Ciò che quella sconosciuta fece con i suoi piedi al cinema
C’è una cosa che non ho mai raccontato a nessuno, né alle due donne con cui sono stato davvero, né ai miei amici di una vita. Il sabato pomeriggio non vado al cinema per vedere un film. Vado per un’altra cosa. Vado a sedermi in una delle ultime file, nel posto sul corridoio, e ad aspettare che appaia la donna giusta.
Quella giusta è quella che si toglie le scarpe nel buio. Quella che incrocia le gambe e lascia che la punta di una scarpa spunti tra gli schienali. Quella che, senza saperlo o sapendolo benissimo, decide di usare il mio corpo come se fosse parte dell’arredamento della sala.
Mi costa spiegarlo perfino a me stesso. Perché mi piace così tanto la sensazione di essere un mobile, un poggiapiedi, qualcosa su cui si sale senza chiedere permesso? Non ho una risposta pulita. So solo che la prima volta che un tacco si è appoggiato per sbaglio sulla mia mano e la donna non l’ha ritirato, ho sentito qualcosa che cercavo da anni senza dargli un nome. E ho sentito anche, non lo nego, il cazzo irrigidirsi contro la zip dei pantaloni, così gonfio da farmi male.
Il trampling, il farsi calpestare, e l’handcrush, lo schiacciare la mano, sono cose che ho scoperto tardi e per caso. E da allora il cinema è diventato il mio territorio di caccia. Un posto buio, anonimo, dove nessuno guarda indietro e dove una sconosciuta può trasformarmi nel suo tappeto per due ore senza che succeda nulla.
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Il metodo è sempre lo stesso. Arrivo in anticipo, scelgo uno spettacolo poco affollato, di quelli del primo pomeriggio della domenica, e mi siedo in fondo. Calcolo dove si sistemerà la gente e lascio una mano appoggiata al bracciolo opposto, oppure la faccio scivolare con discrezione tra i sedili davanti. A volte non succede niente per tutto il film. A volte succede tutto.
La maggior parte delle volte, quando una donna appoggia i piedi allo schienale davanti a sé e sente che sfioro la sua scarpa, si mette a disagio. Mormora un «scusi» e ritira il piede come se avesse toccato qualcosa di caldo. Quelle non mi interessano, anche se apprezzo il contatto.
Altre si accorgono che stanno pestando la mia mano e, invece di spostare il piede, lo lasciano lì. Appoggiano tutta la suola sulle mie dita e continuano a guardare lo schermo come se niente fosse. Quelle donne, quelle che capiscono il silenzio e lo usano a loro vantaggio, sono quelle che rendono degno ogni domenica sprecata. Solo sentire il peso morto di una suola estranea sulle nocche mi basta per farmi indurire il cazzo dentro i boxer e per farmi uscire una goccia densa dalla punta, a macchiare la stoffa.
E poi ci sono quelle che si incazzano. Una volta una donna si accorse che stavo cercando di far scivolare la mano sotto la sua scarpa e, invece di tirarsi indietro, schiacciò con tutta la forza. Mi conficcò il tacco sul dorso della mano e tenne lì il peso, punendomi, finché non mi si addormentarono le dita. Uscii dal cinema con la mano rossa, i boxer zuppi di sperma tiepido che era colato fuori senza che la toccassi, e un sorriso che non riuscivo a cancellare.
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Ma la storia che voglio davvero raccontare è quella di quel pomeriggio d’inverno, in una sala quasi vuota, con una sconosciuta che finì per fare con me esattamente ciò che avevo sempre fantasticato.
Arrivò quando avevano già spento le luci. La vidi entrare come una sagoma, da sola, con una giacca lunga e stivali col tacco che battevano sul pavimento della sala. Si sedette nella fila davanti, una poltrona più in là rispetto alla mia, giusto il necessario perché i suoi sedili fossero a portata delle mie mani e delle mie spalle.
Per i primi minuti non fece niente. Neanche io. È un gioco di pazienza, e chi si affretta lo rovina. Tenni il respiro calmo, lo sguardo sullo schermo, le mani ferme sulle ginocchia, in attesa del primo segnale.
Il segnale arrivò quando si tolse gli stivali.
Sentii lo sfregamento della pelle contro i polpacci, il colpo morbido di uno stivale che cadeva di lato sul pavimento, e poi l’altro. Il cuore mi accelerò. Una donna che si toglie le scarpe al cinema è una donna che sta per stendere le gambe, e stendere le gambe, in quella geometria di poltrone, poteva significare soltanto una cosa.
Sollevò i piedi e li appoggiò sullo schienale della poltrona vuota che aveva davanti. Ma non le bastò. Cercò una posizione più comoda, girò appena il corpo, e allora sentii il primo contatto: la pianta tiepida del suo piede destro che atterrava proprio sulla mia spalla.
Rimasi immobile. Non muoverti. Non respirare forte. Non fare niente che la faccia ripensare. Sotto i pantaloni il cazzo mi si stava già sollevando tutto, arcuato contro la zip, pulsando a ogni colpo di sangue.
