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Relatos Ardientes

Confessione di un sottomesso in gabbia durante la cena di sua moglie

Mi chiamo Sebastián e ho trentasei anni. Sono magro, ho i capelli castani corti e gli occhi azzurri che, secondo mia moglie, tradiscono sempre quello che provo. Lo racconto perché è necessario per capire ciò che viene dopo: non ho mai saputo mentire con il viso, e quella sera dovetti tenerlo immobile per ore.

Mariana, mia moglie, ha trentatré anni. I suoi ricci castani le ricadono sulle spalle e si dipinge le labbra di un rosso che sembra scelto apposta per mettermi a disagio. Quando vuole qualcosa, sorride di lato e socchiude gli occhi verdi, e io so già che obbedirò prima ancora che lo chieda.

Viviamo in una casa spaziosa alla periferia, con grandi finestre e pavimenti di legno che quella sera brillavano come se fossero stati lucidati per una cerimonia. In un certo senso, lo erano.

Sotto la camicia abbottonata e i pantaloni eleganti indossavo, come ormai facevo da esattamente tre settimane, una gabbia di castità d’acciaio. Il metallo mi si conficcava nella pelle a ogni passo, una pressione sorda e costante che andava e veniva a ogni battito. Ogni volta che mi chinavo a raccogliere un bicchiere, la gabbia mi mordeva un po’ più forte, e l’anello d’acciaio che mi stringeva alla base dei coglioni mi ricordava che il mio cazzo non era più mio.

Perché mi eccita tutto questo anche quando fa male?, pensavo mentre servivo champagne alle invitate.

Il vestito di Mariana era di un verde smeraldo intenso e le aderiva al corpo come se fosse stato cucito direttamente su di lei. Vita stretta, fianchi larghi, seni alti sopra la scollatura. E tra i seni, appesa a una catenina d’argento, la chiave della mia gabbia. Ogni volta che respirava, la chiave saliva e scendeva insieme a lei. Ogni volta che la vedevo, mi si annodava lo stomaco.

Quella sera aveva invitato le sue tre amiche più intime. Renata, alta e dalle gambe lunghe, indossava un vestito rosso e un sorriso che sembrava conservato apposta per tagliare qualcuno. Clarita, minuta e sempre allegra, era venuta con una gonna corta e una camicetta di seta bianca. Daniela, la più formosa delle tre, portava un vestito nero che le segnava i fianchi e un profumo dolce che rimaneva in ogni stanza attraversata.

Per rendere la serata più elegante, Mariana aveva ingaggiato del personale. Due giovani camerieri in impeccabili uniformi nere: uno alto e biondo, dal sorriso permanente che mi faceva rizzare i peli sulla nuca; l’altro più basso, bruno, con occhi attenti che sembravano registrare ogni cosa. E una cuoca dall’espressione severa, il grembiule bianco e i capelli raccolti, che dirigeva l’isola della cucina come se fosse una sala operatoria.

La cena fu lunga. Zuppa di pesce, filetto con salsa al tartufo, vini che si susseguirono senza che osassi bere troppo. Io mi occupavo di riempire i bicchieri e di non guardare nessuno negli occhi.

«Siediti un po’, tesoro», mi disse Mariana a un certo punto, battendo la mano sul divano componibile blu scuro. «Te lo sei meritato.»

Mi sedetti sul bordo, il più dritto possibile, con la gabbia che mi stringeva ogni volta che cambiavo posizione.

***

Dopo il dessert, le quattro si sistemarono sul divano con i loro bicchieri. La conversazione, come sempre, finì per vertere sull’intimità. Mariana fece tintinnare l’anello contro il bicchiere e lasciò cadere la frase che temevo per tutta la sera.

«Ragazze, dico sul serio: sono completamente viziata. Sebastián è il marito più arrendevole che si possa immaginare. Gli dico di fare qualsiasi cosa, qualunque cosa, e obbedisce all’istante. Senza replicare.»

