Quello che ho raccontato a mia madre quel pomeriggio al chiringuito
Di tutti i posti in cui ho vissuto e che ho visitato, il mare è l’unico che mi fa pensare con chiarezza. C’è qualcosa nel rumore costante dell’acqua, nel sale che entra nei pori e resta appiccicato per giorni, che costringe ad abbassare la guardia. Non di colpo. Poco a poco. Quella settimana di agosto sulla costa del sud non era diversa in apparenza: vacanze con mia madre Pilar, mio zio Ramón e i suoi figli in un appartamento affittato davanti alla spiaggia. Ma era diversa in tutto ciò che contava, perché tre giorni prima avevo conosciuto Martín.
Lo vidi per la prima volta al chiringuito sulla riva, mentre chiedeva qualcosa di freddo con quel quieto aplomb che hanno gli uomini che non hanno bisogno di fare rumore per farsi notare. Poco più che quarant’anni, capelli scuri con qualche filo grigio alle tempie, la pelle abbronzata di chi lavora all’aperto. Quando mi guardò fu per un attimo, senza insistenza, senza quel sorrisetto di chi sa di essere stato beccato a guardare. Distolsi lo sguardo per prima. Non era da me.
In tre giorni passammo dall’incrociarci sulla battigia a restare al chiringuito finché non spegnevano le luci. Parlava senza il bisogno di riempire ogni silenzio, e mi sembrava strano dopo anni circondata da gente che aveva un’opinione su tutto. Ascoltava davvero, senza interrompere, senza cercare il momento di infilare la propria storia. Quel pomeriggio, con il sole che scendeva verso l’orizzonte e i piedi affondati nella sabbia ancora calda del tardo pomeriggio, gli raccontai di Roberto.
Roberto fu il marito di mia madre per sei anni. Si sposarono quando io avevo diciannove anni ed lui trentotto. Era il tipo di uomo che conosce perfettamente l’effetto che produce e non spreca neppure un secondo di quel vantaggio. Per il primo anno vivemmo tutti sotto lo stesso tetto: mia madre, lui e io, in un appartamento di tre stanze in centro che all’improvviso mi sembrò minuscolo. Mi ci vollero tre mesi per rendermi conto di ciò che stava iniziando a succedere tra noi. Altri tre mesi per decidere di non fare nulla al riguardo.
Cominciò con sguardi che duravano un secondo di troppo. Con il toccarmi il braccio passando in corridoio. Con domande sui miei progetti, i miei amici, su cosa volessi studiare, su che tipo di uomini mi piacessero, con un’attenzione costante che mia madre non mi aveva mai dedicato. Non lo dico per incolparla. Lo dico perché era vero, e perché quell’attenzione mi importava molto più di quanto avrebbe dovuto. Avevo vent’anni quando lo baciai io, in cucina, un martedì pomeriggio mentre lei era al lavoro. La decisione fu mia. È una cosa con cui ho dovuto imparare a convivere.
Durò quasi un anno. E non fu "qualcosa". Fu scopare. Scopare contro il piano della cucina con il grembiule di mia madre ancora appeso al gancio dietro di me. Scopare sul divano del salotto con la TV accesa per coprire i rumori. Scopare nel letto matrimoniale di lei, a faccia in giù, mordendo il cuscino che sapeva del suo profumo, mentre Roberto mi teneva i polsi premuti contro il materasso e mi sussurrava all’orecchio quanto fossi stretta, quanto glielo succhiassi bene, come venisse più forte dentro di me che dentro di lei. Io avevo vent’anni e mi inghiottivo ogni parola come se fosse acqua. Glielo succhiavo in ginocchio in bagno, con la porta chiusa mentre lei guardava la TV in salotto, gli conficcavo le dita nei capelli e gli scopavo la bocca finché veniva e mi obbligava a inghiottire tutto senza sputare una goccia. Mi infilava due dita nella figa in corridoio, contro il muro, mentre io cercavo di non fare rumore, e mi faceva venire così, mordendomi il labbro per non urlare, con la mano libera a tapparmi la bocca.
Non era amore. Lo capii fin dall’inizio, e credo che lo sapesse anche lui. Era qualcosa di più simile al desiderio di oltrepassare una linea che sapevi di non dover oltrepassare proprio perché lo sapevi, quel genere di desiderio che si nutre del proibito più che della persona in sé. Gli piaceva che fossi la figlia di sua moglie. Me lo diceva. Me lo diceva con il cazzo dentro, mezzo ridendo, mezzo gemendo: "sei la figlia di Pilar e me lo stai succhiando come una puttana". E a me si rivoltava lo stomaco e mi premevo ancora di più contro di lui. Quando finì, finì perché lo volle lui, senza scenate e senza spiegazioni. Un giorno semplicemente smise di cercarmi. Il giorno dopo si comportò come se non fosse successo nulla, e io tacqui perché non c’era nessun modo decente di non farlo.
