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Relatos Ardientes

Il vicino di sopra imparò ad ascoltare le mie notti

C’è qualcosa che non racconto quasi a nessuno: in sei mesi di isolamento ho imparato più cose sul mio corpo di quante ne avessi imparate in tutti gli anni precedenti messi insieme. Vivo da solo, in un appartamento piccolo di un vecchio palazzo dove le pareti sono sottili come carta, e quando il mondo intero si è fermato ed è diventato impossibile scopare con qualcuno, non mi è rimasto altro da fare che rivolgere lo sguardo verso l’interno. Verso di me, verso il mio cazzo, verso tutto ciò che il mio corpo mi chiedeva a gran voce e che io per anni avevo liquidato in due minuti.

Ho trentaquattro anni e sono sempre stato uno di quelli che hanno bisogno di scaricarsi spesso. Non è un’esagerazione: ci sono giorni in cui il desiderio mi sveglia nel cuore della notte come se avessi di nuovo diciott’anni, col cazzo duro appiccicato alla pancia e la testa piena di immagini che non chiedono il permesso. La notte è la mia ora. Quando il palazzo sprofonda nel silenzio e si sente soltanto il ronzio del frigorifero, qualcosa dentro di me si accende e non c’è modo di spegnerlo finché non vengo.

Prima risolvevo in fretta, quasi per sbrigare una pratica: quattro seghe al giorno, lo sperma sparato contro un fazzoletto, e via. Ma l’isolamento mi ha costretto ad avere pazienza con me stesso, a trattarmi come avrei voluto che mi trattasse un’altra persona. E ho scoperto, quasi senza volerlo, che il piacere in solitudine non deve per forza essere una versione minore di qualcos’altro. Può essere un intero territorio da esplorare, una mappa di nervi e buchi che io stesso non conoscevo.

***

Il mio primo compagno di quei mesi era rimasto chiuso in un cassetto per parecchio tempo, comprato d’impulso un pomeriggio e quasi dimenticato subito dopo. Un dildo grosso, scuro, con le vene in rilievo e dimensioni tali che la prima volta mi aveva intimidito così tanto da farmelo rimettere nel cassetto senza riuscire a infilarmelo. Una sera qualunque l’ho tirato fuori, con un bicchiere di vino di troppo e la casa al buio, e quella notte è cambiato tutto.

Mi sono steso supino sul letto, con le gambe aperte, mi sono spalmato il culo di lubrificante finché le dita non mi scivolavano da sole, e ho cominciato con un dito. Poi due. Quando il terzo è entrato con facilità e ho sentito il buco aprirsi chiedendo altro, mi sono inginocchiato sopra il giocattolo fissato al materasso e sono sceso lentamente. La testa grossa ha forzato l’ingresso, si è fermata per un secondo, e poi il mio stesso peso l’ha spinta fino in fondo. Ho gridato contro il cuscino. Non per il dolore: per la sorpresa del cazzo. Per la sensazione di essere pieno per la prima volta dopo mesi, col cazzo che gocciolava da solo senza che lo toccassi, puntato verso il soffitto, mentre alzavo e abbassavo i fianchi incastrandomi quel pezzo di gomma come se fosse il cazzo di qualcuno.

Sono venuto pochi minuti dopo, senza usare le mani, stringendo il culo attorno al giocattolo, con fiotti densi che mi cadevano sul petto e sullo stomaco. Sono rimasto lì, infilzato, ansimante, e ho capito che quel cassetto aveva chiuso i battenti. Quell’aggeggio non sarebbe più tornato da nessuna parte.

Come tanta gente, potevo lavorare da casa. Passavo le mattine davanti al computer, rispondendo alle mail e partecipando a riunioni interminabili. Ed è stato proprio lì, tra un foglio di calcolo e l’altro, che mi è venuta l’idea più assurda e migliore di tutta la quarantena. Ho scoperto che, se lo fissavo bene alla sedia, con la ventosa attaccata al sedile, e mi sedevo lentamente, potevo continuare a lavorare col cazzo duro sotto la scrivania e il culo aperto, attraversato da una sensazione lenta che mi saliva lungo la schiena ogni volta che mi muovevo appena.

