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Relatos Ardientes

La mia ossessione segreta per le gambe dei calciatori

Confesserò qualcosa che non ho mai raccontato a nessuno, nemmeno alle mie amiche più care. Per anni il calcio mi è sembrato lo sport più noioso del pianeta. Ventidue tizi che correvano dietro a un pallone mentre altri due si annoiavano nelle porte. Né i derby, né i mondiali, né il campionato inglese: per me tutte le partite erano ugualmente insopportabili.

Sono cresciuta come l’unica ragazza tra quattro fratelli, quindi ne ho trangugiati a centinaia. Mio padre viveva ossessionato da quello sport. In casa non si guardava altro: sulla televisione del salotto, su quella della cucina, su quelle delle camere da letto. C’era sempre un pallone che rotolava su qualche schermo. Sono cresciuta con quel monotono cicaleccio dei commentatori in sottofondo, che ripetevano le stesse frasi fatte mille e una volta.

Le urla ogni volta che veniva fischiato un fallo erano esasperanti. E quando arrivava un gol, il baccano si sentiva in tutto il palazzo. A volte i miei fratelli correvano in camera mia, euforici, per informarmi a gran voce che avevano segnato i loro. Come se mi importasse.

Ma tutto cambiò il giorno in cui mio padre decise di comprare un televisore gigante per il salotto.

Fino ad allora le partite si guardavano su apparecchi vecchi e ingombranti, dove i giocatori non erano altro che pupazzetti colorati che correvano come formiche su un tappeto verde. Con il nuovo schermo, quasi due metri da un angolo all’altro, le cose si vedevano in modo diverso. Tecnologia dell’ultima generazione, moviola, angolazioni diverse, zoom. Persino il calcio sembrava tridimensionale.

Non ci misi molto a rendermi conto che ciò che si muoveva sullo schermo non erano più omuncoli in uniforme. Erano uomini veri, con i loro muscoli, le gocce di sudore, i tatuaggi, le espressioni dello sforzo. E fu allora che scoprii qualcosa che cambiò per sempre il mio modo di guardare una partita.

Le gambe.

Mi erano sempre piaciuti i ragazzi che si prendevano cura di sé. Non i culturisti, ma quei corpi allenati in palestra. Tuttavia, da quella maledetta televisione in poi, mi appassionai alle cosce. Quei giocatori avevano gambe così forti, così definite, che non riuscivo a evitare di arrossire quando la telecamera inquadrava qualcuno disteso a terra, dolorante dopo un contrasto duro.

Per me i primi piani del giocatore che si contorceva erano i momenti migliori della partita. La velocità delle corse lasciava spazio a qualche secondo più tranquillo, in cui la telecamera metteva nitidamente a fuoco qualcosa che non correva più. E anche se il poveretto stava soffrendo, io mi divertivo come non mai.

Mi divertivo soprattutto quando l’infortunio era grave e i fisioterapisti saltavano in campo. Quegli spray freddi sulla pelle, i massaggi vigorosi sulla coscia, la gamba sollevata, i calzoncini tirati su che mostravano l’attaccatura del gluteo… mi facevano impazzire. Mi costava fatica dissimularlo davanti a mio padre e ai miei fratelli. Mentre loro ne approfittavano per andare a prendere un’altra birra, io restavo incollata allo schermo, pregando che il regista non si lasciasse sfuggire nemmeno un dettaglio.

Il sudore, il luccichio della pelle, le mani del fisioterapista che percorrevano la gamba dal polpaccio fino quasi al culo, le scosse date alla carne per rilassare il muscolo, la gamba tesa come una colonna rigida mentre l’uomo vi scaricava il proprio peso… tutto mi eccitava tremendamente. Ormai non riuscivo più a togliermi i calciatori dalla testa. Finivo ogni partita con le mutandine fradice e mi chiudevo in camera a scoparmi con le dita pensando a quelle cosce.

Ma avrei mai potuto avvicinarmi a un paio di quelle gambe? Alle grandi stelle era impossibile. E anche se avessi potuto, avevano tutte fidanzate da copertina. Io non cercavo fama né denaro. Volevo solo passare un po’ di tempo con un bel paio di cosce, succhiare il cazzo che pendeva tra loro e fare loro le stesse cose dei fisioterapisti, ma da soli, senza telecamere e, se possibile, senza vestiti.

