La trans che mi ha pagato per esaudire la mia fantasia
Non mi avevano mai attratto gli uomini, ma quella figura sullo schermo risvegliò qualcosa che non seppi nominare. E allora lei mi propose di pagarmi.
Non mi avevano mai attratto gli uomini, ma quella figura sullo schermo risvegliò qualcosa che non seppi nominare. E allora lei mi propose di pagarmi.
Ho la guancia incollata alle piastrelle fredde e non ricordo la sua faccia, solo il ritmo con cui entra e esce da me mentre le sue mani mi tengono i fianchi.
Abbiamo iniziato con sticker scemi a fine turno. Poi è arrivato il soprannome. Poi la fantasia. Quella notte mi ha scritto che casa mia gli era più vicina e non ho saputo dire di no.
Quando entrò nuda nella sua stanza, con addosso soltanto la blusa e quei fianchi bianchi che oscillavano, capii che non avrei più potuto dormire in quella casa senza pensare a lei.
Indossava una minigonna, calze nere e occhiali da sole che mi impedivano di capire quando mi stesse sgamando. Finché smise di fingere e iniziò a giocare con me.
A quarantotto anni, in un bar di Miami, la mia migliore amica mi prese per il collo e mi baciò. Fu la mia prima volta con una donna e seppi che non sarei più tornata indietro.
Abbassai la luce del salotto per non farmi vedere, ma quando il lenzuolo cominciò a muoversi sotto il suo fianco capii che quella notte non avrei dormito.
Scese in sala senza mutandine e senza reggiseno. Diceva di non sapere cosa le stesse succedendo, ma io cominciavo già a capirlo: quel giorno avrebbe superato ogni limite.
Quella notte sono sceso per bere un bicchiere d’acqua e non sono mai arrivato in cucina. Quello che vidi nell’ombra dell’angolo mi inchiodò per un’ora intera.
Sono arrivata presto in piscina con un bikini che lasciava poco all’immaginazione. Volevo capire se la ragazza dal sorriso malizioso si sarebbe spinta oltre.
I miei amici passeggiavano ridendo tra le vetrine. Io mi fermai davanti alla sua e, dal modo in cui mi ricambiò lo sguardo, seppi che quella notte non era per loro.
Da due giorni abbassavo le tende per nascondere quello che facevo. Quell’ultima mattina decisi di lasciarle aperte, e la donna in uniforme rimase immobile dall’altra parte del cortile.
Quando mi sporsi dal finestrino dell’auto per vedere se mia sorella fosse ancora sveglia, lo scoprii alla finestra, mentre fumava. E capii che non avrebbe distolto lo sguardo.
Eravamo separati da sei anni, ma quel baby doll in vetrina mi riportò a una mattina qualunque e a un video dimenticato in una cartella persa del computer.
Volevo che la guardassero. Che se la mangiassero con gli occhi. Quello che non immaginavo era che uno degli sconosciuti in fondo avrebbe osato cercarla sotto le docce.
Chiusi gli occhi nel camerino vuoto e lasciai che la fantasia mi portasse più lontano di quanto avessi immaginato. Quando li riaprii, non c’era più ritorno.
Posai la tazza sul comodino, mi inginocchiai accanto al letto e capii che quella mattina nulla sarebbe mai più stato come prima in quella casa.
Scese al bagno una notte senza elettricità convinto di essere solo in casa. La luce di un cellulare illuminava la cucina e capii perché i due si comportavano in modo così strano.
Aprii la porta convinta che fosse mio marito. Ero in intimo, spettinata e scalza. Quando vidi chi era, capii che non sarei riuscita a chiuderla in tempo.
Quella mattina ho deciso di uscire senza niente sotto la gonna. Non volevo essere toccata, solo osservata. E nella gelateria al piano di sopra qualcuno se ne è accorto.