Ho imparato a dissimulare durante le riunioni. A stringere le labbra quando il piacere minacciava di sfuggire sotto forma di ansito, a muovere appena i fianchi mentre qualcuno parlava degli obiettivi trimestrali e io sentivo il cazzo di silicone affondato fino in fondo, a toccarmi un punto che faceva piangere il mio cazzo sopra gli slip. Se sapessero, pensavo, e quell’idea mi eccitava ancora di più. Immaginavo la direttrice che parlava di KPI mentre io, con la telecamera staccata dalla vita in giù, mi scopavo da solo usando soltanto le contrazioni. Ogni mattina finivo con gli slip fradici di liquido preseminale e, non appena chiudevo l’ultima riunione, mi strappavo i pantaloni di dosso, mi sdraiavo a pancia in giù sulla scrivania e me lo segavo con entrambe le mani fino a schizzare sul pavimento. I colleghi attribuivano il mio sorriso, immagino, alla voglia di cominciare la giornata.

***

La doccia è diventata un altro dei miei posti preferiti. Avevo comprato un altro giocattolo con la ventosa, più sottile e più ricurvo, e lo fissavo alle piastrelle all’altezza giusta. Sotto l’acqua calda che mi cadeva sulla schiena, col vapore che appannava ogni cosa, mi appoggiavo con le mani alla parete, tiravo fuori il culo e mi impalavo all’indietro. Spingevo i fianchi contro la parete una volta dopo l’altra, scopandomi da solo, sentendo come ogni spinta mi strappava un gemito più roco, più animalesco. Il rumore dell’acqua copriva i miei lamenti, o almeno allora lo credevo. Il cazzo mi penzolava duro tra le gambe, rimbalzando a ogni colpo, finché non riuscivo più a resistere: allora me lo afferravo con la mano insaponata e mi facevo una sega rapida e brutale, venendo a fiotti contro le piastrelle mentre l’acqua trascinava lo sperma nello scarico.

E poi c’era la casa, che non era mai stata tanto pulita. Ho scoperto che le faccende domestiche, oltre a essere necessarie, potevano diventare un gioco. Mentre passavo l’aspirapolvere o stendevo i panni, andavo in giro nudo con un plug infilato nel culo, uno di quelli con la base larga che non escono neanche camminando. Mi sono inventato modi per non fermarmi mai del tutto. Improvvisavo con quello che avevo a portata di mano, imparavo a regolare lo spessore e il peso, a stringere lo sfintere attorno al tappo per sentirlo danzare dentro di me. Il trucco era non venire, lasciare che il compito più noioso diventasse una scusa per portare in giro il cazzo gonfio da una stanza all’altra, come chi si porta addosso un segreto gocciolante sotto i vestiti che non indossa.

Ricordo un pomeriggio domenicale, con la radio accesa e la luce che entrava obliqua dalla finestra, quando mi sono sorpreso a stirare camicie col plug infilato e il cazzo appoggiato al bordo dell’asse, tremando nello stesso momento, mordendomi il labbro per non gridare. Alla fine ho dovuto mollare il ferro, appoggiarmi con il davanti alla parete, sfilare il plug e masturbarmi con entrambe le mani come un animale, sputando lo sperma a fiotti contro le piastrelle del corridoio. Dopo ho riso da solo, sdraiato sul divano, col seme che mi colava ancora lungo la coscia. Non avrei mai immaginato che l’isolamento mi avrebbe portato fin lì.

***

Ma è stato nel mio letto che ho goduto davvero. Il letto vecchio, con la testiera di legno che batteva contro la parete, quella parete sottile che separava la mia camera dal resto del palazzo.

Ho passato intere notti dedicate soltanto a me. Mi ungevo il corpo d’olio e lo percorrevo lentamente, pizzicandomi i capezzoli finché non diventavano duri, allungando ogni sensazione, negando al cazzo la fine una volta dopo l’altra finché non ce la facevo più. Ho imparato quello che chiamano edging: portare la sborra sull’orlo esatto, sentire i coglioni cominciare a stringersi e poi mollare di colpo. Aspettare. Respirare. Ricominciare. Cinque, sei, sette volte a notte, finché lo sperma non mi si accumulava alla base del cazzo come una minaccia, finché la carezza più leggera non mi faceva sobbalzare.