Le parole mi caddero addosso come cera bollente. Mi sta offrendo di nuovo. Non so cosa succederà, ma so come ragiona.

Renata inarcò un sopracciglio perfettamente depilato.

«Qualunque cosa? È un’affermazione audace.»

«Dimostralo», saltò su Clarita, con gli occhi scintillanti. «Fagli fare qualcosa di scandaloso.»

Daniela si sporse in avanti, lasciando che le onde scure le ricadessero sulla spalla.

«Qualcosa di deliziosamente umiliante. Che si spogli per noi. Qui. Adesso.»

«Sì!» rise Clarita, battendo le mani sul divano. «Voglio vedere se è davvero obbediente come dici.»

«Coraggio, Mariana, mettilo alla prova», insistette Renata.

La risata bassa di mia moglie riempì il salotto. Giocherellava con la chiave tra le dita, lasciando che la catena le urtasse la pelle. Mi cercò con lo sguardo dall’altra estremità del divano, dove ero rimasto in piedi accanto al camino, come se potessi fondermi con la parete.

«Che ne pensi, tesoro? Ti chiedo di spogliarti per le mie amiche?»

Mi si chiuse la gola.

«Mariana, ti prego. Non con tutti qui. I camerieri sono in cucina.»

Renata scoppiò in una breve risata.

«Stai già protestando, Sebastián? Che differenza fa chi c’è?»

«Forza», cantilenò Clarita. «Tua moglie dice che farai qualunque cosa. Dimostralo.»

La voce di Mariana si fece ferma, velluto sull’acciaio.

«Sebastián. Vieni qui.»

Attraversai lentamente il salotto, con il battito che mi martellava nelle orecchie. I camerieri erano rimasti immobili dietro il bancone. La cuoca, con le braccia incrociate sopra il grembiule, guardava senza nascondersi. Il tintinnio dei piatti era cessato del tutto.

«Le mie amiche vogliono una prova della tua obbedienza», disse Mariana, guardando verso le tre come se io non fossi lì. «Quindi ti spoglierai. Camicia, pantaloni, biancheria. Piega con cura ogni capo e lascialo sul tavolino da caffè.»

Sentii la faccia andare a fuoco.

«Mariana, ti prego. Davanti a loro no. È troppo.»

E mentre lo dicevo, lo sentivo: la gabbia che mi stringeva ancora di più, l’anello che si conficcava alla base, il mio cazzo che cercava di gonfiarsi dentro l’acciaio andando a sbattere contro ogni sbarra. La punta mi si schiacciava contro la parte anteriore della gabbia e una goccia di liquido pre-eiaculatorio si faceva strada tra il metallo, scivolandomi sotto i coglioni.

Perché il suo ordine mi fa male in questo modo? Sono terrorizzato, eppure una parte di me vuole obbedire.

Mariana socchiuse gli occhi.

«Ti spogli subito o aggiungo un altro mese alla tua reclusione. Forse due. Immaginati altre quattro o cinque settimane così, col cazzo stretto e senza poter venire. Decidi tu.»

Nel salotto calò il silenzio, interrotto solo dallo scoppiettio del camino. Deglutii e, con le mani tremanti, portai le dita al primo bottone.

Uno dopo l’altro, i bottoni cedettero. Mi tolsi la camicia, la piegai con la precisione che si riserva all’unica cosa ancora sotto controllo e la posai sul tavolino di vetro. La fibbia della cintura suonò fin troppo forte. Mi abbassai i pantaloni, li piegai e li impilai sopra la camicia.

«I calzini li tieni», disse Mariana, con quel mezzo sorriso. «Sai quanto sei ridicolmente adorabile così.»

Inspirai profondamente, senza che servisse a nulla, e mi abbassai le mutande. L’acciaio rimase allo scoperto, col mio cazzo strangolato dentro e i coglioni appesi, violacei, sotto l’anello. I calzini neri eleganti, ancora indosso, strapparono a Clarita una risatina acuta e a Daniela un fischio lento che mi inchiodò al pavimento.