—Tua madre lo sa? —chiese Martín quando ebbi finito.
—No.
—Da quanto tempo ti porti dietro questa cosa?
—Quattro anni.
Annui piano. Guardò il mare per un momento e poi tornò a guardarmi con quella sua calma che non giudicava ma non anestetizzava nemmeno nulla.
—Non ti sto dicendo di andarglielo a raccontare —disse—. Ma credo che tu abbia taciuto così a lungo che ormai non distingui più quanto pesa.
Quella notte non dormii. Rivoltai le sue parole per ore mentre ascoltavo il rumore del mare dalla finestra della stanza. Martín aveva ragione su una cosa: anche il silenzio ha un prezzo, e io lo avevo pagato senza mai farne i conti. Il giorno dopo, quando mia madre si sedette in salotto con la birra e la sigaretta di fine giornata, decisi che era il momento.
—Pilar, devo dirti una cosa.
Mi guardò sopra il bicchiere con un’espressione che non si definiva del tutto tra stanchezza e preoccupazione.
—Stai bene?
—Sì. Credo di sì.
Si sistemò nella poltrona senza dire altro. La conoscevo abbastanza per sapere che quello era il segnale che ascoltava.
Mi ci volle quasi un minuto per cominciare. Quando lo feci, lo dissi piano, cercando le parole con cura, tentando di non anestetizzare ciò che andava detto ma neanche di scaraventarlo addosso senza attutirlo. Che Roberto e io avevamo scopato. Che durò quasi un anno. Che successe dentro quella casa, nel suo letto, sul suo divano, in cucina, mentre lei lavorava. Che mi dispiaceva.
Restò immobile per quelli che mi parvero diversi minuti. Tirò una lunga boccata alla sigaretta. Poi un altro sorso di birra, senza fretta. Non mi guardò mentre elaborava ciò che aveva appena sentito.
—Quando è cominciato? —chiese infine.
—Quando avevo vent’anni.
—Quanto è durato?
—Quasi un anno.
Il silenzio che seguì era diverso da quello precedente. Più denso. Più definitivo. Si alzò in piedi con la sigaretta tra le dita e la schiena mezzo girata verso la finestra, a guardare la strada come se fuori ci fosse qualcosa di più facile da guardare di me.
—Ho bisogno che te ne vada da qui questa settimana —disse.
—Pilar...
—Non è una discussione. Non posso averti qui adesso. Non so quando potrò. Ma non questa settimana.
—E Roberto? Non ha nessuna parte in tutto questo?
—Io non sto parlando di Roberto.
—E invece dovresti.
—Daniela. —Pronunciò il mio nome in un modo che chiudeva l’argomento—. Hai l’appartamento di tuo padre in centro. Non ti mancherà dove andare.
Me ne andai senza voltarmi indietro. Mi fermai sul pianerottolo, feci un respiro profondo, e chiamai Martín dalla strada.
Quella notte dormii nel suo letto. Non fu esattamente una decisione razionale, ma neppure un impulso del tutto cieco. C’era qualcosa tra noi dal primo giorno al chiringuito e lo sapevamo entrambi, e quella notte, dopo tutto quello che era successo, continuare a ignorarlo avrebbe richiesto uno sforzo maggiore di quello che ero disposta a fare.
Restammo immobili a lungo. La sua mano sulla mia schiena, la mia fronte contro il suo collo. Quando finalmente ci muovemmo fu con quella calma che hanno le cose che non hanno bisogno di giustificazioni. Mi baciò prima sulla bocca, piano, poi mi tolse i vestiti pezzo per pezzo, senza fretta, guardandomi mentre lo faceva. Quando mi ebbe nuda sulla schiena contro il materasso, mi aprì le gambe con le mani, si mise tra esse e abbassò la bocca sulla mia figa.
Me la succhiò piano, tutta. Passò la lingua piatta dal basso fino al clitoride, si fermò lì a succhiare con le labbra, poi tornò giù. Mi infilò due dita e le piegò cercando il punto dentro mentre continuava a leccarmi, e io mi aggrappai con una mano alla testiera e con l’altra ai suoi capelli. Quando venni la prima volta gli strinsi la testa contro di me e lui non si fermò: continuò a leccare mentre tremavo, si bevve il mio orgasmo come se avesse fame accumulata da giorni, finché non gli chiesi di salire perché non ne potevo più.