***

La mia ossessione mi fece interessare sempre di più allo sport. Cominciai a guardare le partite da sola, persino quelle delle categorie inferiori che venivano trasmesse soltanto dalle emittenti regionali. Mio padre e i miei fratelli non capivano nulla. Ma io avevo una teoria da verificare: volevo sapere se le gambe dei giocatori delle squadre più modeste fossero attraenti quanto quelle delle stelle.

La mia conclusione fu chiara: sì, lo erano. E sarebbe stato molto più facile avvicinarmi a loro.

Studiavo giornalismo, così mi inventai una scusa perfetta. Per un’esercitazione di una materia, ideai un presunto servizio sugli infortuni degli sportivi della mia regione e sulle loro conseguenze. Ottenni l’elenco di tutte le squadre federate della zona, i nomi dei giocatori e degli allenatori, e cominciai a incrociare i dati per trovare il modo di contattarli.

Tra telefonate, e-mail e la mia presenza alle partite, in breve riunii un gruppo di una trentina di giocatori infortunati a cui rivolgermi. Accettarono tutti senza esitare. Ricevere il messaggio di una donna interessata a intervistarti non è una cosa che capita tutti i giorni, tanto meno ai giocatori delle categorie più basse.

Il primo appuntamento di solito era in qualche bar vicino al campo. Serviva per vederli di persona e controllare se mi piacessero, perché ce n’erano alcuni che non avrebbero superato la selezione nemmeno se regalati. Con quelli con cui sentivo una buona intesa, fosse per il fisico o per la simpatia, mi arrangiavo per ottenere un secondo incontro e approfondire il «lavoro sul campo». Non mi costava molto: un sorriso malizioso, un lento battito di ciglia o una spallina del reggiseno che si allentava «per caso» erano tutto ciò di cui avevo bisogno.

Dei trenta, solo una dozzina superò la mia prima selezione. E mi proposi di provare quelle due dozzine di gambe. Per i secondi colloqui avevo bisogno di un luogo più intimo di un bar. Spiegai loro che nel prossimo incontro saremmo passati dalle domande alla parte pratica: prendere le misure, esaminare l’entità dell’infortunio, verificare di prima mano la situazione.

***

Scelsi per primo quello che mi era piaciuto di più. Gli avevo visto le gambe perché era venuto in pantaloncini a una partita per sostenere i compagni. Non giocava a causa dell’infortunio, ma aveva fatto qualche leggero allungamento a bordo campo. Quando ci sedemmo sugli spalti, non riuscivo a staccare gli occhi da quel paio di gambe così allenate e, con mia sorpresa, completamente depilate. Mi veniva l’acquolina in bocca. Era single e viveva da solo, così qualche giorno dopo ci demmo appuntamento nel suo appartamento.

Il giorno dell’appuntamento ero nervosa, ma decisa. Avevo bisogno di vedere quel monumento in pantaloncini, palpeggiargli le gambe e verificare ciò che sognavo da mesi. Lo chiamerò Damián, anche se non era il suo vero nome.

Mi accolse con abiti sportivi comodi, una tuta completa coordinata. Rifiutai la bibita che mi offrì e passammo in salotto. Ci sedemmo sul divano, un po’ di lato, quasi uno di fronte all’altra. Tirai fuori dalla borsa un quaderno a spirale, una penna e il metro da sarta giallo che mia madre teneva nel cestino da cucito. Di sicuro più tardi ne avrebbe sentito la mancanza.

Damián rimase un po’ impacciato vedendo il metro, ma suppose che servisse a misurare la sua altezza. Cominciai con domande semplici: peso, altezza, età. Annotavo tutto, anche se in realtà mi interessava una cosa soltanto.

—Parlami del tuo infortunio —gli dissi senza alzare gli occhi dal quaderno—. Qual è esattamente?

—Be’… —esitò—, una tendinopatia degli ischiocrurali. Un sovraccarico dei tendini della parte posteriore della coscia.

Bingo, pensai.

—Capisco. Quindi giochi come attaccante o sulla fascia. Scatti esplosivi, vero? Probabilmente ti sei infortunato per un riscaldamento insufficiente.

—Ehi, ne sai parecchio di queste cose —disse, completamente sbalordito dalla mia precisione.

