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Relatos Ardientes

Il segreto che portai alla mia prima ecografia

Lo scrivo perché ho bisogno di tirarlo fuori da qualche parte, e questo è l’unico luogo in cui posso raccontarlo senza che nessuno sappia chi sono. Mi chiamo Lucía, anche se non importa. Quello che conta è ciò che accadde la mattina in cui andai a fare la mia prima ecografia, e tutto ciò che quella mattina nascondeva sotto la superficie.

Entrai nello studio del dottor Reinoso tenendo Idrissa per mano, e giuro che l’intera sala d’attesa ammutolì. Lo percepii nell’aria, in quel modo in cui la gente smette di parlare e finge di guardare il cellulare. Le donne lo osservavano di sbieco, con un misto di curiosità e qualcos’altro che non volevano ammettere. I loro mariti, invece, abbassavano la testa, come se all’improvviso fosse stato ricordato loro qualcosa che preferivano dimenticare.

Idrissa era alto più di due metri. Nato in Camerun, cresciuto tra il calcio di strada e il duro lavoro, aveva quella presenza che non ha bisogno di dire nulla per occupare un’intera stanza. Indossava il cappotto di panno che gli avevo regalato a Natale e un profumo costoso che gli avevo comprato io stessa, perché mi piaceva che odorasse di qualcosa che avevo scelto io. Camminava rilassato, tranquillo, con quella calma da uomo soddisfatto.

Eccome se era soddisfatto.

Quella stessa mattina, prima di uscire di casa, mi aveva scopata contro la parete della camera da letto senza troppi convenevoli. Stavo finendo di vestirmi per l’appuntamento quando lo vidi uscire dalla doccia, nudo, con quel suo cazzo enorme che gli pendeva tra le gambe, ancora mezzo duro per il risveglio. Mi guardò dalla testa ai piedi con la gonna sollevata a metà e non ci fu bisogno di parlare. Mi strappò le mutandine con uno strattone, mi girò contro la parete e mi infilò due dita grosse per controllare se fossi già bagnata. Lo ero. Con lui lo sono sempre.

—Apri le gambe, mami —mi sussurrò all’orecchio.

Le aprii. Mi piantò il cazzo dentro con una sola spinta, fino in fondo, e dovetti mordermi il braccio per non urlare ai vicini che il loro marito nero mi stava devastando la fica. Mi scopò veloce, senza pietà, con quella mano gigantesca che mi schiacciava il collo contro la parete mentre l’altra mi stringeva una tetta sotto il reggiseno. Mi sussurrava in francese cose che non capivo e che mi facevano eccitare ancora di più. Venne dentro di me, come sempre, con quella sua eiaculazione lunga e densa che sentivo risalire fino alla bocca dello stomaco. Io venni un secondo dopo, stringendogli il cazzo con tutte le mie forze, sentendo come mi riempiva completamente.

Per questo lui era sereno, quasi addormentato dentro, mentre io sentivo ancora lo sperma tiepido scivolarmi lungo l’interno della coscia mentre andavamo allo studio. Ci sedemmo insieme nella fila di sedie e appoggiai la testa sulla sua spalla. La sua mano enorme mi copriva tutto il ginocchio.

—Sei nervosa? —mi chiese a bassa voce.

—Un po’ —mentii.

Non ero nervosa per l’ecografia. Ero nervosa per un’altra cosa, per un conto che continuavo a fare nella mia testa e che nessun altro al mondo conosceva.

***

Il mio appuntamento era alle undici. Arrivammo quasi un’ora prima perché Idrissa è uno di quelli che preferiscono aspettare piuttosto che arrivare in ritardo, e a me quel tempo faceva comodo per calmarmi. Il dottor Reinoso aveva fama di essere il miglior ginecologo di Granada, e io, per qualcosa di tanto importante, non mi accontentavo di meno. Se dovevo mettere al mondo una creatura, volevo che a prendersene cura fossero le mani migliori.

