
La prima cosa che ricordo di quell’estate sono le mani screpolate del custode e gli occhi della ragazza con la frangia. L’ultima, ciò che vidi tra gli alberi prima dell’alba.
Quando aprì la porta di colpo, con il mascara sbavato e il vestito sgualcito, capii che quella notte aveva cambiato tutto tra noi.
Sapevo benissimo cosa provocava quel vestito; non mi aspettavo che lui osasse dirmelo all’orecchio, davanti a tutta la famiglia.
Ogni volta che tornavamo alla vecchia casa della nonna, ricominciava lo stesso gioco: una mano che sfiorava l’altra e nessuno che guardasse.
Cinquecento euro per lasciarsi colpire proprio dove faceva più male. Accettò senza pensarci, convinto che tre donne non potessero fargli troppo male. Si sbagliava.
Da un anno pulivo la sua casa senza che mi guardasse negli occhi. Il pomeriggio in cui mi tolsi le scarpe accanto alla piscina, scoprii che mi fissava i piedi da mesi.
Lo trattavano come un mobile, sicurissime che nulla di ciò che facevano lo toccasse. Ci misero settimane a scoprire quanto si sbagliavano.
Da dieci minuti mi sbirciava i piedi dalla fermata dell’autobus. Non immaginava che avrei finito per portarlo a casa e metterlo in ginocchio prima di sera.
Catalina salì in terrazza in sottoveste bianca, si sedette accanto a me senza dire una parola e quella notte smettemmo di essere solo fratelli nella casa sul mare.
L’acqua mi colava ancora lungo la schiena quando lei entrò in bagno senza bussare, con quel sorriso storto che da settimane mi evitava.
Erano entrambi sulla soglia della mia stanza, a guardarmi dormire. Lei si toccava. Lui pure. E quando aprii gli occhi, nessuno dei due si fermò.
La chiave girò nella serratura nel momento peggiore possibile. O nel migliore. Papà non si fermò nemmeno quando mio zio apparve sulla soglia e ci vide.
Da due anni guardavo mia cognata come non avrei dovuto. Quella notte in discoteca, lei mi chiese se volevo che me lo raccontasse o che me lo mostrasse.