Ho scoperto che non avevo bisogno di nessuno per sentirmi così
Nessuno mi aveva insegnato a desiderarmi. Quella mattina, con la casa vuota e la luce che entrava dalla finestra, ho deciso di insegnarmelo da sola.
Nessuno mi aveva insegnato a desiderarmi. Quella mattina, con la casa vuota e la luce che entrava dalla finestra, ho deciso di insegnarmelo da sola.
Lei si alzò arrabbiata perché lui guardava il calcio e non si accorgeva di lei. Non sapeva che quel colpo contro il tavolino avrebbe acceso tutto il pomeriggio.
Le valigie ancora da disfare e, sotto uno dei letti, un mucchio di riviste vecchie che nessuno dei tre fratelli riuscì a smettere di guardare quel pomeriggio di calore.
Da mesi fingeva che la sua uniforme non mi facesse effetto. Quel pomeriggio, con la sua coscia fasciata e le mie mani tremanti sulla sua pelle, capii che non ce la facevo più.
Stiamo insieme da anni e c’è ancora qualcosa che non osso chiederle. Ogni volta che si inginocchia davanti a me, la fantasia ritorna e faccio fatica a tacere.
Gli ho mandato una foto della mia figa aperta dal bagno della caffetteria. Quello che è successo dopo, davanti a quella vetrata, mi fa ancora tremare le gambe.
Provai le scarpe di corsa un sabato mattina, senza immaginare che sarei tornata a casa con i leggings umidi per motivi che non avevano nulla a che vedere con il correre.
Ho sempre creduto che fosse una cosa da ragazze facili. Poi mi sono inginocchiata davanti a lui, mi sono guardata nello specchio antico e ho capito di essermi sbagliata per anni.
Puliva la terrazza in perizoma e quasi nuda, senza sapere che due uomini la spiavano dal palazzo di fronte. E a me, vederla desiderata, mandava fuori di testa.
Era entrato nella sua torre per saldare un vecchio debito. Non immaginava che sarebbe rimasto immobile dietro la tenda, trattenendo il fiato, incapace di distogliere lo sguardo.
Mancavano due ore alla videochiamata e il mio corpo già tremava. Non mi sarei toccata neanche una volta; bastava scrivere ciò che dovevo fare su me stessa.
Ci sono mattine in cui mi sveglio bagnata, con i capezzoli duri e un solo pensiero fisso. È cominciata un’altra delle mie settimane di calore e nessuno in casa immagina cosa nascondo.
Non l’ho mai visto di persona. Mi sono bastate le mie parole, un altare di candele e la certezza che un uomo può inginocchiarsi davanti a qualcuno che non gli restituirà mai il gesto.
Da sei anni ci riunivamo per la stessa cosa: raccontarci di tutto e toccarci senza pudore. Quella sera Camila promise una sorpresa e aprì la porta della stanza accanto.
Accettai la sfida senza immaginare che la quinta foto mi avrebbe portata in una caletta deserta, davanti a uno sconosciuto disteso sotto l’ultimo raggio di sole.
Lo seguii lungo il corridoio senza pensarci, con il cuore in gola. Sapevo che, se avessi spinto quella porta, non ci sarebbe stato ritorno, eppure la spinsi.
Rilesse il messaggio quattro volte e il cuore le batteva come a vent’anni. Aveva cinquantanove anni e una sconosciuta le aveva appena risvegliato qualcosa che credeva perduto per sempre.
Ero solo nel suo appartamento quando vidi i suoi sandali accanto al divano. Sapevo che non dovevo toccarli, ma quella notte scoprii di cosa ero capace per un capriccio che non avevo mai confessato.
Voleva solo una camicia decente. Ma poi lei alzò lo sguardo da dietro il bancone, e la mente di Andrés cominciò a inventare ciò che non sarebbe mai successo.
Cominciò con battute tra amici e finì con schermate che nessuno dei due avrebbe dovuto mostrare all’altro. A lei piacevano le ragazze; a me, la sua sfacciataggine.