Si mise sopra di me. Gli afferrai il cazzo con la mano. Era duro, grosso, caldo, e lo passai tra le labbra della figa bagnandolo prima di guidarlo dentro. Entrò in un colpo solo, fino in fondo, e gememmo entrambi insieme. Cominciò a scoparmi piano, con spinte lunghe, appoggiato sui gomiti, guardandomi in faccia. Gli piantai i talloni nel culo perché entrasse più a fondo. Glielo dissi all’orecchio: "più forte, così". E mi obbedì. Mi scopò contro il materasso con le mani sui miei polsi, tenendoli sopra la testa, mentre io lo guardavo dal basso con la bocca aperta. Poi mi mise a quattro zampe, si sistemò dietro di me e me lo rimise dentro con una spinta. Mi afferrò per i capelli, non forte, abbastanza da tirarmi la testa indietro, e così mi scopò finché sentii che il secondo orgasmo mi saliva dentro come un’onda. Venni gridando contro il cuscino mentre lui continuava a spingere. Dopo un po’ venne lui, dentro, premendo le mie anche contro le sue, e sentii ogni getto caldo come se stesse marchiando qualcosa.
Rimase così per un po’, lui sopra la mia schiena, ansimante, con il cazzo ancora dentro. Quando uscì, un filo di sperma mi scese lungo la coscia. Lui passò le dita lì e me lo rimise dentro con due dita, senza dire nulla, come chi raccoglie qualcosa che gli è caduto. Mi baciò la nuca. Ci addormentammo così.
Settimane dopo portai le mie cose nell’appartamento di Martín.
I mesi successivi furono una specie di reinvenzione. Imparai a vivere senza il peso costante di quel segreto, anche se imparai pure che liberarsi di un peso non significa sentirsi leggeri subito. Ci vuole tempo. Martín lo sapeva senza che io dovessi dirglielo, e quella sua capacità di leggere lo spazio senza riempirlo inutilmente fu ciò che mi aiutò di più in quei mesi.
Era paziente e intenso allo stesso tempo, una combinazione difficile da resistere. Scopavamo con voglia e con frequenza: nel letto, sul divano, in cucina con il caffè che si raffreddava sul fuoco. Molte mattine mi svegliava con la sua bocca già tra le mie gambe, con le lenzuola sconvolte e il sole che entrava dalla finestra, e venivo prima ancora di svegliarmi del tutto. Altre notti lo aspettavo nuda nel letto, a pancia in giù, e lui arrivava, si spogliava senza dire nulla, mi saliva sopra e me lo infilava da dietro mentre io avevo ancora le gambe chiuse, e mi scopava così, stretta, mordendomi la spalla. Gli succhiavo il cazzo sotto la doccia con l’acqua calda che cadeva su entrambi, in ginocchio sulla ceramica, e mi ingoiavo il suo sperma mentre mi teneva la testa con entrambe le mani e mi chiamava in tutti i modi che gli parevano, parole sporche che in un’altra bocca mi avrebbero infastidita e nella sua mi facevano stringere le cosce.
C’era in lui un modo di guardarmi che faceva perdere importanza a tutto il resto, come se l’unico fuoco di quel momento fosse esattamente dove mi trovavo. Non mi chiedeva del passato. Non c’era bisogno.
Imparai cose del suo corpo che ancora oggi mi tornano in mente senza preavviso: il modo in cui mi teneva il fianco quando voleva imporre il ritmo, la pressione esatta delle sue mani sulle mie spalle, come poteva far sembrare dieci minuti in un appartamento piccolo come se il tempo si fosse fermato fuori. Imparai a cavalcarlo piano, guardandolo negli occhi, con le sue mani aperte sulle mie tette e i suoi pollici sui capezzoli, e a farlo venire così, stringendo la figa attorno al suo cazzo mentre lui mi supplicava di non fermarmi. Con lui imparai anche a non avere fretta, che è una cosa che nessuno ti insegna e che cambia completamente il modo in cui funziona tutto il resto.
***
Passarono diversi mesi prima che rivedessi mia madre. Fu una visita breve, piena di silenzi che nessuna delle due sapeva come riempire. La vidi più magra, con nuovi capelli grigi alle tempie, lo sguardo di chi non dorme bene del tutto da molto tempo. Roberto non compariva più nella conversazione, anche se lei non me lo disse direttamente. Lo dedussi dai piccoli vuoti, dal modo in cui distoglieva lo sguardo quando il suo nome le scivolava addosso per sbaglio in quello che stavo dicendo.
Uscendo, rimasi seduta sui gradini del portone per un po’, senza fare nulla in particolare. Non piansi. Sentii quella stanchezza specifica che lasciano le cose senza una soluzione pulita, quelle che non finiscono bene né finiscono del tutto, che restano semplicemente in uno stato indefinito mentre la vita continua attorno senza consultarti.
