Il segreto dell’assistente nell’ufficio del direttore
Indossava un completo impeccabile e, sotto, il pizzo che solo lui poteva vedere. Quando la serratura dell’ufficio scattava, Noa smetteva di essere l’assistente perfetto.
Indossava un completo impeccabile e, sotto, il pizzo che solo lui poteva vedere. Quando la serratura dell’ufficio scattava, Noa smetteva di essere l’assistente perfetto.
Lo presero mentre rubava cibo nel cuore della notte; quando lo costrinsero ad alzare il volto sotto la chioma arruffata, il patrizio riconobbe occhi che credeva perduti per sempre.
Lavoravo in azienda da tre settimane quando si chinò sul tavolo e mi disse che avevo qualcosa che attirava l’attenzione. Quel pomeriggio lo seguii.
Da un anno cercavo qualcuno disposto a prendermi completamente. L’e-mail di quella sconosciuta cambiò tutto: non voleva giocare con me, voleva prendersi la mia vita intera.
I suoi piedi sul bordo della mia poltrona furono solo l'inizio. Quella notte scoprii fin dove ero disposto ad arrivare per compiacerla.
Per anni le rubavo le ciabatte per nascondermi con loro. Il pomeriggio in cui mi scoprì su una scala, capì esattamente come usare il mio segreto.
Le lamentele dei vicini non la spaventavano; la eccitavano. In quell’ascensore sapeva di birra e di uomo sporco, e lei era già in ginocchio prima di arrivare all’ultimo piano.
Bastò che lei mi trovasse in ginocchio accanto al letto perché l’amicizia si spezzasse e iniziasse un’altra cosa: obbedire a ogni suo capriccio senza discutere.
La prima volta che mi ordinò di dipingermi le unghie dei piedi, mi tremavano le mani. Non per paura: per la voglia di obbedirle.
Custodivo quel segreto da anni. Bastarono una bottiglia di vodka e una vecchia infradito bianca perché lei prendesse il controllo e mi mettesse in ginocchio.
Quando mi afferrò per il braccio all’uscita, capii che non cercava delle scuse. Cercava uno schiavo, e io ero già in ginocchio prima ancora che lo chiedesse.
È bastato che lei guardasse i miei piedi nudi sulle piastrelle fredde per capire, prima di me, in che tipo di uomo potevo trasformarmi se me lo ordinava.
Scesi in bagno con un’urgenza semplice e la trovai lì, insaponata e sorridente, già consapevole dell’ordine che stavo per darle.
Si tolse la scarpa in macchina, fece scivolare il piede fino al mio inguine e sussurrò: «La tua prima volta sarà obbedendomi? Meglio per tutti e due» .
Da settimane ammiravo i suoi piedi dall’ultima fila. Il giorno in cui si tolse i sandali e mi fissò, capii che non c’era più ritorno.
Arrivò dall’allenamento con l’uniforme ancora addosso, mi guardò dall’alto e capii che quel pomeriggio qualcosa tra noi sarebbe cambiato per sempre.
Le dissi che mi piacevano i suoi piedi e rise. Non immaginava che quel pomeriggio, mentre badava alle nipotine, io sarei stato in ginocchio davanti al suo letto con le sue scarpe in mano.
Fingevo da anni di non guardarle i piedi. Quella notte, scalza sul letto, mi ordinò di inginocchiarmi e seppi che non sarei più tornato indietro.
Nei weekend non vado al cinema per il film. Vado a sedermi in fondo, ad aspettare che piedi sconosciuti si appoggino su di me e decidano quanto posso resistere.