—Qualcosa ne so —risposi facendogli l’occhiolino—. So anche che hai bisogno di riposo e di riscaldamenti molto leggeri per mesi.

—Esatto!

—Bene. Dell’infortunio ho già tutti i dati. Ora devo solo misurarti. Via i pantaloni!

Rimase bloccato davanti alla mia sfacciataggine. E si agitò ancora di più ricordando che sotto la tuta non indossava i pantaloncini sportivi, ma le normali mutande.

—Forza, forza! —esclamai vedendolo arrossire—. Non mi dirai che a questo punto ti vergogni?

—Un po’ —ammise.

—Prendila come se fossi il tuo fisioterapista. Non ti spogli quando ti visita il fisioterapista? Devo misurare la circonferenza della coscia per classificare il tuo infortunio.

Di fronte alla mia sicurezza, non gli restò che obbedire. Si alzò, si girò un po’ per non trovarsi di fronte a me e si abbassò i pantaloni. Quando li ebbe alle caviglie, chiese se dovesse toglierseli del tutto.

—Certo. Come credi che possa misurarti le gambe altrimenti?

Uscì dai pantaloni e li lasciò sul bracciolo del divano. Ora era esattamente dove lo volevo: al mio fianco, con le gambe scoperte, pronto per la mia ispezione. Presi il metro giallo e mi inginocchiai sul pavimento.

—Vediamo. Misurerò la lunghezza totale. Stai dritto, fermo, con le gambe unite.

Obbedì. Gli diedi un’estremità del metro perché la tenesse sull’anca e distesi il resto lungo la gamba, assicurandomi di percorrerla interamente con la mano fino a terra. Annotai la cifra.

—Ora la circonferenza della coscia. Allarga un po’ le gambe, così posso far passare il metro all’interno.

Le divaricò quanto bastava perché le mie mani potessero passare tra loro con il metro. Presi la misura.

—Cinquantanove centimetri —dissi—. Niente male. Che bella coscia. Devi essere velocissimo sulla fascia. Che muscolo.

—Un po’ —rispose timidamente, orgoglioso.

Lasciai quaderno e metro sul divano e mi preparai a fare ciò che avevo sognato tanto: palpeggiare un bel paio di gambe da calciatore.

—Vediamo, tesoro —gli dissi dolcemente—. Girati e fammi vedere quegli ischiocrurali.

Si girò di spalle, rilassato, con le gambe leggermente divaricate.

—Qual è quella infortunata? La destra o la sinistra?

—La destra.

Senza pensarci due volte, portai le mani sulla parte posteriore di quella coscia soda e cominciai ad accarezzare delicatamente la zona. L’assenza di peli e lo spessore della gamba erano un piacere per i miei sensi. Gli circondai la coscia con entrambe le mani e lavorai con i pollici la parte alta, proprio dove iniziavano le natiche, ancora coperte dalla biancheria.

Damián rimase paralizzato, senza muoversi. Per fortuna è di spalle, avrà pensato, mentre cercava di distrarsi per mantenere tutto sotto controllo.

—Ti fa male? —chiesi.

—No. Per niente.

Premetti un po’ più forte, affondando i pollici e percorrendo su e giù dalla piega del ginocchio alla natica. Lui credeva che gli stessi facendo un massaggio terapeutico, ma la verità era che mi stavo bagnando le mutandine per l’eccitazione di toccare la gamba più attraente che avessi mai visto in vita mia. Sentivo la fica pulsarmi e un filo caldo scivolare lungo la parte interna delle mie cosce. Non ne potevo più.

—Avvisami quando ti fa male —dissi per spezzare il silenzio teso.

—D’accordo.

Di tanto in tanto scuotevo i lati della coscia con una certa violenza, come avevo visto fare ai fisioterapisti per rilassare la muscolatura. Poi tornavo alla zona alta, attaccata alla natica. Infilai le dita sotto l’elastico delle mutande e gli strinsi le natiche dure e tonde, senza dargli il tempo di protestare. Dopo alcuni minuti, gli chiesi di girarsi e mettersi di fronte a me.

La nuova posizione lo mise a disagio, ma io mi divertivo enormemente. Non sapeva cosa fare con le mani e se le portò dietro la schiena. Io continuai a massaggiare quella gamba possente, stavolta davanti, lavorando sui quadricipiti. A poco a poco allentai la pressione e mi concentrai sulle zone più sensibili: la parte interna della coscia, la fascia più vicina all’inguine. Finsi di essere distratta e sfiorai l’altra gamba come per caso, facendo passare lentamente il massaggio da medicinale a sensuale.