Chiamai Martín. Mi disse che era lì vicino.
Ci incontrammo in una strada laterale, nel tardo pomeriggio, con quella luce autunnale che colora tutto d’ambra e fa sembrare tollerabili persino gli edifici brutti. Poca gente. Arrivò con le mani in tasca e mi abbracciò senza chiedere nulla. Rimasi immobile contro il suo petto con la testa sotto il suo mento.
—Com’è andata? —disse dopo un po’.
—Strano. Meglio dell’ultima volta. Non so.
Si scostò appena e mi guardò. Lo baciai prima che potesse dire altro. Fu un bacio lento all’inizio, ma gli morsi il labbro inferiore e sentii il suo corpo tendersi. Infilai la mano tra noi e gli strinsi il cazzo sopra i pantaloni. Era già mezzo duro. Lo spinsi nello spazio tra due auto parcheggiate, contro il muro di un edificio. Lui mi lasciò fare. Anche questo mi piaceva di lui: sapeva quando cedere il controllo senza che sembrasse una concessione.
Non c’era nessuno in quel tratto di strada. La luce del pomeriggio arrivava di sbieco e allungava ombre sull’asfalto.
Mi abbassò le calze fino a metà gamba, senza fretta, con quella sua deliberazione che mi metteva sempre i nervi a fior di pelle prima ancora che succedesse qualcosa. Si inginocchiò lì, sul marciapiede, e scostò la stoffa delle mutandine con due dita. Mi leccò la figa dal basso verso l’alto, a lungo, in modo piatto, poi chiuse le labbra sul clitoride e succhiò. Mi aggrappai alla manica della sua giacca con una mano e ai suoi capelli con l’altra per non perdere l’equilibrio. Sentii la sua lingua entrare, uscire, tornare su al clitoride, e due dita sue farsi strada dentro, muovendosi piano, cercando. Un’auto passò in fondo alla strada e non smisi di fissare il tetto dell’edificio di fronte mentre lui mi mangiava la figa in ginocchio tra due macchine. La tensione accumulata del pomeriggio si sciolse a strati, lentamente, finché sentii salirmi addosso qualcosa che cominciò dai piedi e risalì senza fretta, prendendosi il suo tempo, finché non riuscii più a trattenere nulla. Venni nella sua bocca mordendomi la mano per non urlare, schiacciandogli la faccia contro di me, e lui mi succhiò fino alla fine, fino a farmi tremare le gambe così tanto che dovetti appoggiarmi al muro.
Quando mi raddrizzai, lui era già in piedi mentre si slacciava la cintura. Mi voltai verso il muro e appoggiai le mani sui mattoni freddi. Mi alzò la gonna con uno strappo e mi abbassò le mutandine fino alle ginocchia. Lo sentii sputarsi sulla mano, sentii che se la passava sul cazzo, e poi la punta che spingeva contro la mia figa bagnata. Entrò in un colpo solo, fino in fondo, e dovetti stringere i denti per non lasciarmi sfuggire un gemito che si sarebbe sentito in tutta la strada. Mi afferrò i fianchi con entrambe le mani, forte, con le dita che affondavano, e cominciò a scoparmi contro il muro. Veloce. Forte. Senza cerimonie. Il respiro di entrambi che si mescolava nell’aria fredda, il rumore umido del suo cazzo che entrava e usciva, i suoi fianchi che sbattevano contro il mio culo. Mi portò una mano davanti e mi strinse le tette sotto il maglione, mi pizzicò un capezzolo tra due dita, e io mandai indietro il culo perché entrasse di più. Mentre le auto passavano in fondo alla strada come se niente di tutto ciò esistesse, lui mi sussurrò all’orecchio "vieni di nuovo per me" e io venni, stringendolo dentro di me, e sentii che veniva subito dopo, in tre spinte profonde, con il corpo incollato al mio e la bocca contro la mia nuca.
Restammo immobili un momento dopo, ansimanti. Lui appoggiò per un istante la fronte alla mia nuca. Uscì piano, e sentii lo sperma scivolare all’interno della coscia mentre mi tiravo su le mutandine.
—Stai bene? —chiese.
—Sì —dissi—. Adesso sì.
Qualche settimana dopo seppi di essere incinta.
Non fu esattamente uno shock. Fu piuttosto la conferma di qualcosa che avevo cominciato a sospettare senza volerlo sapere fino in fondo. Lo dissi a Martín a colazione, con il test sul tavolo tra i due caffè. Mi guardò per un secondo lungo, con quella sua faccia non facile da leggere. Poi si alzò, mi avvolse con le braccia da dietro e restammo così per un po’ mentre il caffè si raffreddava.
Non c’era nulla da dire che non fosse già stato detto.