***

In piedi al centro del mio stesso salotto, completamente nudo salvo quei calzini, sentivo l’aria fredda su ogni centimetro di pelle. I capezzoli mi si erano induriti. La gabbia, già tesa, si riempì del tutto e cominciò a imprimere ogni sbarra nella carne gonfia. Un’altra goccia di liquido pre-eiaculatorio si raccolse sulla punta della gabbia e rimase lì appesa, tremando al ritmo del mio respiro.

Clarita fu la prima ad accorgersene e mi indicò col bicchiere.

«Guardate la gabbia. È completamente piena. C’è una goccia appesa alla punta. Gocciola come una cagna in calore.»

Renata si sporse ancora più vicino, senza alcuna vergogna. Allungò un dito, raccolse la goccia dalla punta d’acciaio e se lo portò alla bocca con tutta la calma del mondo.

«Ha implorato di non spogliarsi e, nonostante tutto, è felicissimo. E sa di quello che sa un uomo che non viene da settimane.»

«Il suo corpo urla ciò che la sua bocca non osa dire», concluse Daniela ridendo. Si avvicinò, mi afferrò i coglioni da sotto l’anello e li strinse quanto bastava a farmi piegare le ginocchia. «Guarda come gli sono diventati. Duri come pietre. Questo povero stronzo ha le palle sul punto di esplodere.»

Mariana si alzò e cominciò a girarmi lentamente intorno, i tacchi che scandivano il ritmo sul legno. Il suo profumo mi avvolgeva come un altro braccio. Si fermò dietro di me, aderì alla mia schiena e mi passò un’unghia lungo il solco del culo, molto lentamente, finché tutto il corpo non mi si accapponò.

«Esattamente. Tutte quelle proteste, e un solo ordine lo tiene disperato nella sua piccola prigione. Patetico. E assolutamente perfetto. Guardatelo: non può nemmeno diventare completamente duro. Muore dalla voglia di scopare e non riesce neppure ad avere un’erezione. È la cosa più divertente che si sia mai vista in questo salotto.»

Per i venti minuti successivi rimasi lì, in piedi, mentre la serata continuava come se fossi un altro mobile.

I camerieri sparecchiarono i piatti con un’efficienza che mi faceva male. Riempivano i bicchieri e lasciavano che lo sguardo si soffermasse su di me senza il minimo imbarazzo. Il sorriso del cameriere biondo si allargava ogni volta che mi passava accanto; a un certo punto si fermò a meno di un palmo da me, si afferrò il rigonfiamento dei pantaloni sopra la stoffa e mi fece l’occhiolino. La cuoca osservava tutto dall’isola, con un’espressione molto più distesa da quando aveva servito la cena.

Mariana cominciò ad assegnarmi dei compiti. Porta i tovaglioli. Rimani fermo. Girati, così possono vedere bene il tuo culo. Quando mi voltavo, sentivo le unghie di Renata tracciare un lento cerchio sul mio fianco, scendendo fino a stringermi una natica con tutta la mano. Daniela mi diede un colpetto giocoso sulle palle ingabbiate, che mi fece ansimare per il dolore acuto, e ne approfittò per infilarmi un dito tra le natiche, sfiorandomi appena l’ano prima di ritirarsi ridendo.

«Lì è ancora più stretto della sua gabbia», annunciò alle altre. «Bisognerà sistemare la cosa una di queste sere.»

Le quattro parlavano di viaggi, di un ristorante nuovo, dell’ultima coppia che si era lasciata, lasciandomi cadere di tanto in tanto qualche commento umiliante: «ha ancora i capezzoli duri», «quella gabbia sembra ancora più stretta di prima», «guardate come gli trema la gocciolina». Io ascoltavo come un cane ascolta le conversazioni umane: registrando i toni, aspettando un ordine diretto.

***

A un certo punto la conversazione cambiò ritmo. Clarita sospirò, guardando il soffitto.

«Mariana, sei davvero fortunata. Moglie focosa, libera di fare quello che ti pare mentre lui resta chiuso e obbediente.»