Mentre aspettavamo, ripassai ancora una volta la storia che mi ero raccontata per settimane. La versione pulita. Quella che stava tutta in una frase: una coppia felice in attesa del primo figlio. Quella era la cartolina. E come ogni cartolina, nascondeva sul retro un mucchio di cose che non si vedono.

Quello che non si vedeva era che in casa, oltre a Idrissa, vivevano anche i suoi due fratelli. Erano arrivati dal Camerun un paio d’anni prima, inizialmente di passaggio, poi rimasti finché non avessero trovato qualcosa di stabile. Moussa e Samba. Uno lavorava in un cantiere dall’altra parte del fiume; l’altro studiava di notte e dormiva di giorno. In tre avevano trasformato il nostro appartamento in una specie di campo rumoroso, pieno di risate e musica a orari impossibili.

Idrissa lavorava per lunghi turni in magazzino. Usciva quando era ancora notte e tornava quando era già calata di nuovo la sera. E io rimanevo a casa con i suoi fratelli, due uomini giovani, forti, annoiati e sempre nei paraggi. Due uomini che gironzolavano per il corridoio in mutande, con quei rigonfiamenti tra le gambe che era impossibile non guardare di sottecchi.

Non fingerò che sia stato un incidente. Non lo fu.

***

Cominciò con Moussa, il maggiore dei due. Un pomeriggio d’agosto in cui il caldo pesava così tanto che nessuno aveva voglia di muoversi. Stavo stendendo i panni sulla terrazza e lui venne ad aiutarmi senza che glielo chiedessi. Le nostre mani si incrociarono sulla stessa lenzuola e, invece di allontanarsi, la sua rimase sulla mia. Ci guardammo. Nessuno dei due disse niente. Non ce n’era bisogno.

Quello stesso pomeriggio, con Idrissa ancora al magazzino e Samba addormentato dall’altra parte del corridoio, Moussa mi portò nella camera che dividevano e mi dimostrò che la somiglianza con suo fratello non era solo nel viso. Mi stese sul letto matrimoniale in cui dormivano entrambi e cominciò a spogliarmi senza fretta, baciandomi il collo, la clavicola, i capezzoli sopra il reggiseno. Quando mi tolse le mutandine, rimase a guardare la fica come se non ne avesse mai vista una, poi abbassò il viso e cominciò a leccarmela con una fame che Idrissa non aveva mai avuto. Mi passava la lingua sulle labbra, la infilava dentro, mi succhiava il clitoride stringendolo tra i denti con una delicatezza che mi faceva tremare tutta. Gli afferrai la testa con entrambe le mani e cavalcai il suo viso senza alcun pudore, strusciandomi contro la sua bocca finché venni sulla sua lingua, soffocando le urla nel cuscino.

—Adesso dammi il cazzo —gli chiesi con la voce spezzata.

Si abbassò i pantaloni e me lo mostrò. Era quasi grande quanto quello di Idrissa, un po’ più sottile, durissimo, con quella grossa vena che gli correva sotto. Me lo mise in mano e io glielo succhiai in ginocchio sul bordo del letto, facendomelo entrare fino a strozzarmi, sputando saliva sui coglioni perché brillassero. Gli piacque da morire. Rimase a guardarmi tenendomi i capelli, ansimando in un francese basso e osceno, finché mi tirò via di colpo perché diceva che stava per venire e non voleva ancora farlo.

Mi gettò sul letto, mi aprì le gambe e me lo infilò di colpo. Lo sentii arrivare fino a un punto a cui arrivava anche Idrissa, ma quel giorno ci arrivava un altro. All’inizio mi scopò lentamente, sostenendo il mio sguardo, poi accelerò, coprendomi la bocca con la mano perché Samba non sentisse nulla dall’altra parte del corridoio. Venne dentro senza chiedere, e sentii il suo cazzo pulsare mentre scaricava fiotti di sperma in fondo alla mia fica. Quando lo tirò fuori, un filo bianco cadde sulle lenzuola del suo letto.