Io ero ancora in ginocchio, godendomi la situazione. Lui restava in piedi, senza pantaloni, evitando di guardare in basso per non incrociare il mio sguardo. Era una situazione eccitante per entrambi, ma solo su di lui si notava. Sotto la biancheria cominciava a formarsi un rigonfiamento che lo tradiva completamente, per quanto cercasse di pensare ad altro. Il tessuto si tendeva e disegnava con nitidezza il contorno di un cazzo che cresceva di secondo in secondo, rivolto verso l’alto e di lato.

—Sei un ragazzo fortunato —dissi infine—. L’infortunio non è grave e non c’è infiammazione negli ischiocrurali. Ti riprenderai presto. Tuttavia rilevo una certa infiammazione in un’altra zona, e questo mi preoccupa.

Diventò rosso come un pomodoro quando guardò in basso e capì a cosa mi riferivo. Avrebbe voluto che la terra lo inghiottisse all’istante.

—Ma non preoccuparti —lo tranquillizzai—. Credo che possiamo sistemare anche questo.

Con sua sorpresa, non andai a prendere il metro. Rimasi in ginocchio, cercai con le mani l’elastico della sua biancheria e, senza tante cerimonie, tirai verso il basso, scoprendo tutto ciò che nascondeva. Il cazzo balzò fuori di colpo, duro come una pietra, grosso, con la punta gonfia e lucida, puntata direttamente verso il mio viso. I coglioni, grossi e depilati come le gambe, pendevano tesi sotto il tronco. Lui mi guardava attonito, incapace di articolare parola. Era chiaro chi comandava, e lui poteva fare ben poco. Avrei fatto tutto io.

—Accidenti, accidenti —mormorai leccandomi le labbra—. Che verga ti nascondevi lì sotto. E io pensavo di essere venuta soltanto a vedere le tue cosce.

Mi sollevai sulle ginocchia e gli circondai il cazzo con la mano destra. Lo sentii caldo, pesante, pulsare contro il palmo. Lo scossi lentamente, con decisione, tirando la pelle verso il basso per scoprire completamente il glande. Damián lasciò sfuggire un gemito soffocato e strinse i pugni. Con l’altra mano gli afferrai i coglioni e glieli strinsi delicatamente, soppesandoli, giocandoci tra le dita.

—Sta’ fermo —gli dissi guardandolo dal basso—. Quella che lavora sono io.

Mi avvicinai la punta alle labbra e gli diedi una lunga leccata, dalla base al glande, seguendo la grossa vena che gli percorreva il fusto inferiormente. Damián ebbe un fremito in tutto il corpo. Ripetei la leccata due, tre volte, insalivandogli il cazzo da cima a fondo, finché non glielo lasciai grondante. Poi aprii la bocca e me lo infilai di colpo, ingoiandolo fino a più di metà.

—Cazzo! —gli sfuggì.

Cominciai a succhiargli il cazzo affamata, muovendo la testa avanti e indietro, stringendogli il fusto con le labbra, lasciando che il glande mi colpisse il palato. Con la mano destra seguivo il ritmo alla base, ruotando il polso ogni volta che salivo, e con la sinistra gli accarezzavo i coglioni e gli graffiavo con le unghie la parte interna della coscia. Quella gamba gigantesca mi tremava sotto le dita, tesa come una corda di chitarra. Gli si delineavano tutti i muscoli del quadricipite mentre sopportava il piacere senza muoversi.

Quando lo tirai fuori dalla bocca per respirare, un filo di saliva univa le mie labbra al suo glande. Lo guardai, rosso, bagnato, palpitante, e gli sorrisi.

—Vedi come diventa quando ti massaggiano dove serve?

—Oddio… —sussurrò—. Non fermarti, ti prego.

—Non mi fermerò per nulla al mondo.

