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Relatos Ardientes

La mia ragazza è partita e ho scoperto quanto piacere potevo darmi da sola

Ero da diversi mesi in una relazione a distanza e, per tutto quel tempo, l’unico sesso che ho conosciuto è stato quello che mi davo da sola. Non è una lamentela. Mi piace toccarmi, mi conosco bene e sono capace di regalarmi sessioni lunghe, lente, di un piacere che molte non capirebbero. Ma ci sono cose che una mano propria non sostituisce: il peso di un altro corpo sopra il mio, due seni che si premono contro i miei, il respiro altrui sulla nuca. Sono bisessuale, quindi sono abituata a desiderarlo tutto, e quell’ampiezza del desiderio diventa più difficile da sopportare quando non hai nessuno vicino.

Bruna, la mia ragazza, ha dovuto andare via per lavoro senza una data chiara di ritorno. All’inizio parlarono di due settimane. Quando scadettero, il termine passò a un mese. E così, ancora e ancora, finché all’improvviso erano tre mesi che era via, in una città che io conoscevo solo per le foto che mi mandava all’alba.

I primi giorni non me ne accorsi nemmeno. Anche vivendo insieme avevamo avuto periodi di poca camera da letto, settimane in cui la stanchezza o la routine ci vincevano. Ma, con il passare dei mesi, il mio corpo ha iniziato a reclamare il suo. E non in modo discreto.

Ero accesa tutto il giorno. Potevo essere ai fornelli, a guardare una serie o, peggio ancora, in piena riunione di lavoro, quando dal nulla mi assaliva un ricordo. La vedevo chinata su di me, mentre mi succhiava i seni con quella sua disperazione, spremendoli con la bocca come se fosse da ore affamata. Ricordavo le sue dita che giocavano con i miei capezzoli, li trattenevano, li tiravano lentamente finché non mi strappavano un gemito. Ricordavo la sua lingua che tracciava lenti cerchi intorno all’areola prima di richiudersi di nuovo sulla punta.

Poi ci scambiavamo i ruoli. Allora ero io a leccare, mordicchiare e divorare i suoi seni. E che seni. Bruna ha delle tette che non si possono ignorare. Siamo tutte e due tettone, ma nel mio caso è perché sono robusta: fianchi larghi, un po’ di pancia, cosce piene e un bel culo. Lei è magra, minuta, a parte quel petto generoso che sembra sfidare il resto della sua silhouette. Qualunque cosa indossi — vestiti larghi, una blusa modesta, un maglione a collo alto — si notano sempre. Riceve sguardi in strada tutti i giorni, e lo so perché ho camminato al suo fianco contando quegli sguardi.

Così eccomi lì: nella solitudine di casa mia, in fila al supermercato, sul vagone della metro, su una panchina al parco o sudata in palestra, intrappolata una volta dopo l’altra nel ricordo delle sue tette e di tutte le volte in cui le ho baciato, stretto e fatte mie.

Altre volte tornava la sua bocca tra le mie gambe. Il modo in cui mi leccava il clitoride mentre mi penetrava con due dita, senza fretta, leggendo ogni tremito del mio corpo per capire quando premere e quando allentare. Quella combinazione mi faceva esplodere. Ho orgasmi bagnati, di quelli che lasciano traccia, e a lei piaceva da morire ricevere tutto quello in faccia, leccarmi ancora un po’ dopo per assicurarsi di non lasciare nulla senza assaggiare.

A Bruna piace la lingerie, più sensuale è meglio è, quindi era inevitabile ricordarla anche con il pizzo nero sulla pelle chiara, o con quel body color carne che dava l’illusione di non avere nulla addosso, appena un’ombra di tessuto sui capezzoli e sul pube, quanto bastava per far impazzire chiunque. Mi piaceva cominciare a leccarle i capezzoli sopra la stoffa e, dopo un bel po’ attaccata al suo petto, scoprire che la parte inferiore di quella biancheria era completamente inzuppata. Allora iniziavo a carezzarle il sesso ancora sopra lo slip, sentendo l’umidità attraversare il pizzo. Quella sensazione faceva impazzire me tanto quanto il mio tocco faceva impazzire lei. Solo più tardi, quando non resistevamo più, le toglievo tutto per toccarla e baciarla senza barriere.

***

Tutti quei ricordi mi cadevano addosso come una pioggia che non si può evitare. E in quei mesi mi sono masturbata come mai prima in vita mia.