—Questo non è successo —gli dissi, abbottonandomi la camicetta.

—Questo non è successo —ripeté lui, baciandomi la spalla in un modo che diceva esattamente il contrario.

Con Samba ci misi un po’ di più, ma non molto. Mi guardava da settimane e io lo sapevo. Una sera in cui Idrissa era libero ed era andato a vedere la partita al bar con degli amici, Samba e io rimanemmo soli in salotto con una bottiglia di vino che avevamo aperto «per non buttarla». Non servì altro. Era più silenzioso del fratello, più premuroso, di quelli che ti guardano sempre negli occhi.

Mi baciò sul divano con una calma che mi fece accapponare la pelle. Mi sollevò la gonna fino alla vita, mi spostò di lato le mutandine con due dita e cominciò ad accarezzarmi la fica fissandomi, guardando come mi scioglievo. Mi infilò un dito, poi due, poi tre, muovendoli dentro con un ritmo lento e profondo che mi faceva gemere piano contro la sua spalla. Quando ero ormai fradicia, si tirò fuori il cazzo e me lo mise in mano. Era più grosso di quello dei suoi fratelli, la cappella lucida e rossa, un pezzo di carne pesante che quasi non riuscivo a stringere con la mano.

—Cavalcami —mi chiese a bassa voce.

Gli salii sopra. Me lo infilai lentamente, centimetro dopo centimetro, sentendo come mi apriva, come si sistemava dentro di me. Quando fu tutto dentro, rimasi immobile per un secondo, con la testa rovesciata all’indietro, sentendo che un altro mi aveva riempita di nuovo. Poi cominciai a muovermi. Gli cavalcai il cazzo su quel divano con le tette fuori dal reggiseno, mentre lui me le succhiava e mi stringeva le natiche con entrambe le mani, spingendomi contro il bacino. Venni due volte sopra di lui prima che mi girasse, mi mettesse a quattro zampe contro il bracciolo e mi scopasse da dietro, sussurrandomi quanto ero bagnata, quanto ero stretta, quanto era puttana la donna di suo fratello. Venne anche lui dentro di me, con quelle spinte lunghe e profonde che lasciano il segno alla fine. Quando uscì, un filo caldo mi scivolò lungo l’interno delle cosce.

E da quella notte furono entrambi.

***

So come suona. Lo so perfettamente. Ma voglio raccontarlo tutto, senza abbellimenti, perché è per questo che scrivo e non lo racconto a un’amica.

Mi abituai a loro. A tutti e tre. Mi abituai a una vita in cui Idrissa era il mio compagno, l’uomo con cui dormivo ogni notte, quello che mi faceva ridere a cena e mi abbracciava da dietro mentre cucinavo. E i suoi fratelli erano l’altra cosa. Il segreto che riempiva le ore in cui lui non c’era, il desiderio che non finiva mai, mani diverse e la stessa pelle.

Mi abituai a scopare tre volte al giorno senza che si notasse. Con Idrissa al mattino e alla sera. Con Moussa a metà mattina, quando tornava a prendere qualcosa che aveva dimenticato, mi stendeva sul divano e mi leccava la fica fino a farmi venire prima di infilarmelo in piedi contro il tavolo della cucina. Con Samba nel pomeriggio, quando si alzava per studiare e io entravo nella sua stanza con una scusa qualsiasi, finendo in ginocchio ai piedi del letto con il suo cazzo in bocca, ingoiandolo fino all’ultima goccia.