Ho imparato che il segreto non consisteva nel venire in fretta, ma nel trattenere: portare il cazzo sull’orlo e togliere la mano, poi tornare, e toglierla di nuovo, finché il piacere diventava quasi insopportabile e allora, solo allora, lasciarsi andare e schizzare a fiotti lunghi che mi arrivavano al collo, alla faccia, alla bocca.

A pancia in giù, con il cuscino ripiegato sotto i fianchi per sollevarmi il culo e le due mani aggrappate alla testiera, mi infilavo il dildo grande e imprimevo un ritmo che cresceva da solo. Prima lento, quasi timido, sentendo come lo sfintere si allungava a ogni discesa. Poi insistente, spingendo il culo all’indietro per ingoiarlo tutto. Alla fine frenetico, scopandomi contro il materasso mentre il cazzo mi strusciava contro il cuscino, col legno che batteva contro il muro in un martellare costante che riempiva la stanza, le gambe tese, tutto il corpo contratto come una corda sul punto di spezzarsi. E quando arrivavo, arrivavo con un grido soffocato contro il lenzuolo che nemmeno io riconoscevo come mio, venendo dentro e fuori allo stesso tempo, col culo che stringeva il giocattolo e il cazzo che si svuotava tra la pancia e le lenzuola fradice.

In quei mesi ho smesso di vergognarmi del mio stesso piacere. Ho smesso di venire in silenzio, di nascosto da nessuno, perché non c’era nessuno. O almeno così pensavo.

***

Una mattina, raccogliendo la posta da sotto la porta, ho trovato tra i volantini un foglio piegato in quattro. Non aveva mittente. L’ho aperto in cucina, col caffè in mano, aspettandomi una lamentela del condominio o un avviso del portiere.

Non era niente del genere.

«Vivo proprio sopra di te», diceva il biglietto, con una grafia curata e maschile. «Non voglio metterti a disagio e spero che tu non la prenda male. Ma questi mesi sono stati molto duri e, senza volerlo, ti ho ascoltato per più di una notte. Ti ho sentito gemere, ti ho sentito gridare, ti ho sentito venire. Non sai quante seghe mi hai fatto fare. Grazie per avermi ricordato che so ancora desiderare. Un vicino riconoscente.»

Sono rimasto in piedi in mezzo alla cucina, rileggendolo, col viso in fiamme e il cazzo che mi si gonfiava dentro i pantaloni. La vergogna è durata esattamente il tempo necessario a rendermi conto di un’altra cosa: non mi dava fastidio. Al contrario. L’idea che qualcuno, dall’altra parte del soffitto, avesse ascoltato le mie notti, avesse stretto il proprio cazzo proprio mentre io stringevo il culo attorno al giocattolo, avesse svuotato i coglioni ascoltando me svuotare i miei, mi ha attraversato il corpo come una scarica.

Sapevo chi era. L’avevo incrociato un paio di volte sulle scale. Un ragazzo della mia età o poco meno, dal sorriso facile, con braccia grosse e una bocca che ora immaginavo aperta, ansimante contro il soffitto mentre veniva per colpa mia. Viveva da solo proprio come me. Non ci eravamo mai parlati oltre un saluto. E all’improvviso condividevamo un segreto enorme, sostenuto da una parete di gesso e da una pozza di sperma per parte.

***

Quella notte non sono riuscito a pensare ad altro. Mi sono coricato presto, ma non per dormire. Sono rimasto sdraiato al buio, col cazzo già duro appiccicato all’ombelico, ad ascoltare. E per la prima volta sono diventato consapevole dei suoni che arrivavano da sopra: una sedia trascinata, dei passi, lo scricchiolio di un letto.

Ho sorriso nella penombra. È sveglio. Proprio come me. Arrapato. Proprio come me.

Non so cosa mi abbia posseduto. Forse la certezza di avere un pubblico, di non essere solo nella mia solitudine. Ho tirato fuori il dildo grande, quello che faceva rumore, l’ho attaccato alla testiera e mi sono inginocchiato sopra. Ho cominciato piano, come sempre, ma questa volta con tutta l’intenzione del mondo. Ho lasciato che la testiera parlasse per me, colpo dopo colpo contro la parete, scandendo un ritmo che sapevo avrebbe riconosciuto all’istante. Ho lasciato uscire la voce che di solito soffocavo contro il cuscino. Ho gemito forte, ho gemito da porco, ho detto sottovoce «così, ancora, più forte», sapendo che ogni parola attraversava il soffitto e gli arrivava dritta al cazzo.

