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Relatos Ardientes

Un sogno così reale che mi brucia ancora la pelle

Il filo dell’alba è un istante che dura quanto il corpo decide.

Non c’è orologio capace di misurarlo con esattezza. È quel momento singolare in cui l’oscurità cede senza clamore, in cui i primi raggi di sole filtrano attraverso la persiana socchiusa e disegnano sottili strisce, quasi timide, sulle lenzuola. L’aria ha un odore diverso a quest’ora. Più pulito. Con qualcosa che ricorda la terra umida e il tempo che non è ancora stato usato da nessuno.

La notte è ancora qui. Ma non comanda più.

Sono sveglia da alcuni minuti, anche se “sveglia” non è del tutto la parola esatta. Sono in quello stato intermedio in cui la mente galleggia senza ancoraggio e il corpo sente prima che la testa elabori qualsiasi cosa. Gli occhi chiusi. Il respiro lento. Il peso familiare delle lenzuola sui fianchi. Il calore che la cama conserva dopo ore di sonno immobile.

Non voglio muovermi. Non ancora.

C’è qualcosa in questo filo dell’alba, in questa frontiera porosa tra ciò che è stato e ciò che sta per essere, che mi sembra l’ora più onesta del mondo. Nessun obbligo ancora. Nessun rumore di ciò che viene dopo. Solo questo corpo, questo letto tiepido, e quella chiarezza che avanza con pazienza dal balcone fino a trovare me.

Respiro a fondo. Il silenzio della stanza ha una consistenza propria in questo istante.

E allora lo sento.

Calore dietro di me.

Non il calore impersonale delle lenzuola o del cuscino, ma un altro calore: uno che respira, che ha peso e volume concreti, che si appoggia alla mia schiena con la familiarità di chi ci è già stato altre volte. Un corpo che sale e scende al ritmo del respiro. Caldo. Presente. Reale in un modo che mi è difficile mettere in dubbio, anche se qualcosa nel profondo di me sa che dovrei farlo.

Resto completamente immobile.

So che se mi muovo romperò qualcosa. Non so esattamente cosa, ma ho quella certezza che non ha bisogno di ragionamento. Così rimango immobile, con gli occhi ancora chiusi, e lascio che quel calore mi avvolga mentre cerco di non pensare troppo al fatto che tutto questo abbia o no senso.

Il suo respiro arriva misurato. Profondo. Ancora a metà strada tra il sonno e la veglia, proprio come me.

E poi arriva la sua mano.

All’inizio è solo un contatto sul mio fianco. Le dita non cercano nulla in particolare: seguono la curva del mio corpo con una lentezza senza alcuna fretta, come se stessero imparando qualcosa che già conoscono a memoria. Una mano grande, calda, che ricorda i contorni prima che il resto di lui finisca di svegliarsi. Senza che me ne accorga, mi ha attirata qualche centimetro più vicino a sé, e in quel piccolo movimento sento contro le mie natiche il rigonfiamento duro della sua cazzo, ancora intrappolata nel tessuto del boxer, pesante e calda contro la curva del mio culo.

Continuo a fingere di dormire.

Ma il mio corpo non dorme più. Il mio cazzo pulsa piano, come un battito in più, e sento l’umidità cominciare a farsi strada tra le cosce senza che io possa evitarlo.

Il suo palmo incontra il mio ventre e vi si ferma un momento, immobile, caldo, senza fare altro. Posso sentire il calore che attraversa la stoffa leggera della camicia da notte. Il suo pollice si muove appena, un piccolo semicerchio lento, quasi distratto. Come se le sue mani conoscessero la strada anche se lui non fosse ancora del tutto presente. Quella carezza minima mi provoca un tremito che parte dal ventre e sale dritto fino ai capezzoli, che mi si irrigidiscono sotto il tessuto finché non mi fanno male.

Mi mordo l’interno del labbro per non fare alcun suono.

Il suo respiro sulla mia nuca cambia. Non è più così profondo né così lento. Più corto, più sveglio. Mi preme leggermente con il fianco e sento ciò che ha tra le gambe: l’intera verga, grossa, che segna il solco tra le mie natiche sopra i vestiti, muovendosi appena in piccoli colpi pigri che cercano lo spazio. Un calore concentrato, inconfondibile, che si appoggia al mio culo con una pressione deliberata, sebbene ancora contenuta. Ancora in attesa.

—Sei sveglia —dice. Non è una domanda. La sua voce ha quella densità di chi si è appena svegliato, bassa e un po’ roca, e quella raucedine mi attraversa tutta in un modo che non posso fingere di non sentire.