Lo facevo senza protezione con tutti e tre. Con Idrissa perché volevamo un figlio. Con i suoi fratelli perché, nel calore del momento, nessuno pensava a quella cosa e, se devo essere sincera, una parte di me non voleva nemmeno pensarci. Mi piaceva quell’imprudenza. Mi piaceva il rischio di non sapere. Mi piaceva trascorrere la giornata con le mutandine fradice dello sperma dell’ultimo, sapendo che di lì a poco sarebbe arrivato il successivo. Mi piaceva guardarmi allo specchio del bagno con le gambe aperte e vedere quel rivolo bianco scivolare, senza sapere più di chi fosse.

E ora ero incinta di otto settimane.

***

—Signora Vega —chiamò l’infermiera, e mi alzai di scatto.

Idrissa entrò con me, abbassando la testa per passare sotto lo stipite. Il dottor Reinoso ci salutò con un sorriso professionale e, per un secondo, lo vidi guardare anche Idrissa dalla testa ai piedi, proprio come tutti gli altri. Poi si concentrò su di me, sulla cartella, sulle solite domande. Ultimo ciclo, precedenti, se avessi avuto nausea. Risposi a tutto con voce ferma. Erano settimane che mi esercitavo a parlare con quella fermezza.

—Faremo un’ecografia vaginale —disse—. È normale a queste settimane. Si sdrai e si rilassi.

Mi sdraiai. Sollevai la gonna, mi tolsi le mutandine davanti al medico e allargai le gambe sul lettino. Idrissa rimase al mio fianco, stringendomi la mano con quella sua enorme delicatezza, come se avesse paura di rompermi. Il medico preparò lo strumento, un lungo tubo coperto da un preservativo e dal lubrificante. E io, guardando il soffitto, pensai a tutto ciò che quell’uomo dal camice bianco non poteva vedere. Ai pomeriggi d’agosto. Al vino. Alle mani incrociate su una lenzuola. Ai tre cazzi neri che ogni giorno si alternavano tra le mie gambe.

La sonda entrò senza difficoltà. Senza il minimo fastidio. Chiusi gli occhi per un istante e dentro di me mi venne quasi da ridere, una risata amara, perché sapevo perché entrava con tanta facilità. Sapevo da dove veniva quella larghezza. Di certo non da Idrissa. Veniva da tre cazzi grossi che mi entravano a turno, mattina, pomeriggio e sera, settimana dopo settimana. Una fica così non si richiude certo per una sondina.

—Eccolo —disse il dottore.

Aprii gli occhi. Sullo schermo, una macchiolina pallida pulsava. Pulsava veloce, ostinata, viva. Mio figlio. Un punto luminoso che non smetteva di battere, deciso a crescere, ad arrivare, a esistere contro ogni cosa.

—Il cuore è forte —aggiunse—. L’embrione è perfetto, di ottime dimensioni per le settimane di gestazione. Congratulazioni a entrambi.

Idrissa mi strinse la mano e mi accorsi che gli si stavano inumidendo gli occhi. Quell’uomo enorme, capace di trasportare sacchi per tutta la notte, piangeva in silenzio guardando una macchiolina su uno schermo. E io, vedendolo piangere, provai qualcosa che non mi aspettavo. Una tenerezza che mi strinse la gola.

Vuole crescere come suo padre, pensai. Vuole vivere.

***

Uscimmo dallo studio e il sole del mattino ci colpì in pieno viso. Idrissa non lasciava la stampa dell’ecografia. La guardava ogni due passi, come se temesse che l’immagine potesse cancellarsi.

—Sarò padre —ripeteva, più a se stesso che a me—. Sarò padre, Lucía.

—Sarai il migliore —gli dissi. E lo pensavo davvero.

Perché questa è l’altra parte della confessione, quella che faccio più fatica a mettere per iscritto. Io so benissimo chi sarà il padre di questa creatura. Sarà Idrissa. L’uomo che mi abbraccia la notte, quello che piange davanti a uno schermo, quello che sta già pensando ai nomi e alle culle. Non mi importa di chi sia il sangue. Il sangue, in fin dei conti, è lo stesso in quella casa. Fratelli della stessa madre, cresciuti nello stesso quartiere, con lo stesso gesto quando ridono. Chiunque sia, sarà di tutti e tre contemporaneamente senza che lo sappiano. E sarà di Idrissa per tutto ciò che conta.

