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Relatos Ardientes

La massaggiatrice che mi insegnò a non fermarmi

È successo ormai qualche anno fa, e ci sono ancora notti in cui il ricordo mi torna addosso per intero, come se lo stessi vivendo di nuovo. Tutto cominciò con qualcosa di così comune come un massaggio, un appuntamento che avevo fissato io stesso per sciogliere la schiena dopo mesi passato curvo su una scrivania. Nulla, in quell’agenda, annunciava che quell’ora avrebbe diviso la mia vita in un prima e un dopo.

L’avevo conosciuta su consiglio di un collega d’ufficio. Riceveva a casa sua, in un quartiere tranquillo alla periferia, in una stanza che odorava di eucalipto e lenzuola pulite. La chiamerò Renata, anche se non era il suo vero nome. Preferisco proteggerla, ancora oggi, persino in una confessione che nessun altro leggerà pensando al suo volto.

Renata era una donna matura, poco più che quarantenne, con un’eleganza che il tempo non aveva consumato, ma affinato. Aveva il fisico esile e sodo di chi cura il proprio corpo con disciplina, senza ostentazione, con curve discrete e ben delineate. Indossava sempre una tunica bianca, impeccabile, aderente quanto bastava per suggerire senza mostrare. Portava i capelli raccolti in uno chignon tirato che le lasciava scoperta la nuca, e quella nuca slanciata, quella linea netta dall’orecchio alla spalla, era la prima cosa che cercavo con lo sguardo ogni volta che aprivo la porta.

Ciò che più mi disarmava di lei, però, non era il corpo. Era il viso. Aveva un’espressione seria, quasi severa, che contrastava nettamente con l’aria di mistero che la circondava. Gli occhi profondi, un po’ stanchi, sembravano custodire storie che non avrebbe mai raccontato, ma che si intuivano in ogni gesto. La bocca, dalle labbra sottili e ben definite, si incurvava appena, quanto bastava per farti dubitare se stesse ridendo di te o con te.

«Sdraiati a pancia in giù», mi disse quella prima volta, con quella voce dolce e ferma allo stesso tempo. «E rilassati, che sei tutto annodato.»

Obbedii. Le sue mani erano esperte, conoscevano il mestiere. Mi percorrevano la schiena con una pressione precisa, trovando ogni contrattura come se avessero una mappa. Io chiudevo gli occhi e cercavo di pensare a qualunque cosa: al lavoro, alla lista della spesa, a qualsiasi cosa che non fosse il contatto delle sue dita lungo la colonna vertebrale. Non ci riuscivo. Sotto l’asciugamano il mio cazzo si era indurito già dal secondo minuto, e pregavo che non abbassasse troppo lo sguardo.

Quella prima seduta finì come doveva finire: con un «ci vediamo la settimana prossima», una busta con il pagamento e una stretta di mano corretta. Ma uscii da lì con la scomoda certezza che sarei tornato, e che non tornavo esattamente per la schiena.

***

Tornai. Una volta, due, tre. Ogni appuntamento aveva la stessa coreografia: la stanza in penombra, la musica bassa, le sue istruzioni sussurrate. E ogni volta, senza che nessuno dei due lo dicesse, salivamo di un gradino su una scala che fingevamo di non stare percorrendo.

Avevo imparato a leggerla. Sapevo che quando si mordeva il labbro inferiore stava pensando qualcosa che non avrebbe detto. Sapevo che quando le sue mani si soffermavano un secondo di troppo alla base della mia schiena non era una distrazione. Renata non faceva nulla per distrazione. Era una donna che misurava ogni movimento, ogni sguardo, ogni parola, e sembrava divertirsi ad amministrare il desiderio in dosi precise, come un’infermiera che sa che mezza goccia in più cambierebbe l’effetto.

«Sei più teso del solito», mi disse quella sera, la sera che cambiò tutto.