Appoggiò anche l’altro piede. Adesso li aveva entrambi sulle mie spalle, uno per lato del collo, come se io fossi lo schienale che stava cercando da sempre. Il collant sottile lasciava passare il calore della sua pelle. Potevo sentire la forma del tacco, la curva del collo del piede, ogni dito contratto nel nylon, tutto il peso delle sue gambe appoggiato su di me. Mi veniva l’acquolina in bocca immaginando di infilarmi uno di quei dita intero in bocca, succhiarlo fino alle nocche, leccarle la pianta, succhiarle il piede come se fosse un cazzo.
E non si mosse.
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Passarono i minuti e il film andò avanti, ma io avevo smesso di guardarlo. Tutta la mia attenzione era concentrata su quei due punti di pressione sulle spalle, sul modo in cui lei ogni tanto aggiustava le dita dei piedi, affondandole un po’ di più, cercando di sistemarsi meglio su quello che evidentemente le risultava un appoggio comodo. Ogni volta che fletteva le dita, il nylon mi sfiorava il collo e una scarica mi scendeva dritta ai coglioni, già tesi, schiacciati contro la coscia, pronti a scaricarmi nei pantaloni senza bisogno di toccarmi.
Decisi di non rischiare nulla. La tentazione di girare la faccia, di sfiorare con la guancia la pianta del suo piede, era enorme. La tentazione di tirar fuori la lingua, trovare l’arco del collo del piede, leccare piano fino al tallone e tornare indietro, succhiarle le dita una per una finché il collant non si fosse inzuppato di saliva, mi faceva tremare. Ma un movimento sbagliato e lei avrebbe ritirato le gambe, si sarebbe accorta della situazione, e il mio gioco desiderato sarebbe finito prima ancora di cominciare. Così resistetti. Mi lasciai usare. Diventai il poggiapiedi silenzioso di cui aveva bisogno e che avevo sempre voluto essere. Con il cazzo che gocciolava, inzuppando i boxer, la macchia che cresceva sui pantaloni scuri che per fortuna nessuno avrebbe visto.
Rimase così per quasi mezz’ora. Trenta minuti in cui fui, a tutti gli effetti, un oggetto al servizio di una sconosciuta che non mi aveva nemmeno guardato in faccia. Trenta minuti in cui provai qualcosa di simile alla pace, quella resa strana di chi finalmente è nel posto in cui vuole stare. Trenta minuti con il cazzo così duro da farmi male e i coglioni stretti come pietre, trattenendomi senza permettermi nemmeno di sistemarmi per non farle capire niente.
Poi, senza preavviso, abbassò i piedi. Dal rumore capii che si stava ricalzando gli stivali. Si alzò e si incamminò verso il corridoio, la sua sagoma che attraversava la luce dello schermo, e sparì dalla porta laterale.
Rimasi spiazzato. Se n’è andata? Le ha dato fastidio qualcosa? Non torna? Il sedile davanti a me tornò vuoto e la sala, all’improvviso, mi sembrò enorme e fredda. Il cazzo cominciò ad ammosciarsi piano piano, deluso, ancora umido dentro i boxer.
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Cinque minuti. È il tempo che mi ci volle per convincermi che se n’era andata per sempre e che il mio pomeriggio era finito. Tornai a fissare il film, cercando di riprendere il filo di una storia che non mi era mai importata.
E poi tornò.
La vidi rientrare tra le ombre, camminando piano, e tornare alla sua poltrona. Si sedette. Ci furono alcuni secondi di quiete assoluta. E poi, senza il minimo dubbio, senza tentennare, senza provare, sollevò le gambe e appoggiò di nuovo i piedi. Ma questa volta non si era tolta le scarpe. Questa volta tenne gli stivali addosso e appoggiò le suole direttamente contro il mio schienale, contro la mia testa, sfiorandomi la nuca con la pelle fredda.
Lì capii. E capii che anche lei aveva capito.
Quel andare e tornare, quel passare dal piede nudo allo stivale indossato, non era casuale. Era uscita, si era resa conto di ciò che stava succedendo, ed era rientrata apposta per rifarlo, questa volta sapendo perfettamente quello che faceva e per chi lo faceva. Il cazzo mi si irrigidì di nuovo all’istante, con quella durezza rabbiosa che ha solo quando sai che anche la donna dall’altra parte è dentro il gioco.
La conferma arrivò subito. Cominciò a muovere i piedi. Non per trovare comodità, ma per giocare. Un colpetto leggero con la punta dello stivale sulla mia testa. Pausa. Un altro colpetto. Una specie di balletto sopra di me, dandosi colpetti ritmici, come chi tamburella le dita su un tavolo.
Stava giocando con me. Mi aveva trasformato nel suo giocattolo e me lo stava dicendo nell’unico modo possibile nel buio di una sala piena di sconosciuti: coi piedi. Ogni volta che mi dava con la punta di cuoio stringevo il culo contro la poltrona, i coglioni mi si contraevano e il cazzo mi sobbalzava contro la stoffa. Un’umiliazione così profonda e così dolce che ero sull’orlo di venire senza essere stato toccato nemmeno una volta.