La sera dell’altra volta è stata diversa. Mi sono versata un bicchiere di vino rosso, ho spento le luci forti e ho lasciato solo la lampada del comodino. Mi sono spogliata lentamente, davanti allo specchio, guardandomi come se fosse un’altra persona a osservami. Mi sono infilata a letto con il telefono e ho cominciato a leggere racconti erotici, quelli che cerchi quando il corpo chiede più di quanto l’immaginazione sappia dare da sola.

Mischiavo ciò che leggevo con i miei ricordi. Immaginavo che Bruna ed io fossimo le protagoniste di ogni storia: allattamento, threesome tra donne, forbici, sesso in luoghi pubblici dove potevano scoprirci. Mentre il bicchiere si svuotava, ho cominciato a toccarmi i seni, a pizzicarmi i capezzoli con la stessa lentezza con cui lo faceva lei. Ho fatto scendere le mani sul ventre, sulle cosce, e ho sfiorato appena il mio sesso solo per confermare quanto fossi già bagnata.

Mi sono percorsa tutta, prestando attenzione alla sensazione esatta dei polpastrelli sulla pelle. Poi sono arrivata al clitoride e ho cominciato sul serio. Lo sentivo più grande, più fermo, gonfio per tutto il sangue che si era concentrato lì. Lo lavoravo alternando la velocità, fermandomi appena prima che diventasse troppo, abbassando di tanto in tanto le dita per affondarle dentro di me. Una mano sotto, l’altra sul seno. Mi portavo al limite e poi indietro. Di nuovo al limite, e di nuovo indietro.

Non esagero, sono stata quasi un’ora in quel gioco di quasi-arrivare e ricominciare. Ogni volta che mi fermavo, il mio corpo protestava con una scossa che mi saliva lungo le gambe. Ancora un po’, mi dicevo, solo un po’ di più e poi smetto. Ma non smettevo.

Quando non potevo più sopportare la voglia, e con il vino che mi faceva sentire il corpo pesante e allentato, ho aperto il cassetto del comodino. Ho preso un plug, l’ho lubrificato bene e l’ho inserito lentamente. Mi ha fatto un po’ male; con la fretta non mi ero dilatata abbastanza, ma quel bruciore breve si è mescolato a un piacere che non so descrivere. Quello che mi piace di più è la sensazione di essere piena da ogni parte, così ho preso anche il vibratore, quello a forma di coniglietto che stimola due zone alla volta, e me lo sono fatto scivolare dentro.

All’inizio l’ho lasciato spento. Avere già occupati i due buchi mi teneva al limite, con il respiro spezzato e il petto che si alzava e si abbassava. Poi ho acceso il vibratore. La punta ha cominciato a lavorare sul clitoride mentre il resto vibrava dentro di me, e io mi sono lasciata andare completamente, pensando a ciò che avevo letto, a Bruna, alle amanti che avevo avuto prima di lei, a bocche e mani che si confondevano nella mia testa.

La mia mente era un groviglio di immagini accese, ma allo stesso tempo non riuscivo a fissarmi su nessuna, perché il piacere mi trascinava più in fretta di quanto potessi pensare. Mi sentivo sfacciata, affamata, libera. Una donna che in quel momento esisteva solo per sentire. Ho retto il più possibile, rimandando la fine finché il corpo ha smesso di obbedirmi.

È arrivato un orgasmo, poi un altro, e un altro ancora, in catena, finché sono esplosa in uno che mi ha fatto inarcare la schiena, chiudere le cosce sulla mia stessa mano e bagnare il letto senza alcun pudore. Sono rimasta a tremare, con il respiro rotto, a fissare il soffitto nella penombra. Ci sono voluti diversi minuti prima che tornassi in me.

***

Quelle sono diventate le mie sessioni preferite, e non avevo alcuna intenzione di rinunciarci. Mi piaceva scoprire che, nella solitudine di casa mia e della notte, potevo darmi tutto il piacere che volevo senza chiedere il permesso a nessuno. Toccare con calma, riempirmi con i miei giocattoli, portarmi al limite ancora e ancora, riposare e continuare.

A volte mi registravo. Altre volte mi facevo foto o mandavo audio a Bruna con la voce spezzata, perché sentisse dalla sua città lontana ciò che la sua assenza stava provocando in me. Lei mi rispondeva con messaggi che mi obbligavano a ricominciare, e così passavamo intere notti, ognuna nel proprio letto, unite da uno schermo e dalla voglia.

Sono ancora accesa, dannatamente accesa. Mi manca il corpo della mia ragazza, il suo peso, il suo odore, le sue tette sulla mia faccia. Conto i giorni per riaverla con me e rifarmi di ogni ora di questi mesi. Ma intanto, da sola, con me stessa, me la passo fin troppo bene.

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