Era tardi. Avevo chiesto apposta l’ultimo turno, senza ammettere nemmeno a me stesso il motivo. La casa era completamente silenziosa. Dalla finestra socchiusa entrava il rumore lontano di un’auto, e nient’altro. L’aria era carica, densa, come se entrambi sapessimo che quella volta non sarebbe finita con una stretta di mano.

Le dita scesero lungo la mia schiena, trovarono il fianco e rimasero lì. Ero già supino, qualcosa che non ricordavo di aver deciso. L’asciugamano mi copriva appena e sotto si delineava senza alcun pudore il rigonfiamento del mio cazzo già mezzo duro, che spingeva contro il tessuto come un pennone. E la tensione di cui parlava non era quella dei muscoli.

«Renata», dissi, e la mia voce uscì roca, più bassa di quanto volessi.

«Dimmi.»

«Voglio che me lo succhi», sbottai, senza filtri, sorpreso io stesso di averlo detto. «Sono settimane che penso alla tua bocca. A come sarebbe sentirmelo entrare fino in fondo.»

Seguì un lungo silenzio. Abbastanza lungo da farmi pentire, da farmi desiderare di alzarmi, vestirmi e non tornare mai più.

«Questo non fa parte del massaggio», rispose infine. Ma non tolse la mano dal mio fianco. Al contrario, le dita scivolarono un centimetro più in basso, sfiorando ormai il bordo dell’asciugamano, la linea del basso ventre.

«Lo so.»

«Eppure me lo chiedi.»

«Te lo chiedo.»

Rimase a guardarmi con quel mezzo sorriso impercettibile, quello di chi sa qualcosa che tu non sai. Poi, lentamente, con una lentezza che mi fece impazzire, afferrò un lembo dell’asciugamano e lo trascinò fino a terra. Il mio cazzo scattò teso contro l’ombelico, duro come non lo ricordavo da anni, con una goccia trasparente già affiorata sulla punta. Lei lo osservò a lungo, in silenzio, valutandolo come valutava ogni contrattura della mia schiena.

«Che nodo che hai qui», mormorò, e quella fu la prima battuta che le sentii fare.

***

Quel che venne dopo ce l’ho impresso fotogramma per fotogramma. Renata non era una donna che si affrettasse in nulla, e nemmeno in quello. Girò intorno al lettino senza fretta, si sistemò di lato e posò la mano aperta sul mio ventre, spingendomi contro la superficie come per ricordarmi che il ritmo lo stabiliva lei. Poi abbassò la testa. Prima furono le sue labbra, calde e morbide, a sfiorarmi l’interno della coscia, salendo senza fretta, tracciando un percorso di baci umidi verso l’alto che seguivo col respiro spezzato. Ogni bacio era una domanda e una risposta allo stesso tempo.

Quando arrivò all’inguine, si fermò. Soffiò piano sui miei coglioni e sentii come si tendevano di colpo. La lingua uscì appena, punteggiando la pelle, salendo lungo la base del mio cazzo con una lentezza esasperante. Lo circondò dal basso con due dita, stringendo quanto bastava perché la vena in rilievo pulsasse contro il suo pollice. Poi si mise in bocca i coglioni, uno dopo l’altro, succhiandoli con un rumore umido che mi fece sollevare i fianchi dal lettino.

«Fermo», sussurrò contro la pelle. «Qui comando io.»

Mi aggrappai al bordo del lettino. La pelle era fredda sotto le dita e avevo bisogno di stringere qualcosa, di aggrapparmi a qualcosa, perché l’intera stanza sembrava essersi inclinata. La sua lingua salì per intero dalla base fino alla punta del mio cazzo, leccandolo come un gelato, raccogliendo quella goccia di liquido preseminale che le brillava sulle labbra quando si staccò per un istante e mi guardò.

«Guardami bene», disse. «Non chiudere gli occhi.»

E allora aprì la bocca e se lo inghiottì tutto. Di colpo, senza avvertire, fino in fondo. Sentii il contatto col suo palato, il calore serrato della gola, il modo in cui ebbe appena un conato prima di sistemarmi lì dentro, come se sapesse esattamente quanto poteva sopportare. Mi sfuggì un suono che non riconobbi come mio, un gemito roco che rimbalzò sulle pareti della stanza in penombra.