Non rispondo.

—Va bene —mormora—. Non devi dire niente. Io so cosa vuoi.

Le sue labbra trovano il mio collo. Un bacio tenero all’inizio, quasi senza forza, appena un contatto. Poi un altro con un po’ più d’intenzione. La sua lingua sfiora la mia pelle, la morde lentamente sotto l’orecchio, e devo controllare il respiro perché non si noti troppo quanto tutto questo mi stia sconvolgendo. Non ci riesco del tutto. Un piccolo gemito mi sfugge tra i denti.

La sua mano lascia il mio ventre e sale. Lentamente, con una sicurezza che non ha bisogno di affrettarsi. Quando arriva al mio seno, non stringe: si limita a posarsi lì, calda e ferma, rimparando ciò che già sa. Le sue dita trovano il capezzolo sopra la stoffa e lo pizzicano appena, facendolo ruotare tra pollice e indice finché non inarchio la schiena senza poterlo evitare. E quello, paradossalmente, è ciò che mi fa desiderare di più.

Mi arrendo senza dirlo.

Muovo i fianchi all’indietro, cercandolo, strofinando il culo contro il suo cazzo duro finché non lo sento ringhiare piano. Solo un gesto piccolo, ma sufficiente perché lui lo capisca senza che io debba spiegare niente. La sua mano sul mio seno reagisce: stringe piano, con cognizione di causa, calibrando la pressione come se mi conoscesse da sempre. Le dita tirano su la camicia da notte sopra le tette e adesso è pelle contro pelle, e il capezzolo nudo contro il suo palmo ruvido mi strappa un ansimo che non posso più fingere.

—Così —dice, poco sopra un sussurro—. Continua a muoverti così per me.

La sua mano scende. Non con urgenza, ma con quella calma specifica di chi sa esattamente dove sta andando e non ha alcuna fretta di arrivarci. Passa sul mio fianco, scende lungo l’esterno della coscia, poi risale all’interno con una pazienza che comincia a farmi impazzire nel modo migliore possibile. Quando arriva, trova ciò che già sapevo avrebbe trovato: calore, umidità, un cazzo fradicio che si apre da solo al primo tocco, il desiderio che tengo custodito da quando l’ho sentito dietro di me.

—Cazzo —mormora contro la mia nuca—. Guarda come sei. Stai colando.

Le sue dita si muovono piano. Con una precisione che non è meccanica ma deliberata, come se ogni movimento fosse una domanda che attende risposta nel mio corpo. Percorre le labbra del mio cazzo dall’alto in basso, raccogliendo l’umidità con due dita, spalmandola su tutta la fica fino a lasciare il clitoride lucido e pulsante. Cerchi lenti attorno al glande, senza toccarlo direttamente ancora, torturandomi. Pressione esatta quando finalmente lo copre con la punta del dito medio. Il ritmo che svuota la mia testa di tutto il resto.

Poi scende. Un dito grosso entra in me senza resistenza, sprofondando fino in fondo, e io mi stringo involontariamente attorno a lui con un lungo ansimo. Esce piano, fradicio, ed entra un altro ancora. Due dita che mi fottono con lentezza metodica mentre il pollice continua a tracciare cerchi sul clitoride.

—Sei stretta dentro —dice—. Come stringi.

Il mio corpo risponde senza che io debba decidere nulla.

I fianchi cominciano a muoversi da soli, montandogli le dita, cercando il ritmo che lui propone. Mi appoggio contro il suo petto e lui mi accoglie. Con la mano libera abbassa il boxer con uno strattone, e adesso è la verga nuda a premere contro il mio culo: calda, dura, con la punta già bagnata che gocciola contro la mia pelle. La sua gamba apre la mia da dietro con una fermezza dolce, lasciandomi esposta, e sfila le dita dalla mia fica solo il tempo giusto per sostituirle con qualcos’altro.

Sento la testa grossa del suo cazzo sfregarsi contro le mie labbra fradice. Su e giù, scivolando lungo tutta la fessura, coprendosi della mia umidità. Si ferma all’ingresso per un secondo, premendo appena, facendomi aspettare.

—Chiedimelo —sussurra al mio orecchio.

—Fottemi —ansimo—. Mettermelo dentro, adesso, per favore.

Entra in me lentamente. Così lentamente che sembra un’eternità, spingendo centimetro dopo centimetro, aprendomi a poco a poco finché lo sento tutto dentro, grosso e caldo e pulsante contro le mie pareti. E quell’eternità è esattamente ciò di cui avevo bisogno.