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Non so quanto durò questa seconda parte. Persi completamente la cognizione del tempo. So solo che ogni colpetto del suo stivale contro la mia testa mi attraversava tutto, che ogni volta che premeva un po’ più forte chiudevo gli occhi e mi lasciavo sprofondare in quell’umiliazione dolce che avevo tanto cercato. Abbassai una mano al rigonfiamento nei pantaloni e strinsi il cazzo sopra la stoffa, solo una volta, per abbassare la pressione. Peggiorò. Una grossa goccia di sperma mi uscì dalla punta e mi inzuppò ancora di più i boxer, tiepida, appiccicosa, colandomi sul glande gonfio fino al frenulo.
Portai lentamente la stessa mano indietro, fino al fianco dello schienale, offrendole senza parole un’altra superficie. Lei se ne accorse. Abbassò un piede e appoggiò la suola dello stivale sul dorso della mia mano, premendo, misurandomi, verificando quanto peso avrei sopportato senza lamentarmi. Non mi lamentai. Strinsi i denti e la lasciai caricare, sentendo il bordo del tacco affondarmi nella pelle, ringraziando in silenzio ogni grammo di quella punizione. Il cazzo mi pulsava così forte contro i pantaloni che lo sentivo battere al ritmo del cuore, gonfio al massimo, il glande zuppo, i coglioni duri come due noci.
Cominciò a ruotare lentamente il piede, facendo perno sulla mia mano, torcendomi le ossa contro il bracciolo della poltrona. Il tacco mi saliva e scendeva sulle nocche, una fitta dopo l’altra. Resistetti a tutto. Aprii ancora di più le dita della mano per offrirle più carne da schiacciare, per farle affondare il tacco fin dove voleva. Sentii come spingeva con più forza, come saggiava la mia resistenza, e come io, senza emettere un suono, le consegnavo ogni centimetro. Il cazzo mi colava dentro i boxer, senza sosta, un filo continuo di sperma denso che mi scendeva lungo la coscia, e io che stringevo le gambe per non gemere.
Mantenne la pressione a lungo e poi allentò. Tornò ad alzare i piedi sullo schienale, all’altezza della mia testa, e riprese quel suo balletto, più lento adesso, quasi affettuoso, se un piede può essere affettuoso attraverso uno stivale. Mi colpì la nuca con la punta, una, due, tre volte, e alla quarta mi piantò un colpo di tacco proprio sulla sommita del cranio che mi costrinse ad abbassare la testa. La abbassai docile, come un cane. Lei me la rialzò appoggiando la suola sulla fronte e spingendo verso l’alto. Capii. Rimasi a fissare lo schermo, offrendo tutta la faccia perché facesse quello che voleva con la punta.
E quello che volle fu trascinarmi lo stivale sulla tempia, sulla guancia, sulla mandibola, molto piano, lasciandomi l’odore di cuoio attaccato alla pelle. Con quella carezza ruvida e sporca venni. Venni lì, senza avermi toccato il cazzo più di quella singola volta, con gli occhi chiusi e i denti stretti, scaricando nei pantaloni un getto lungo e caldo che mi inzuppò i boxer, la coscia, fino ai testicoli. Un orgasmo silenzioso, trattenuto a morsi, con la poltrona che tremava un poco sotto il mio peso e il cuoio del suo stivale appoggiato sulla mia fronte come una firma.
Mi sentii, quel pomeriggio, l’uomo più fortunato del mondo. Per una volta non avevo dovuto provocare nulla, né piazzare la mano nel punto giusto, né aspettare l’incidente fortunato. Per una volta una sconosciuta aveva letto il mio desiderio nel buio e aveva deciso, di sua spontanea volontà, di concedermelo per intero.
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Il film finì. Le luci cominciarono a salire piano e lei abbassò i piedi con una naturalezza sorprendente, come se non fosse successo niente, come se non avesse appena passato mezz’ora a usarmi come poggiapiedi e giocattolo. Si alzò in piedi, si sistemò la giacca e se ne andò lungo il corridoio senza voltarsi.
Non le vidi mai del tutto la faccia. Nella penombra del finale riuscii a cogliere solo un profilo, una ciocca di capelli scuri, la linea di una mandibola. Abbastanza per non dimenticarla. Insufficiente per riconoscerla se la incontrassi domani per strada.
Uscii dal cinema con il dorso della mano segnato, i boxer ridotti a una palude di sperma freddo attaccato alla pelle e una sensazione che mi è durata giorni. Da allora torno ogni fine settimana nella stessa sala, nella stessa fila, nel posto sul corridoio. La maggior parte dei pomeriggi non succede niente. Qualche volta, una suola si appoggia per sbaglio e si ritira con un «scusi».
Ma continuo ad aspettare. Continuo ad andarci ogni domenica con la speranza che qualche sconosciuta si tolga di nuovo le scarpe nel buio, appoggi i piedi sulle mie spalle e decida, ancora una volta, che quel fine settimana io sia il suo mobile preferito. Il suo tappeto, il suo poggiapiedi, il suo giocattolo. La cosa muta che si calpesta, si schiaccia e si inzuppa nel buio senza che nessuno se ne accorga.