Tornai a infilarmelo fino in fondo, stavolta ingoiandolo interamente, forzando la gola finché il naso non urtò contro il suo basso ventre. Lo tenni lì per qualche secondo, soffocando, sentendo la punta conficcata nella gola, mentre lui emetteva un ringhio roco. Quando lo tirai fuori sbavavo, tossivo e la saliva mi colava dal mento, ma non m’importava. Gli afferrai il cazzo con entrambe le mani e gli leccai i coglioni, uno prima e poi l’altro, mettendomeli delicatamente in bocca e succhiandoglieli mentre gli facevo una sega lenta.

Damián cominciò a muovere i fianchi contro il mio viso, incapace di trattenersi.

—Così, tesoro —gli dissi—. Scopami la bocca. Non fa niente.

Lo lasciai fare. Appoggiai le mani su quelle cosce da calciatore, le strinsi forte affondando le dita nella carne, e lui mi scopò la bocca al suo ritmo. Sentivo i quadricipiti contrarsi e rilassarsi contro i miei palmi ogni volta che spingeva. Era meglio di quanto avessi immaginato in tante notti: avevo il cazzo di un calciatore che mi scopava la gola e le mani affondate nella coscia che inseguivo da mesi.

Quando sentii che stava per venire, gli spinsi indietro i fianchi e gli lasciai il cazzo dalla bocca con uno schiocco.

—Non ti azzardare —lo avvertii—. Non ancora.

Mi alzai e mi tolsi il vestito con un solo movimento, sfilandomelo dalla testa. Mi liberai del reggiseno e lo gettai sul divano. Damián rimase a fissarmi le tette a bocca aperta, come se non ne avesse mai visto un paio. Me le afferrai da sola e gliele strinsi davanti agli occhi.

—Ti piacciono? Toccamele.

Allungò le mani e me le prese, timido all’inizio, poi con più voglia. Mi pizzicò i capezzoli e io lasciai sfuggire un gemito. Si chinò e me ne succhiò uno, poi l’altro, mordicchiandoli con delicatezza. Ne approfittai per abbassarmi le mutandine, fradice fino alla cucitura, e le lasciai cadere a terra. Gli afferrai la mano e gliela portai dritta sulla fica.

—Senti come mi hai ridotta —gli sussurrai all’orecchio.

Le sue dita affondarono tra le mie labbra grondanti. Trovò il clitoride quasi per caso e gli insegnai a muoversi lì, scandendo il ritmo con la mia mano sopra la sua. Infilò due dita dentro e le incurvò, e per poco non caddi a terra dal piacere. Ero così eccitata che riuscivo a malapena a reggermi in piedi.

—Sul divano —ordinai—. Sdraiati.

Obbedì come un agnellino. Si distese sul divano a pancia in su, con il cazzo puntato verso il soffitto, duro e lucido della mia saliva. Guardai quelle gambe aperte e pensai che ogni minuto di calcio ingoiato nella mia vita ne era valsa la pena. Gli salii sopra a cavalcioni e gli afferrai l’uccello con una mano per guidarlo. Strofinai il glande avanti e indietro sulle mie labbra bagnate, ricoprendolo dei miei umori, torturando entrambi.

—Lo vuoi dentro? —gli chiesi guardandolo negli occhi.

—Sì, ti prego…

—Chiedimelo come si deve.

—Mettimelo dentro. Mettimelo subito, cazzo.

Sorrisi e mi lasciai scivolare lentamente verso il basso. La punta si fece strada nella mia fica e scesi centimetro dopo centimetro finché non fu tutta dentro. Mi sfuggì un lungo gemito. Era grosso, duro, mi riempiva completamente. Rimasi ferma per un momento, godendomi la sensazione, poi cominciai a salire e scendere su di lui, cavalcandolo al mio ritmo.

—Ce l’hai proprio bello, figlio di puttana —gli dissi ansimando—. Quanto mi piace quando me lo infili.

Lui aveva le mani sui miei fianchi e accompagnava il movimento, spingendomi dal basso. Io appoggiai le mani sul suo petto e accelerai, saltellando sul suo cazzo, sentendo come mi colpiva in fondo a ogni discesa. Le tette mi rimbalzavano davanti al viso. Lui mi guardava imbambolato, incapace di credere a ciò che stava vivendo.

—Guardami le gambe —gli ordinai, afferrandomi una delle cosce—. Come le tue, ma da donna. Ti piacciono?

—Mi fanno impazzire…

—Allora scopami più forte.