Questo mi tranquillizza. Scritto così suona orribile, lo so, ma mi tranquillizza.

***

Facemmo colazione in un bar vicino allo studio, churros e caffè, con l’ecografia appoggiata contro lo zuccheriera per non perderla di vista. Idrissa parlava senza fermarsi, faceva progetti, calcolava i mesi, diceva che avrebbe chiesto più turni per mettere da parte qualcosa. Io lo ascoltavo e annuivo e gli rubavo un pezzo di churro, e mi sentivo, per una volta, completamente in pace. In pace con lo sperma di mio marito ancora dentro di me, con il ricordo di quello dei suoi fratelli della notte prima che si mescolava al suo, con la certezza che quel battito sullo schermo veniva da quel miscuglio che da settimane si ripeteva senza sosta.

Quando tornammo a casa, Moussa e Samba erano in salotto. Vedendoci entrare con quelle facce, capirono subito. Ci furono abbracci, pacche sulle spalle, la loro solita gioia rumorosa. Idrissa mostrò loro la foto e tutti e tre si chinarono su di essa, tre teste quasi identiche accostate a quella carta termica, indicando il battito.

E io li guardai dalla porta, con il cappotto ancora addosso, osservando quei tre uomini festeggiare un figlio che avrebbero cresciuto tutti insieme senza nemmeno immaginare quanto fossero vicini alla verità. Moussa alzò gli occhi per un secondo e i nostri sguardi si incrociarono sopra la foto. Sorrise. Un sorriso d’intesa che nessun altro seppe leggere. Senza abbassare lo sguardo, si passò lentamente la lingua sulle labbra, come per ricordarmi che sapore avevo.

Quel pomeriggio, mentre Idrissa dormiva, sfinito dall’emozione e dal turno che lo aspettava, Moussa mi cercò in cucina. Mi abbracciò da dietro, con delicatezza, e posò una mano aperta sul mio ventre ancora piatto. Con l’altra mi sollevò la gonna da dietro e si infilò tra le mie cosce, trovandomi già bagnata, come sempre.

—Ci prenderemo cura di lui —mormorò contro il mio collo, mentre mi infilava due dita e cominciava a muoverle lentamente.

Non seppi se con «lui» intendesse il bambino o il segreto. Forse entrambi. Si premette contro la mia schiena e sentii il cazzo duro spingere sopra i vestiti. Senza dire nulla, mi chinai sul piano della cucina, appoggiando le mani sul marmo freddo. Mi abbassò le mutandine fino alle ginocchia e me lo infilò molto lentamente, poi posò entrambe le mani sul mio ventre liscio mentre mi scopava con spinte lente e profonde, quasi tenere, rispettando qualcosa che nessuno dei due sapeva nominare.

—Sarai bellissima —mi sussurrò all’orecchio—. Quando si vedrà. Quando sarai grassa. Ti scoperemo lo stesso.

Venni sul piano della cucina mordendomi il labbro per non svegliare Idrissa. Lui venne un secondo dopo, affondando il cazzo fino in fondo e scaricandomi dentro con quella nuova calma da zio del bambino. Quando uscì, mi tirò su lui stesso le mutandine, con attenzione, intrappolando lo sperma dentro. Mi baciò sulla nuca e si sedette a tavola come se nulla fosse, a sbucciare un frutto.

Chiusi gli occhi e mi lasciai sostenere dal piano della cucina, sapendo che non si sarebbe fermato, che con tre uomini così sotto lo stesso tetto la mia vita avrebbe continuato a essere esattamente questa miscela impossibile di calma e fuoco.

E che, qualunque cosa accadesse, sarebbe rimasto tutto in famiglia.

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