«Dev’essere incredibilmente liberatorio», mormorò Renata. «Niente gelosia, solo piacere. E tutti i cazzi che vuoi infilarti dentro.»

«Allora, chi è il prossimo della tua lista?» chiese Daniela, leccandosi il labbro. «Perché io, da qui, ne vedo un paio di candidati.»

Mariana girò la testa verso il cameriere biondo, che stava impilando i bicchieri vicino a noi. Le spalle gli tendevano l’uniforme, e anche qualcos’altro tendeva i pantaloni.

«A dire il vero, ne ho già adocchiato uno», disse, chiamandolo con un gesto del dito. «Tu. Il biondo. Avvicinati.»

Lui si avvicinò senza smettere di sorridere.

«Sì, signora?»

Mariana gli passò un dito sul petto fino al primo bottone. Abbassò la mano, gli afferrò il rigonfiamento senza chiedere il permesso e lo strinse lentamente, soppesando ciò che c’era dentro.

«Ben dotato. Perfetto. Che ne dici di un po’ di vero divertimento dopo cena?» E guardò oltre la spalla verso il moro e la cuoca, il cui grembiule bianco era già mezzo sbottonato. «Tutti e tre. E tutto il resto che volete provare.»

Il biondo si portò una mano alla cerniera e se la abbassò lì stesso. Il suo cazzo balzò fuori dai pantaloni, grosso, già mezzo duro, col glande grande e arrossato. Mariana lo guardò con pura fame e lanciò un’occhiata a me, per assicurarsi che lo stessi guardando anch’io.

«Vedi questo, tesoro? Questo sì che è un cazzo. Il tuo non lo vedrai né lo toccherai finché non lo dirò io.»

Il salotto cambiò in un secondo. Cerniere che scendevano, stoffe tese, qualche risata che si trasformò in ansimito prima ancora di toccare il pavimento. Clarita si strappò la camicetta da sopra la testa e i suoi piccoli seni rimasero scoperti, coi capezzoli già tesi come punte. Renata si tirò fuori i seni dalla scollatura senza abbassarsi il vestito, stringendoli con entrambe le mani.

Il biondo spinse Mariana all’indietro contro il divano. Le sollevò il vestito fino alla vita, le tirò via la biancheria con uno strattone che strappò il pizzo e le spalancò le gambe con entrambe le mani. Prima le passò la lingua, una leccata lunga e oscena dalla fica al clitoride, e quando lei inarcò la schiena le affondò due dita fino alle nocche, tirandole fuori lucide.

«È fradicia, signora», disse ridendo contro la sua coscia. «Tutta bagnata a forza di guardare il marito in gabbia.»

«Mettimelo dentro subito», ansimò Mariana, afferrandolo per i capelli. «Basta coi giochi e scopami.»

Lui si raddrizzò, si afferrò il cazzo alla base e glielo spinse dentro con una sola spinta che le strappò un grido. Mariana gli conficcò le unghie nella schiena, inarcò la vita e gli chiese di andare più forte.

«Scopami più forte», ansimò, guardandomi da sotto di lui. «Mettimelo fino in fondo. Dai un bello spettacolo a mio marito. Fagli vedere come un uomo vero scopa sua moglie.»

I suoi seni erano sfuggiti dal vestito strappato. Il biondo li palpava senza riguardi, succhiandole i capezzoli con boccate affamate mentre la colpiva a un ritmo che faceva risuonare la pelle del divano e le palle contro il suo culo. Vedevo il suo cazzo entrare e uscire lucido dalla fica di mia moglie, con la carne rosa che gli aderiva all’asta ogni volta che si ritirava. L’odore del sesso cominciò a riempire il salotto: fica bagnata, sudore, sperma imminente.

Mariana raggiunse per prima l’orgasmo, con le gambe strette intorno alla vita del biondo e un grido roco che mi bruciò le orecchie. Lui non si fermò. La girò, la mise a quattro zampe sul divano, le afferrò i ricci come fossero briglie e glielo infilò di nuovo da dietro. I colpi secchi, pelle contro pelle, scandivano il battito della stanza.

