Lo ringraziai nell’aula vuota per quello che aveva fatto per me
Mi aveva salvato il corso senza chiedere nulla in cambio. Quel pomeriggio decisi di ringraziarlo in un modo che nessuno dei due avrebbe mai dimenticato.
Mi aveva salvato il corso senza chiedere nulla in cambio. Quel pomeriggio decisi di ringraziarlo in un modo che nessuno dei due avrebbe mai dimenticato.
«Voglio che ci masturbiamo guardandoci», mi disse in macchina. Non me l’aspettavo, ma guardarla senza toccarla mi eccitò all’istante.
Per anni aveva scritto orgasmi per sconosciuti senza volto. Quella notte, per la prima volta, qualcuno dall’altra parte dello schermo volle sapere come si chiamava davvero.
Le ho detto che non mi veniva in mente nulla da scrivere. Si è alzata dalle mie gambe, ha lasciato cadere i vestiti a terra e mi ha ordinato con un sorriso: «Descrivimi».
Il corsetto aderiva al suo corpo come una seconda pelle e il raso gli stringeva i polsi. Davanti allo specchio, Adrián smetteva di fingere e finalmente era chi desiderava essere.
Quella mattina mi sono svegliato con un’idea fissa in testa e, per la prima volta, non l’ho scacciata. Quello che ho fatto da solo mi costa ancora confessarlo ad alta voce.
Tra una mail e l’altra, con la porta chiusa e il cronometro in funzione, da anni perfeziono una routine che non ho mai raccontato a nessuno. Fino a oggi.
Avevo vent’anni e non avevo mai visto un uomo nudo quando Mariela mi portò al muro sul retro e sussurrò di guardare dalla fessura.
Erano le 18:53 quando suonò il citofono. Dopo tre settimane di attesa, eccola lì, seria ed elegante, pronta a rispettare tutte le sue condizioni.
Per una settimana intera la osservai da dietro una duna, convinto che non mi sarei mai avvicinato. Finché perse le chiavi di casa un sabato pomeriggio.
La sala era quasi vuota quando lei scelse di sedersi a una poltrona di distanza. Non guardava lo schermo: guardava me, e voleva che me ne accorgessi.
Aprii le tende ancora mezza addormentata e non mi resi conto che lui era dall’altro lato del vetro, a guardarmi. E qualcosa in quello sguardo mi fece venire voglia di lasciarlo continuare.
L’avevo deciso la sera prima, mentre lui dormiva: la mattina seguente avrei cominciato, da sola, una routine che immaginavo da anni e che non avevo mai osato mantenere.
Salii sull’ultimo vagone pensando a un viaggio tranquillo. Non avrei mai immaginato che la donna col vestito verde mi avrebbe invitato a guardare ciò che il suo compagno stava per farle.
La prima volta fu un riflesso nel vetro: una sagoma immobile dall’altra parte del patio, che la guardava fare colazione in vestaglia. Non scostò la tenda. Non la chiuse nemmeno.
Mi nascosi sul pianerottolo solo per ascoltare la sua voce grave parlare del mio corpo. Sapevo che era sbagliato. Sapevo anche che non riuscivo più a smettere.
Quella notte, dopo aver pubblicato, aprii la posta e trovai un suo messaggio. Non sapevo che uno sconosciuto potesse eccitarmi così tanto solo con le parole.
Avevo la finestra aperta e la mano dove non doveva essere quando sentii la sua voce a tre metri di distanza. Quando aprii gli occhi, lei mi stava già guardando.
Mi sono seduta davanti, accanto all’autista, solo per curiosità: quella notte ho capito che certe decisioni si prendono senza pensarci troppo.
Mi sedetti nella penombra, decisa a non toccare nessuno e a limitarmi a osservare. Ma le mie dita avevano altri piani, mentre lei si offriva a due uomini a un metro da me.