Damián mi affondò le dita nelle natiche e cominciò a spingermi con forza dal basso, sollevando i fianchi dal divano a ogni spinta. Il cazzo entrava e usciva con uno schiocco umido, e il suono delle nostre carni che si urtavano riempiva tutto il salotto. Venni senza avvertire, stringendogli il fusto con le pareti della fica, tremando sopra di lui, mordendomi il labbro per non urlare.

Prima che gli spasmi passassero, lo spinsi fuori e scesi dal divano. Gli feci girare e mettere a quattro zampe, con il culo rivolto verso di me. Ora avevo proprio davanti ciò che desideravo da mesi: quel paio di gambe da calciatore, tese, in tensione, con le natiche dure che si separavano e mi mostravano tutto. Gli passai la lingua sulla parte alta della coscia, quasi nella piega del gluteo, e lui lasciò sfuggire un gemito di sorpresa.

—Torna a sdraiarti a pancia in su, sul bordo del divano —gli chiesi.

Lo feci sistemare con le gambe penzoloni fuori e mi inginocchiai tra loro. Gli sollevai le cosce, me le caricai sulle spalle e mi avvicinai. Era la cosa più simile al fantasma del fisioterapista che avevo avuto in testa per tutta la vita. Gli afferrai il cazzo, me lo infilai di nuovo dentro e cominciai a scoparmelo io, penetrandomi contro di lui muovendo i fianchi, mentre gli passavo le mani su quelle gambe spalancate.

—Guarda che cosce che hai, bastardo —ansimai—. Penso a queste cosce da mesi. Mi masturbo per loro da mesi.

—Cazzo…

—Stai zitto e lasciami scoparti.

Gli morsi la parte interna della coscia, lasciandogli il segno dei denti, e lui emise un ruggito. Accelerai il ritmo, spingendomi contro il suo cazzo con tutto il bacino, schiacciandomi i coglioni contro a ogni colpo. Gli affondai le unghie nei quadricipiti, lasciandogli segni rossi che gli sarebbero durati per giorni, e venni per la seconda volta, più forte della prima, mordendogli la gamba per non svegliare i vicini.

Damián era al limite. Gli si tese tutto il corpo, chiuse gli occhi e mi avvertì con un ringhio.

—Sto per venire…

—Vieni dove vuoi, bello —gli dissi sfilandomelo e inginocchiandomi di nuovo tra le sue gambe—. Sulla faccia, sulle tette, in bocca. Adesso comandi tu.

Si sollevò con uno scatto e si mise in piedi davanti a me. Io aprii la bocca, tirai fuori la lingua e lo guardai dal basso mentre si scuoteva il cazzo con la mano, a due dita dal mio viso. Gli accarezzai le cosce, quelle cosce da cui era cominciato tutto, e gli affondai le unghie proprio quando lo vidi inarcarsi.

Il primo schizzo di sperma mi cadde sulla fronte, denso e caldo, scivolandomi fino all’occhio. Il secondo mi raggiunse la guancia e il labbro. Il terzo mi riempì la bocca e lo ingoiai senza pensarci. I successivi caddero tra le mie tette mentre lui continuava a segarsi il cazzo, spremendo l’ultima goccia. Io non smettevo di palpeggiargli quelle gambe divine, gemendo ogni volta che mi sporcava.

Quando ebbe finito, gli catturai il glande con la bocca e succhiai ciò che restava, ripulendoglielo tutto, finché non lo lasciai tremante per la sensibilità. Damián crollò sul divano, senza fiato, con le gambe ancora aperte e il cazzo che gli gocciolava sul ventre.

Mi sollevai, mi passai un dito sulla guancia per raccogliere lo sperma e me lo portai alla bocca. Mi leccai lentamente, guardandolo negli occhi, e scoppiai a ridere.

—Congratulazioni. Hai superato l’esame a pieni voti.

Mi sollevai sulle ginocchia, dimenticai completamente i miei «propositi fisioterapici» e finalmente verificai tutto ciò che fantasticavo da mesi. Chiuse gli occhi e si lasciò andare, mentre le mie mani continuavano a percorrere quelle gambe che mi avevano ossessionata tanto dall’altra parte di uno schermo.

Quel pomeriggio verificai di avere ragione. Le gambe dei calciatori erano fatte per peccare. E, già che c’ero, scoprii che si poteva peccare in molti altri modi.

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