Clarita salì a cavalcioni sul cameriere moro, sul tappeto. Gli aveva tirato giù i pantaloni con uno strattone e il cazzo del moro, più corto ma molto grosso, la aspettava duro contro il ventre. Clarita lo afferrò, si guidò da sola e si abbassò di colpo fino a seppellirselo tutto dentro. Lo cavalcò a occhi chiusi, aggrappata allo schienale, rimbalzandogli addosso, coi piccoli seni che le sobbalzavano sul viso. Il moro le leccò i capezzoli uno dopo l’altro, glieli mordicchiò e le strinse il culo con entrambe le mani per dettarle il ritmo, finché non la girò e la mise a quattro zampe. La piccola Clarita urlò con la faccia affondata nel tappeto mentre il moro la teneva per i fianchi e la penetrava da dietro, un colpo secco dopo l’altro, sputandole nel solco del culo e usando quella saliva per infilarle contemporaneamente un pollice nell’ano. Clarita strillò e venne quasi all’istante, bagnandogli le cosce.

Renata e Daniela si avvinghiarono alla cuoca. Lei si tolse il grembiule bianco, rivelando braccia solide, grandi seni dai capezzoli scuri e un’imbracatura nera allacciata alla vita, con un dildo grosso e venoso montato sopra, pronto all’uso. Da dove è saltato fuori quello?, riuscii a pensare prima che la domanda mi sembrasse ridicola. La cuoca si sputò sulla mano, lubrificò l’imbracatura con la propria saliva, piegò Renata sul bracciolo del divano, le strappò il perizoma e le affondò dentro il dildo da dietro, con una mano sulla nuca e l’altra che le tirava i capelli. Renata emise un gemito gutturale, spinse il culo contro l’imbracatura e le chiese di andare più forte.

«Più dentro, più dentro, cazzo», ansimava. «Spaccami.»

Daniela si inginocchiò davanti a Renata, si sollevò il vestito nero fino alla vita, spalancò le gambe e le avvicinò la fica alla bocca. Renata le afferrò le cosce, affondò la lingua tra le grandi labbra e cominciò a leccarle il clitoride con leccate lunghe e golose, mentre la cuoca continuava a trivellarla da dietro. Ogni spinta dell’imbracatura le premeva il viso contro la fica di Daniela, e Daniela le spingeva la nuca perché non si fermasse. Le tre cominciarono a tremare insieme, in una catena che terminò con Daniela che venne sulla bocca di Renata, Renata che venne sull’imbracatura e la cuoca che si morse il labbro con uno spasmo prolungato mentre la base dell’imbracatura le premeva il clitoride.

***

A me, appena richiuso di nuovo —Mariana aveva usato la chiave per qualche secondo per pulirmi prima di restituirmi alla mia prigione, passandomi addosso con disprezzo un asciugamano umido, senza permettermi nemmeno un movimento—, ordinarono di inginocchiarmi nell’angolo.

«Lì, animaletto», ansimò Mariana senza staccarsi dal biondo, che ora la scopava di nuovo sdraiata di lato sul divano. «Guarda e impara. E toccati pure la gabbia, se vuoi, per vedere se ti serve a qualcosa.»

L’umiliazione mi bruciava come brace. E allo stesso tempo non riuscivo a distogliere lo sguardo. Il viso di mia moglie disfatto dal piacere; il sudore sulla fronte e tra i seni; il cameriere biondo che la penetrava senza sosta, col cazzo lucido che entrava e usciva dalla sua fica spalancata; i gemiti di Clarita che veniva di nuovo sul moro, che ora la teneva seduta di schiena sulle sue ginocchia, con le gambe divaricate e i seni che sobbalzavano mentre lui le apriva la fica con due dita affinché tutti vedessero come il suo cazzo la spaccava; le urla di Renata che si mescolavano a quelle di Daniela mentre la cuoca passava dall’una all’altra come chi apparecchia una tavola. Stringevo l’acciaio col palmo aperto, sentendo il mio cazzo cercare di gonfiarsi contro le sbarre, ogni tentativo trasformarsi in una fitta, il liquido pre-eiaculatorio continuare a colarmi, ormai in un filo ininterrotto, sulle piastrelle.

