Il mio weekend di sottomissione era per l'uomo sbagliato
Passava i giorni a immaginare quel weekend: ogni ordine, ogni punizione, ogni limite infranto. Ho scritto tutto in un messaggio e ho premuto invio senza pensarci due volte.
Passava i giorni a immaginare quel weekend: ogni ordine, ogni punizione, ogni limite infranto. Ho scritto tutto in un messaggio e ho premuto invio senza pensarci due volte.
Mi spogliai in silenzio, indossai le orecchie e il collare e mi infilai nel suo letto prima che si svegliasse. Gli dovevo troppo per continuare a fingere che volessi solo occuparmi di lui.
Accavallò le gambe lentamente perché lui notasse il pizzo nero sotto l'abito. Quella notte non sarebbe stato lui a comandare, anche se ancora non lo sospettava.
Cinquecento euro per lasciarsi colpire proprio dove faceva più male. Accettò senza pensarci, convinto che tre donne non potessero fargli troppo male. Si sbagliava.
Abbassai i pantaloni macchiati di caffè convinto che fosse il mio grande momento. Non sapevo che proprio allora sarebbe entrata sua sorella maggiore.
La conobbi in un’app di lettura. Capelli neri, alta, intimidatoria. Accettai di essere la sua sottomessa perché non credevo che una donna così mi guardasse due volte.
Mancavano due ore alla videochiamata e il mio corpo già tremava. Non mi sarei toccata neanche una volta; bastava scrivere ciò che dovevo fare su me stessa.
Mi inginocchiai al centro del salone mentre loro decidevano, frase dopo frase, come mi avrebbero trasformata. E io potevo solo desiderare che cominciassero subito.
La vidi leggere sull’ultimo treno del pomeriggio, fragile e indifferente a tutto. Non immaginava che quel «ciao» sarebbe stato il primo di tanti ordini.
Non l’ho mai visto di persona. Mi sono bastate le mie parole, un altare di candele e la certezza che un uomo può inginocchiarsi davanti a qualcuno che non gli restituirà mai il gesto.
Gli concessi trenta giorni per dimostrarmi che serviva a qualcosa. La prima notte non gli permisi di toccarsi: solo accendere una candela, obbedire e attendere la mia punizione.
Ero in pigiama, col caffè a metà e un romanzo bollente tra le mani, quando sentii la sua chiave nella porta e capii che quella mattina non sarebbe finita con la lettura.
Sono uscito dalla palestra senza farmi la doccia, come mi aveva chiesto lui. Quella sera ho scoperto che obbedire a un altro uomo poteva darmi più piacere che comandare.
Chiuse la porta a chiave, riempì il sacchetto del clistere e mi fissò negli occhi. «Non costringermi a mettermi dura con te», disse. E capii che quella notte tutto sarebbe cambiato.
Le offrii di massaggiarle i piedi senza sapere che avrebbe messo il suo proprio dove non osavo chiedere, e che nessuno dei due avrebbe detto una parola.
Ogni mattina mia nonna mi svegliava con una punizione che avevo imparato a supplicare. Quel pomeriggio, la sua vecchia amica arrivò decisa a non limitarsi a guardare.
Per anni gli ho rubato i vestiti sporchi senza che nessuno lo sapesse. La notte in cui mi ha scoperta, invece di odiarmi, ha deciso di usare la mia debolezza come un guinzaglio.
Sapevo che sarebbe venuto strisciando. Quello che lui non sapeva era quanto pensavo di farlo aspettare prima di lasciargli sfiorare persino la punta del mio piede.
La prima volta che un uomo mi chiese di inginocchiarsi per baciarmi le piante, capii che non era un suo capriccio: era un potere che avevo da sempre.