Cominciò a salire e scendere con un ritmo lento, succhiando con le guance incavate, lasciando che la saliva le colasse sul mento e cadesse sui miei coglioni. Ogni volta che arrivava alla base si fermava lì per un istante, col naso affondato nei miei peli, ingoiando intorno al mio cazzo come se avesse davvero fame. Ogni volta che risaliva fino alla punta la avvolgeva con la lingua, facendola ruotare, succhiando il glande con una suzione che mi strappava l’aria dai polmoni.

Sollevò gli occhi una sola volta per incontrare i miei, col cazzo tutto dentro la bocca e un sottile filo di saliva che le pendeva dal labbro, e in quello sguardo c’era una domanda chiara: è questo che volevi?

Lo era. Dio, certo che lo era.

Le posai una mano sui capelli raccolti, con cautela, senza imporre nulla, quasi chiedendo il permesso. Lei non protestò. Al contrario, afferrò la mia mano e se la portò alla nuca, chiudendo le mie dita intorno allo chignon perché lo stringessi. Capii il messaggio. Tirai. Lo chignon cedette e una cascata di capelli scuri le ricadde sulle spalle, sul mio ventre, sfiorandomi la pelle a ogni movimento della testa.

«Così», mormorò, sfilandomelo appena per un secondo, con le labbra rosse e gonfie. «Scopami la bocca. Non trattarmi come una santa.»

Se lo rimise in bocca fino in fondo e questa volta fui io a stabilire il ritmo. Spinsi i fianchi contro il suo viso, afferrandole i capelli con entrambe le mani, scopandole la bocca con un’affondata lenta e profonda che la faceva strozzare con un rumore osceno. Lei non si tirò indietro. Posò entrambe le mani aperte sulle mie cosce e si lasciò usare, con gli occhi seri fissi nei miei, godendosi la mia resa quanto me. Il silenzio della casa amplificava ogni suono, ogni respiro, lo sciabordio umido della sua bocca intorno alla mia verga, e avevo l’assurda sensazione che il mondo intero si fosse ridotto a quella stanza in penombra.

Una delle sue mani scese, afferrò i miei coglioni e li impastò col palmo aperto. L’altra cercò la base del mio cazzo e cominciò a masturbarmi allo stesso ritmo della sua bocca, stringendo forte e torcendo il polso a ogni risalita. La combinazione era troppo.

«Non resisterò», riuscii ad avvertirla, cercando di essere premuroso fino alla fine.

Non si fermò. Anzi, accelerò, succhiando con più forza, affondando la lingua contro la vena inferiore, sostenendo lo sguardo con maggiore fermezza, e capii che non voleva che mi tirassi indietro, che anche quello l’aveva deciso lei, come tutto il resto. Voleva che venissi nella sua bocca. Voleva ingoiarlo.

Il finale mi scosse con un’intensità che non avevo mai provato. Diedi un’altra spinta, sentii lo sperma schizzare da molto in profondità e mi svuotai completamente, fiotto dopo fiotto, dentro la sua gola. Renata rimase lì, senza staccarsi, ingoiando col cazzo conficcato in bocca, sentendo ogni scarica pulsare contro il palato. Non chiuse gli occhi nemmeno per un secondo. Quando finalmente smisi di venire, continuò a succhiarmi piano, ripulendo ogni goccia, spremendo via quello che ancora mi restava, padrona di ogni istante della mia resa.

Si staccò lentamente, lasciando che la mia verga uscisse dalla sua bocca con un rumore umido. Schiuse le labbra per mostrarmi la lingua ormai pulita, perché vedessi che non era rimasta nemmeno una traccia. Poi ingoiò di nuovo, teatralmente, e sorrise per la prima volta con tutta la bocca.