Il biondo si staccò da Mariana col cazzo lucido, inzuppato della fica di mia moglie, e si avvicinò al divano accanto. Infilò il cazzo fino in fondo nella bocca di Renata, tenendola per la nuca, e Renata lo succhiò obbediente, col muco e la saliva che le colavano dal mento, mentre il moro lasciava Clarita e prendeva il posto del biondo tra le gambe di mia moglie. Mariana lo accolse con un gemito lungo e gli avvolse le gambe intorno ai fianchi.

«Ah, sì, continua tu, continua», ansimò. «Tutti e due, uno dopo l’altro, voglio provarvi entrambi di seguito.»

Poi si scambiarono di nuovo. La cuoca si tolse l’imbracatura e la passò a Daniela, che se la allacciò con dita agili, mise Clarita supina sul tappeto, le sollevò le gambe appoggiandosele sulle spalle e le infilò il dildo fino all’impugnatura. Clarita strillò, afferrandosi i seni, e venne di nuovo dopo pochi minuti. Nel frattempo la cuoca si era seduta sulla faccia del cameriere moro e si muoveva lentamente sulla sua bocca, impartendogli brevi ordini.

Ognuno venne dove voleva. Il biondo venne dentro Renata con un lungo ringhio, riempiendola completamente prima di estrarlo e lasciarle cadere un ultimo schizzo sui seni. Il moro venne dentro mia moglie, con le mani conficcate nei suoi fianchi, e rimase dentro a lungo perché non ne uscisse nemmeno una goccia. La cuoca, senza fretta, fece venire a turno le due compagne di divano, prima con le dita, poi con la lingua, poi di nuovo con l’imbracatura quando Daniela gliela restituì.

Quando tutto cominciò a rallentare, quando l’aria era ormai appesantita da un odore denso di sudore, sperma e fica, Mariana mi cercò con lo sguardo annebbiato.

«Vieni qui, tesoro. È ora di pulire.»

Mi trascinai in avanti con le ginocchia doloranti. Mariana mi guidò prima da Clarita, sdraiata scomposta sul tappeto, ancora col respiro spezzato, con la fica aperta e lo sperma del moro che le gocciolava, mescolato al suo, lungo l’interno delle cosce.

«Offri la lingua alla mia amica. Sii un bravo strumento per pulire. Non lasciarti sfuggire nemmeno una goccia.»

«Sì, sì!» rise Clarita, aprendosi ancora di più con le dita, mostrandomi l’interno rosato e pieno. «Ogni goccia, Sebastián. E usa bene la lingua lì dentro.»

Affondai il viso tra le sue cosce. Il sapore era travolgente, salato e denso, mescolato alla sua stessa umidità e allo sperma caldo del cameriere. Passai tutta la lingua sul suo solco, dal basso verso l’alto, e inghiottii il primo boccone. Clarita gemette, mi afferrò i capelli e mi premette il viso contro di sé, costringendomi a spingere la lingua più a fondo, a succhiarle il clitoride gonfio, a sorseggiare ogni residuo. Inghiottivo obbediente mentre tutte e quattro mi incitavano come se fossimo a una festa di compleanno.

Questo è toccare il fondo. Eppure lo sto facendo.

Quando ebbi finito con Clarita, Mariana mi portò da Renata, che si aprì le gambe sul bracciolo del divano e mi offrì la fica, con lo sperma del biondo che ancora le gocciolava. Le pulii ogni piega, le leccai le labbra una per una, infilai la lingua nell’ingresso per tirare fuori tutto quello che lui le aveva lasciato dentro. Renata venne ancora una volta contro la mia bocca, stringendomi la testa tra le cosce fin quasi a impedirmi di respirare.