Un suono lungo mi sfugge, un gemito gutturale che non riconosco come mio. Lui risponde con uno più basso, più trattenuto, quasi un sospiro di sollievo contro la mia nuca.

—Ferma —mormora, e non è un ordine: è una carezza detta ad alta voce—. Lascia che la senti tutta.

Resta sprofondato fino in fondo, senza muoversi, lasciandomi sentire ogni millimetro di quel cazzo che mi riempie completamente. Posso notare come batta dentro di me, come la mia fica si adatti attorno ad esso, come l’umidità mi scivoli lungo la coscia. Solo allora comincia a muoversi: indietro molto piano, fino a quasi uscire del tutto, e di nuovo dentro con la stessa lentezza premeditata.

Ci muoviamo insieme con quella pigrizia deliberata che esiste solo al mattino, quando il corpo è ancora carico del calore notturno e non ha fretta di arrivare da nessuna parte. Senza urgenza. Senza nulla che debba essere ottenuto in fretta. I suoi fianchi segnano un ritmo costante che si adatta al mio senza alcuno sforzo apparente, spingendomi da dietro con affondi lunghi e profondi che mi scuotono lentamente contro il materasso. Una mano sul mio seno, che stringe la tetta, pizzica il capezzolo. L’altra sul mio clitoride, senza fermarsi, a disegnare quei cerchi che mi tengono sul limite fin dall’inizio.

Stringo il suo braccio con entrambe le mani. Mi aggrappo a lui come se fosse l’unica cosa stabile in quest’alba che si sta dissolvendo piano intorno a noi. Ogni volta che entra fino in fondo, il suono umido dei nostri corpi che si scontrano si mescola al mio respiro spezzato e al leggero scricchiolio del materasso.

—Non smettere —gli dico, e la mia voce mi suona più roca di quanto mi aspettassi, più urgente—. Non smettere, non smettere, non smettere.

Lui non smette. Al contrario: accelera appena, spingendo un po’ più forte, e il suono del suo fianco che batte contro il mio culo diventa costante. Il suo cazzo entra ed esce con un ritmo perfetto, e sento sfuggirmi gemiti sempre più acuti che non provo nemmeno a trattenere.

—Ecco —ansima lui contro il mio orecchio—. Così, per me. Continua a stringermi così.

Il calore sale da dove siamo uniti e si diffonde verso l’esterno in onde che conquistano territorio. Verso le cosce, la schiena, la base della nuca. Il respiro mi si fa irregolare. Lui aggiusta l’angolazione, mi solleva la gamba con la mano che aveva sul mio seno e mi apre un po’ di più, e all’improvviso il cazzo mi colpisce in un punto preciso a ogni affondo, un luogo esatto dove il piacere si dirama e cresce fino a quando non riesco più neanche a tentare di trattenerlo.

—Sto per venire —lo avverto con la voce spezzata—. Sto per venire sul tuo cazzo.

—Vienimi addosso —ringhia lui—. Vienimi addosso con dentro il mio cazzo.

Mi inarchio. Lui mi trattiene per il fianco con una mano ferma, conficcando le dita nella pelle, e continua a spingere con quella cadenza che non si allenta più. L’altra mano non smette di lavorare sul mio clitoride, premendo, sfregando, pretendendo.

E allora arriva: un picco lungo, sostenuto, che mi attraversa dall’alto in basso e mi lascia senza fiato per diversi secondi. I miei muscoli si contraggono con forza attorno alla sua verga, uno spasmo profondo che si ripete a ondate, e lui lo sente, e questo lo porta anch’esso al limite. Sento il suo respiro spezzarsi nel mio orecchio, un ringhio rauco contro il mio collo, le sue dita che stringono la mia pelle fino a farmi male, e all’improvviso sento il calore della sua eiaculazione spargersi dentro di me, colpire il fondo in più getti densi mentre lui continua a spingere piano, svuotandosi tutto, fino a restare immobile incollato alla mia schiena. Poi quel momento di assoluta quiete in cui restiamo entrambi fermi, uniti, condividendo il calore e il silenzio del dopo. Posso sentire come il suo cazzo continui a pulsare dentro di me, come lo sperma cominci a colare lentamente lungo la congiunzione dei nostri corpi.

Solo il suono del nostro respiro. Che si riprende. Piano piano.

***

Il letto è freddo.