***

Poi si sollevò con una calma che mi lasciò senza parole. Prese un tovagliolo dal comodino e si pulì il mento e gli angoli della bocca senza teatralità, senza pudore, con la stessa professionalità con cui, pochi minuti prima, mi aveva sciolto i nodi della schiena. Io ero ancora sdraiato, disfatto in un altro modo, a fissare il soffitto e a chiedermi che diavolo fosse appena successo.

«Non avresti dovuto farlo», disse, risistemando con entrambe le mani i capelli sciolti, cercando di ricreare la forma dello chignon.

Ma la sua voce non suonava come un rimprovero. Suonava come qualcos’altro. Un avvertimento, forse. O un invito mascherato da avvertimento. Nei suoi occhi seri c’era una scintilla che non avevo mai visto prima, e quella scintilla diceva molto più delle sue parole.

«Mi dispiace», mentii. «Mi sono lasciato trasportare. Non succederà più.»

Entrambi sapevamo che era una bugia. Lo sapevo io mentre lo dicevo e lo sapeva lei mentre mi ascoltava, dal modo in cui finalmente le si incurvò la bocca in quel sorriso che tante volte aveva trattenuto.

«Vestiti», disse soltanto. «E prenota l’ultimo turno la prossima volta. La settimana prossima voglio che me lo metta, non solo che me lo faccia succhiare.»

***

Tornai, naturalmente. Una settimana dopo, e quella successiva, e quella dopo ancora. Ogni appuntamento ripeteva la liturgia del primo — la penombra, l’eucalipto, le sue mani che mi percorrevano la schiena — e ogni volta si spingeva un po’ più lontano della precedente. La settimana dopo mantenne la promessa: mi montò sul lettino con la tunica aperta e le tette piccole e sode scoperte, calandosi lentamente sul mio cazzo, con gli occhi seri fissi nei miei mentre si scopava a un ritmo lento che quasi mi uccise. Quella dopo mi fece mettere contro il muro, con lo chignon di nuovo tirato e la gonna sollevata, e mi chiese all’orecchio di farlo forte, di non avere paura di afferrarla per i capelli. Imparammo il corpo dell’altro con la pazienza di chi sa di avere tempo. Imparai il sapore della sua fica, il rumore che faceva quando le leccavo il clitoride con la punta della lingua, il modo in cui le si irrigidivano le dita dei piedi quando stava per venire. Lei imparò come mi piaceva, quando chiedevo di più, quando avevo bisogno di fermarmi un secondo per non venire troppo presto. Era ancora la donna seria della tunica bianca, quella dallo chignon tirato e dallo sguardo stanco, e io ero ancora il cliente dell’ultimo turno. Fuori da quelle porte, niente. Dentro, tutto.

Non parlavamo mai di quella faccenda fuori da quella stanza. Non avevamo il numero dell’altro per messaggi maliziosi, né progetti, né promesse. Quello che succedeva sul lettino restava sul lettino, e quella frontiera così netta era, paradossalmente, ciò che lo manteneva vivo. Renata amministrava quella cosa come amministrava tutto: con precisione, con dei limiti, con una serietà che trasformava ogni concessione in un regalo.

Col tempo smisi di andarci. La vita mi portò in un’altra città, gli appuntamenti si diradarono e un giorno semplicemente non prenotai più. Non ci fu un addio, e non ce n’era bisogno. Le cose come quella non finiscono: si dissolvono, restano sospese nella memoria in attesa di una notte insonne per tornare.

E tornano. Eccome se tornano. Ancora oggi, quando sento odore di eucalipto o vedo una donna raccogliersi i capelli in uno chignon tirato, qualcosa mi si stringe nel petto e sotto l’ombelico, e il cazzo mi si indurisce senza permesso, come se il corpo avesse una memoria migliore della testa. Renata mi insegnò molte cose in quella stanza in penombra, ma quella che ricordo meglio è la più semplice e la più pericolosa: basta chiedere ciò che desideri davvero, guardando l’altro negli occhi, per scoprire che lo desiderava anche lui. È un segreto che porto con me da allora. Una confessione che solo ora, dopo tanti anni, oso finalmente raccontare.

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