«Bravo ragazzo», mormorò, dandomi una pacca sulla guancia quando mi lasciò andare. «Sei più bravo in questo che in quasi tutto il resto.»

Poi Mariana mi allontanò e mi portò da lei. Il suo odore era più forte, più familiare. Si sedette sul bordo del divano, spalancò le gambe e mi indicò il pavimento col dito.

«Adesso tocca a me. Pulisci tua moglie come si deve. Tutti e due sono venuti dentro di me. Li voglio fuori, nella tua bocca, e devi inghiottirli tutti.»

Affondai la lingua dove mi aveva indicato. Tirai fuori ciò che il biondo e il moro avevano lasciato, denso e caldo, sentendolo scivolare sulla lingua e in gola mentre lei mi accarezzava i capelli con dita possessive. Le leccai le grandi labbra, le aprii le piccole labbra con la punta della lingua, succhiai l’ingresso finché sentii l’interno contrarsi e riversarmi addosso un’altra ondata tiepida. Passai la lingua piatta sul clitoride gonfio e lei gemette, inarcò i fianchi e mi spinse il viso contro di sé.

«Bravo ragazzo. Inghiottisci tutto. Questo è il tuo posto. Sotto. In ginocchio. Con la bocca nella mia fica mentre altri uomini mi riempiono.»

Venne ancora una volta sulla mia lingua, stringendomi la testa tra le cosce, mordendosi il labbro e guardando verso le sue amiche come se stesse mostrando anche a loro me. La gabbia, tra le mie gambe, mi colpiva con un dolore puro ogni volta che il mio corpo cercava di reagire.

***

La festa andò avanti fino a notte fonda. Altre posizioni, altri turni, altri compiti per la mia lingua. Il biondo si riprese e scopò anche la cuoca, che gli chiese di venirle in bocca e di farle una foto da mostrare al marito il giorno dopo. Daniela finì a quattro zampe sul tappeto col moro dietro di lei e Clarita sotto, seduta sotto il suo corpo, che le succhiava il clitoride mentre il moro la penetrava nel culo con una lentezza brutale. Renata indossò di nuovo l’imbracatura e si alternò con Mariana per scopare Daniela finché Daniela non chiese tregua.

E io, nel mezzo, andavo avanti e indietro. Lecca qui. Pulisci questo. Mettiti in ginocchio. Apri la bocca. Inghiotti. A un certo punto mi obbligarono a baciare i piedi del cameriere biondo, ancora macchiati di sudore e di tutto il resto, mentre lui rideva e mi sussurrava all’orecchio cose che preferisco non ripetere. Un’altra volta mi fecero sdraiare sulla schiena e usarono la mia lingua come un sedile, prima Daniela, poi la cuoca, lasciandomi appena respirare tra l’una e l’altra, tappandomi il naso con la fica stessa mentre pretendevano che muovessi la lingua più velocemente.

Quando finalmente si separarono, esausti, la chiave era ancora appesa tra i seni di Mariana, oscillando a ogni suo respiro. Io ero ancora inginocchiato sul tappeto, rinchiuso, con le ginocchia segnate, la mascella dolorante, il viso appiccicoso e un sapore di sperma e di fica altrui che avrebbe tardato giorni ad andarsene.

Mariana mi guardò dal divano, spettinata e soddisfatta, col sorriso stanco di chi ha trascorso la notte che desiderava. Si passò due dita sulla fica, ancora lucida, e me le porse. Gliele succhiai senza che dovesse chiedermelo.

«Stai bene, tesoro?»

Annuii perché era l’unica cosa che sapevo fare. E mentre annuivo, mentre il corpo mi doleva e la gabbia continuava a stringere, mi resi conto che sì, stavo bene. Questa è la parte che è difficile confessare.

Come sono finito qui? E perché non voglio che tutto questo finisca mai?

Questo è ciò che non ho mai raccontato a nessuno. Questa è la mia vita e, finora, non ho trovato il modo di cambiarla. E non sono nemmeno sicuro di volerlo fare.

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