La mutandina usata che le ho comprato a una sconosciuta
Non avevo mai pagato per una cosa così. Ci vedemmo di martedì mattina, lei mi diede la busta in fretta e io non smisi di pensare a ciò che mi aspettava a casa.
Non avevo mai pagato per una cosa così. Ci vedemmo di martedì mattina, lei mi diede la busta in fretta e io non smisi di pensare a ciò che mi aspettava a casa.
Contammo fino a tre e ci togliemmo il costume davanti a tutti. Quello che non sapevo era che lei aveva nascosto una chiave nel suo collare per il resto della giornata.
Credevo che avrei passato un pomeriggio tranquillo nello chalet di Renata. Non immaginavo che avrei finito col trattenere il respiro mentre lei dava ordini a Ximena.
Mi ordinò di spogliarmi e lasciai che le sue mani stringessero ogni cavo contro la mia pelle. Quando cominciai a bagnarmi, capii che non si poteva più tornare indietro.
Lui decideva quando spogliarmi, quando legarmi e davanti a chi. Io dovevo solo obbedire, e scoprii che obbedire mi accendeva più di quanto avessi mai ammesso.
Gli ordinai di restare in ginocchio e non muoversi. Ciò che venne dopo gli insegnò che, con me, obbedire non è un’opzione: è l’unica regola che esiste.
Ho resistito per tutto il pomeriggio pensando all’istante esatto in cui avrei varcato quella porta e lui avrebbe capito, di nuovo, per cosa era lì.
Per anni ho inseguito questo momento in aeroporti e treni, ma non avrei mai immaginato che una sconosciuta mi avrebbe lasciato adorare i suoi piedi nudi in volo.
Sentii i suoi piedi scalzi sulla mia spalla nel buio della sala. Poi una voce mi chiese se mi piaceva come odoravano i suoi calzini, e seppi solo rispondere di sì.
Molte persone mi chiedono da dove venga il mio fetish per i guanti di gomma. Quasi nessuno conosce la risposta. È cominciato un venerdì, nella stanza di mia zia, con la porta chiusa a chiave.
Lavoravo da tre mesi e mi ci aggrappavo come all’oro. Quella mattina, sola con lui prima dell’apertura, scoprii quanto mi piacesse obbedire.
Il receptionist mi consegnò un pacco senza mittente. Dentro c’era un plug di metallo e un biglietto con la sua grafia: «Per il nostro appuntamento, voglio che lo indossi».
Trovai le sue mutandine piegate sull’ultimo gradino, ancora tiepide, e capii che non era una dimenticanza: era un ordine che dovevo obbedire in ginocchio.
La notte in cui lo aspettai con la camicetta aperta, capii che non ero più la stessa: mi ero rifatta per accendere il desiderio di un solo uomo.
Lavoro da anni tra i morti e credevo di aver visto tutto. Finché quell’uomo, disteso sul mio tavolo d’acciaio, non si mosse quando affondai il bisturi nel suo petto.
Il mare mi ha sputato sul ponte di uno yacht senza un solo uomo a bordo. Quando mi sono svegliato la seconda volta, avevo già il loro vestito addosso e non capivo perché mi lasciassi fare.
Fin da bambino i palloncini mi terrorizzavano e mi eccitavano in egual misura. Quel compleanno, chiuso in bagno, scoprii fin dove poteva spingermi quella contraddizione.
Lessi il nome sull’etichetta del cadavere e il cuore mi balzò in gola: era lei, la stessa che mi aveva umiliato per sei anni. E ora era immobile, alla mia mercé.
Quando si inginocchiò sotto la doccia e mi guardò con quel sorriso, capii che non c’era più ritorno: la sua fantasia e la mia stavano per oltrepassare un confine.
Tre anni a piedi nudi, due anelli alle dita e la certezza che a fine giornata lui si inginocchierà a leccare ogni impronta del cammino che lei ha percorso.