Mi sono scopato il giocattolo per quasi un’ora. Salendo, scendendo, cambiando posizione. Mi sono messo a quattro zampe, con la testa rivolta al soffitto, immaginandolo proprio sopra di me, col cazzo in mano e la bocca aperta. Mi sono sdraiato su un fianco, mi sono aperto le natiche con entrambe le mani e ho chiesto ad alta voce al soffitto di scoparmi. Ho sussurrato porcate al materasso: che volevo il suo sperma, che volevo ingoiarlo, che volevo sentire il suo cazzo dove adesso avevo quello di gomma.

E sopra, il silenzio è cambiato. È diventato un silenzio che ascolta, un silenzio carico, attento. Per un istante ho creduto di sentire, tra un colpo e l’altro, uno scricchiolio che rispondeva al mio, come un’eco arrivata con un secondo di ritardo. Un ansito soffocato. Il rumore umido, inconfondibile, di una mano che veniva a tutta velocità su un cazzo bagnato. Due corpi separati da un soffitto, che si masturbavano l’uno per l’altro senza toccarsi, ogni mio gemito alimentava la sua sega, ogni suo scricchiolio mi tendeva ancora di più i coglioni.

Non avevo mai provato niente di simile. Non era soltanto il piacere del corpo: era sapere di essere desiderato, ascoltato, accompagnato attraverso l’unica distanza che l’isolamento non era riuscito a colmare. Quando non ho più resistito, mi sono afferrato il cazzo, l’ho scosso tre volte e sono venuto con un’intensità che mi ha lasciato vuoto e tremante, sparando fiotti densi contro la testiera, contro la parete, persino sulla mia faccia, col giocattolo ancora conficcato fino in fondo e il nome di uno sconosciuto sulla punta della lingua, anche se non lo conoscevo. Da sopra, un colpo secco. Un gemito sfuggito. E poi il silenzio. Eravamo venuti tutti e due nello stesso momento.

Il giorno dopo gli ho lasciato io un biglietto. Ci ho messo mezz’ora a scrivere tre righe. «Non l’ho presa male. Anzi. Quando sarà finita e si potrà, mi piacerebbe invitarti a prendere un caffè. E a tutto quello che verrà dopo. Le pareti ci conoscono già fin troppo bene.» L’ho firmato col numero del mio appartamento e l’ho fatto scivolare sotto la sua porta prima di potermi pentire.

Le settimane sono passate. Ci sono state altre notti e altri silenzi condivisi, una conversazione muta fatta di gemiti, colpi di testiera, orgasmi simultanei che nessuno dei due osava ancora mettere a parole durante il giorno. Ho imparato a desiderare con la certezza di essere ascoltato, e ho scoperto che quella certezza moltiplicava ogni sensazione fino a trasformarla in qualcos’altro: ogni sega pensando a lui, ogni giocattolo infilato pensando al suo cazzo, ogni orgasmo offerto verso l’alto come chi prega.

L’isolamento mi ha insegnato a stare con me stesso senza paura, a fare del piacere in solitudine un’arte e non un sostituto. Ho imparato che conoscere il proprio corpo, ogni nervo, ogni buco, ogni modo di venire, non è un premio di consolazione, ma la base di ogni scopata che valga la pena fare poi con qualcun altro. Ma mi ha anche regalato qualcosa che non mi aspettavo: la fantasia di un altro a portata di voce, che veniva nello stesso momento in cui venivo io, separato da appena pochi centimetri di parete. Quella vicinanza impossibile, quel gioco di echi e sperma nel buio, mi ha segnato più di qualsiasi scopata reale avessi fatto prima.

Quando finalmente abbiamo potuto riaprire le porte al mondo, la prima porta alla quale ho bussato è stata la sua. Mi ha aperto in mutande, col cazzo già evidente sotto la stoffa, e non è servito dire nulla. Ma questa, amici, è un’altra storia. E vi giuro che è valsa la pena di ogni notte d’attesa, di ogni orgasmo solitario, di ogni gemito lanciato al soffitto come un invito.

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