Apro gli occhi e la luce ha già avanzato parecchio nella stanza. Il sole è più alto di quanto dovrebbe essere se tutto ciò che è venuto prima fosse stato reale. Non c’è nessuno dietro di me. Il lenzuolo dall’altro lato è liscio, intatto, senza il peso né il calore di alcun corpo. Solo il cuscino, e la mia mano ancora stretta sulla stoffa delle lenzuola.

Resto a fissare il soffitto per alcuni secondi senza muovermi.

Era un sogno. Certo che era un sogno.

Ma il mio corpo non se n’è ancora accorto. La mia pelle è ancora in fiamme, i capezzoli duri contro la stoffa della camicia da notte, le cosce tese. Il respiro mi si normalizza lentamente. Tra le gambe c’è un’umidità che non ha nulla di onirico: quella è assolutamente reale, una pozza tiepida contro le mutandine fradice, completamente mia, completamente presente in questa stanza dove non c’è nessun altro.

Mi muovo piano tra le lenzuola. Mi stiracchio. Lascio che il ricordo del sogno si depositi senza provare ad analizzarlo, capirlo o sezionarlo.

La sua voce risuona ancora da qualche parte nella mia testa. Ferma. Così. Vienimi addosso con dentro il mio cazzo.

Porto la mano al corpo.

Non in fretta. Seguendo la stessa lentezza deliberata che aveva lui nel sogno. Le mie dita percorrono la strada che hanno percorso le sue: il ventre, il fianco, l’interno della coscia. Sposto la stoffa delle mutandine e mi trovo completamente fradicia, le labbra della fica gonfie, il clitoride pulsante come se non avesse mai smesso. Mi concedo il tempo di trovare quel calore che è ancora lì, in attesa, senza essersene andato del tutto.

Non cerco di riprendermi il sogno. Seguo soltanto ciò che è rimasto di lui sulla mia pelle.

Due dita entrano nella mia fica con la stessa facilità con cui entrava lui, e il pollice trova il clitoride senza bisogno di cercarlo. I fianchi rispondono subito, come se continuassero qualcosa rimasto interrotto nel punto sbagliato, montandomi la mano con un’oscillazione pigra. Il piacere torna senza che io debba cercarlo troppo: era lì vicino, custodito, a pochi passi da dove l’avevo lasciato. Le mie dita si muovono con la pressione che conosco, il ritmo che so funzionare, l’angolo che non fallisce mai. Con l’altra mano mi pizzico un capezzolo sopra la camicia da notte, facendolo girare tra le dita proprio come ha fatto lui.

Lascio uscire l’aria molto piano. Un gemito basso mi sfugge tra i denti.

La stanza è immobile. Il sole continua ad avanzare senza chiedere il permesso a nessuno. Fuori c’è qualche uccello insistente e il rumore lontano di un’auto. Il mondo va avanti, ma qui dentro il tempo appartiene ancora a questo: alle mie dita affondate nella mia fica, all’umidità che mi cola fino al culo, al battito del clitoride sotto il pollice.

Il piacere sale di nuovo, questa volta più concentrato, più diretto, più mio di qualsiasi altra cosa in questa stanza. Mi mordo il labbro inferiore. Le mie dita non si fermano. Accelero il ritmo, stringo un po’ di più, incurvo le dita dentro di me cercando il punto esatto dove lui toccava.

E quando arriva, è breve e pulito e solitario ed esattamente ciò di cui avevo bisogno. Uno spasmo acuto che mi scuote i fianchi e mi strappa un gemito corto contro il cuscino, mentre sento la fica contrarsi più volte attorno alle mie stesse dita.

Resto immobile con la mano ancora lì, lasciando che gli ultimi echi si dissolvano da soli. Il respiro torna regolare. Il corpo si assesta. Il lenzuolo resta freddo dall’altro lato.

Sorrido senza che nessuno mi veda.

Il sogno è stato esattamente ciò di cui avevo bisogno. Non perché lui esistesse, né perché fosse reale, ma perché dentro di esso ho trovato ciò che da giorni cercavo senza sapere come chiederlo a nessuno: quell’attenzione lenta, quel calore costante, quel ritmo che non compete con nulla e con nessuno.

Ho inventato tutto. Ogni mano, ogni voce, ogni pressione esatta nel punto esatto. Ogni centimetro di quel cazzo che mi riempiva fino in fondo.

E come l’ho fatto bene.

Mi giro verso il lato dove non c’era nessuno e stendo il braccio sul cuscino ancora freddo. Fuori, il filo dell’alba è già diventato mattina. Qui dentro, anch’io.

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