La mia nuova compagna ha scoperto la mia debolezza per i suoi piedi
Sono entrato nel master senza conoscere nessuno. È bastato che lei accavallasse le gambe e si sfilasse un sandalo perché smettessi di pensare al resto.
Sono entrato nel master senza conoscere nessuno. È bastato che lei accavallasse le gambe e si sfilasse un sandalo perché smettessi di pensare al resto.
Erano due settimane che nessuno mi usava come ne avevo bisogno, così mi sono messa il vestito più facile da togliere e sono andata nell'unico posto dove sapevo che non mi avrebbero mai detto di no.
Quella sera oltrepassò la tenda del retrobottega sapendo che avrebbe obbedito a ogni ordine, per quanto degradante, senza che nessuno la costringesse.
Non ebbi bisogno di leggere il suo nome per capire che quei pantaloni verdi che descriveva con tanto dettaglio erano i miei. E capii, in quell’istante, che l’avrei fatto supplicare.
Scese le scale di quello studio sapendo che non ne sarebbe uscita la stessa donna: tre paia di mani l’aspettavano per ricordarle chi era davvero.
Contammo fino a tre e ci togliemmo il costume davanti a tutti. Quello che non sapevo era che lei aveva nascosto una chiave nel suo collare per il resto della giornata.
Credevo che avrei passato un pomeriggio tranquillo nello chalet di Renata. Non immaginavo che avrei finito col trattenere il respiro mentre lei dava ordini a Ximena.
Mi ordinò di spogliarmi e lasciai che le sue mani stringessero ogni cavo contro la mia pelle. Quando cominciai a bagnarmi, capii che non si poteva più tornare indietro.
Lui decideva quando spogliarmi, quando legarmi e davanti a chi. Io dovevo solo obbedire, e scoprii che obbedire mi accendeva più di quanto avessi mai ammesso.
Gli ordinai di restare in ginocchio e non muoversi. Ciò che venne dopo gli insegnò che, con me, obbedire non è un’opzione: è l’unica regola che esiste.
Ho resistito per tutto il pomeriggio pensando all’istante esatto in cui avrei varcato quella porta e lui avrebbe capito, di nuovo, per cosa era lì.
Sentii i suoi piedi scalzi sulla mia spalla nel buio della sala. Poi una voce mi chiese se mi piaceva come odoravano i suoi calzini, e seppi solo rispondere di sì.
Molte persone mi chiedono da dove venga il mio fetish per i guanti di gomma. Quasi nessuno conosce la risposta. È cominciato un venerdì, nella stanza di mia zia, con la porta chiusa a chiave.
Lavoravo da tre mesi e mi ci aggrappavo come all’oro. Quella mattina, sola con lui prima dell’apertura, scoprii quanto mi piacesse obbedire.
Il receptionist mi consegnò un pacco senza mittente. Dentro c’era un plug di metallo e un biglietto con la sua grafia: «Per il nostro appuntamento, voglio che lo indossi».
Trovai le sue mutandine piegate sull’ultimo gradino, ancora tiepide, e capii che non era una dimenticanza: era un ordine che dovevo obbedire in ginocchio.
La notte in cui lo aspettai con la camicetta aperta, capii che non ero più la stessa: mi ero rifatta per accendere il desiderio di un solo uomo.
Il mare mi ha sputato sul ponte di uno yacht senza un solo uomo a bordo. Quando mi sono svegliato la seconda volta, avevo già il loro vestito addosso e non capivo perché mi lasciassi fare.
Quando si inginocchiò sotto la doccia e mi guardò con quel sorriso, capii che non c’era più ritorno: la sua fantasia e la mia stavano per oltrepassare un confine.
Tre anni a piedi nudi, due anelli alle dita e la certezza che a fine giornata lui si inginocchierà a leccare ogni impronta del cammino che lei ha percorso.