Ciò che la mia amica vide sotto la mia gonna da tennis
Sorteggiammo le squadre e capitai con lei. Dopo pochi minuti capii che si era accorta di tutto e che le piaceva guardare tanto quanto a me piaceva essere guardata.
Sorteggiammo le squadre e capitai con lei. Dopo pochi minuti capii che si era accorta di tutto e che le piaceva guardare tanto quanto a me piaceva essere guardata.
Ci scambiammo un solo sguardo tra gli appendiabiti e capii che quel pomeriggio non sarei tornata a casa la stessa. Nemmeno lui lo sapeva ancora.
La vidi salire sul treno e capii che non avrei dormito. Non immaginavo che l’avrei spiata dalle ombre del soffietto mentre un altro uomo la prendeva contro il finestrino.
Non ci esponiamo perché ci vedano: semplicemente smettiamo di nasconderci. E se una tapparella si muove dall’altra parte della siepe, lei sorride e apre un po’ di più le gambe.
Sonia mi aspettava all’ingresso del ristorante con un vestito così corto che a ogni respiro raccontava un segreto. E io ero arrivata pronta a raccontare il mio.
«Voglio che ci masturbiamo guardandoci», mi disse in macchina. Non me l’aspettavo, ma guardarla senza toccarla mi eccitò all’istante.
Scendemmo in garage a giocare come quando eravamo fidanzati. Quello che non aspettavamo era che quella notte ci fosse qualcun altro sveglio tra le auto.
Quando chiusi la porta a chiave, lui si voltò e mi rimproverò per aver baciato un altro uomo. Non capii se nei suoi occhi bruciassero rabbia o desiderio.
La sala era quasi vuota quando la sua mano si posò sul bracciolo. Avevo quarantadue anni e credevo di sapere tutto sul desiderio. Quella sera scoprii di no.
Tornai dal secondo appuntamento con il cuore a mille, e quello che meno mi aspettavo era che quella sera mio marito mi avrebbe chiesto di raccontargli tutto.
Tutti affrettavano il passo davanti al suo chiosco per non sentire le sue oscenità. Un pomeriggio d’estate, Dalia si fermò a comprare un gelato e non seppe più tornare a casa.
Pensavo che quelle foto fossero solo mie, finché lei non contò fino a cinque davanti alle navi e si sollevò la gonna senza avvisare.
Avevamo pianificato quella notte per una settimana: suo marito al calcio, mia moglie a lezione. Quello che non avevamo calcolato era quante volte ci avrebbero interrotto.
Attraversammo il parco al buio e, prima che me ne rendessi conto, era in ginocchio davanti a me con un sorriso che ancora non riesco a togliermi dalla testa.
Sotto il cappotto lungo non aveva assolutamente niente, e appena le porte si chiusero mandai l’ascensore all’ultimo piano per averla tutta per me.
Abbassai il chiavistello, mi inginocchiai sulle piastrelle fredde e seppi che gli avrei obbedito fino in fondo, anche se chiunque poteva entrare nel bagno accanto.
Quando mi restavano solo il reggiseno e il tanga, la mia amica salì sul palco e chiese che la musica ricominciasse da capo. Non voleva lasciarmi sola lassù.
Avevamo provato ogni gesto, ogni parola, ogni limite. Il gioco era nostro e soltanto nostro. Finché due sconosciute non sbucarono tra gli alberi e cambiarono tutto.
Eravamo sposati da dodici anni e non l’avevo mai vista così padrona di sé come quel pomeriggio, lasciandosi guardare in piedi in acqua da uomini che non conoscevamo.
Siamo usciti quasi senza salutarci. In macchina, con la rabbia che mi bruciava ancora dentro, decisi di ricordargli a chi apparteneva quella notte.