Marina e lo sconosciuto che suo marito ha scelto
Marina ed Esteban avevano percorso una lunga strada da quei primi anni di matrimonio, quando si leggevano racconti erotici sottovoce e scoprivano che le parole altrui accendevano qualcosa di proprio. I figli erano ormai adulti e se n’erano andati, e all’improvviso la casa era rimasta in silenzio e a loro disposizione. Quella libertà appena conquistata li spinse a cercare di nuovo la scintilla che tante volte li aveva tenuti svegli fino all’alba.
Lei era una donna dalla pelle morena chiara e i capelli ondulati, minuta, con tette piccole e capezzoli scuri che le si indurivano con il freddo o con uno sguardo, e anche ampie che si muovevano con una cadenza che non sapeva nascondere. Aveva qualcosa di timido, nonostante il suo lavoro di editrice e gli anni passati a correggere manoscritti altrui. Esteban, invece, era più alto, con occhi scuri e profondi, e condivideva con lei quel gusto per le parole precise. Quella complicità intellettuale era la vera lingua della coppia, e anche il terreno dove germogliavano le fantasie più sporche, quelle che si sussurravano con la bocca incollata all’orecchio mentre lui la penetrava da dietro nel buio.
L’idea non nacque da un giorno all’altro. Cominciò con un’avventura swinger finita male. Avevano conosciuto Damián e sua moglie su un forum di contatti, e si erano dati appuntamento una notte in un hotel dopo un paio di bicchieri. Ma la moglie di Damián si chiuse a riccio appena si spensero le luci, e la gelosia ispessì l’aria fino a renderla irrespirabile. L’incontro si sbriciolò tra scuse impacciate e un ascensore in silenzio.
—Non è questo che voglio —le disse Esteban più tardi, a letto, a voce bassa—. Io non voglio scambiare. Voglio vedere te. Voglio vedere come un altro ti scopa e tu vieni per me.
Marina rimase a guardare il soffitto. Sapeva cosa stava insinuando, perché per mesi lo aveva insinuato tra le righe. Voleva vederla con un altro uomo. E la cosa più sconvolgente era che quell’idea, invece di offenderla, le aveva aperto un varco caldo nello stomaco e le aveva bagnato le mutandine all’istante.
—Con Damián? —chiese lei, quasi senza voce.
—Con chi vuoi tu —rispose lui—. Ma mi è piaciuto come ti guardava quella sera. Ti guardava le tette quando ridevi. E tu lo sapevi.
Marina non rispose. Esteban le infilò una mano sotto la camicia da notte e verificò, con un sorriso contro il suo collo, che era fradicia. Le affondò due dita nella figa lentamente e lei inarcò le anche contro il suo palmo senza riuscire a evitarlo. Venne nel giro di pochi minuti, mordendogli la spalla per non gridare, mentre lui le sussurrava nell’orecchio quanto bene gliel’avrebbe succhiata Damián, come le avrebbe aperto le gambe e le avrebbe ficcato la cazzo fino in fondo.
***
La timidezza di Marina oppose resistenza per giorni. Esteban non la forzò; si limitò a sussurrarle cose all’orecchio quando meno se lo aspettava, a ricordarle i racconti che tanto li avevano eccitati, a descriverle scene che lei finiva per completare da sola nella testa, sveglia alle tre del mattino con una mano tra le cosce. Una notte, senza che lui dicesse niente, fu lei a girarsi nel buio e a mormorare di sì.
Esteban contattò Damián nella chat del forum e gli spiegò l’idea senza girarci intorno. La risposta lo sorprese. Damián non era il maschio spaccone che si vantava di conquistare donne sposate perché il marito «non era all’altezza». Al contrario: accettò con riserva, quasi impacciato, chiedendo più di una volta se Marina fosse davvero d’accordo. Quella cautela fu proprio ciò che finì di convincere la coppia. Ci vedevano qualcuno di rispettoso, non un predatore in cerca di una preda.
Si videro prima in un bar discreto, dalle luci calde e dai tavoli distanziati, per rompere il ghiaccio. La conversazione partì con risate nervose e silenzi che duravano un secondo di troppo. Marina si era messa un vestito aderente che le segnava le anche, senza reggiseno, e anche se si sentiva esposta, si sentiva pure guardata in un modo che aveva dimenticato. Damián la osservava con un’ammirazione discreta, senza ingordigia, e Esteban teneva la conversazione con la naturalezza di chi vuole che tutti si sentano a proprio agio.
—E non ti mette a disagio? —chiese Damián a Esteban, diretto, dopo il secondo giro—. Parlo sul serio. Non voglio mettere il naso dove non sono invitato.
—Mi metterebbe a disagio farlo di nascosto —rispose Esteban—. Questo è l’esatto contrario. Voglio che tu te la scopi davanti a me.
Marina ascoltava con il bicchiere a metà strada tra le labbra. C’era qualcosa di profondamente intimo nell’udirli parlare di lei, decidere di lei, desiderarla a voce alta come se non fosse presente. Accavallò le gambe sotto il tavolo e si accorse di avere la bocca secca e la figa bagnata sotto la gonna.
***
Salirono in una stanza dello stesso hotel, ampia, con tende pesanti e una luce indiretta che lasciava tutto in una penombra dorata. L’aria si caricò di elettricità appena si chiuse la porta. Per allentare la tensione cominciarono con un gioco stupido, un mazzo di carte e la regola che chi perdeva si toglieva un capo. Marina perse la prima mano e si sfilò le scarpe ridendo, grata per la scusa per ridere. Alla seconda perse il vestito e rimase in mutandine nere e senza nulla sopra, con i capezzoli già induriti che puntavano verso i due uomini che la guardavano in silenzio.
Esteban, fedele al suo ruolo di facilitatore, propose di passare a qualcosa di meno protocolare. Si sedettero sul letto, lei al centro, affiancata dai due uomini. Le prime carezze furono dolci, quasi attente. Esteban le baciò il collo, quelle labbra che lei conosceva a memoria tracciando il solito cammino, e Marina sospirò lasciando cadere la testa all’indietro. Damián, dall’altro lato, esitò un istante prima di sfiorarle il braccio con la punta delle dita. Fu un contatto minimo, ma le fece rizzare la pelle dalla nuca fino alla base della schiena.
I baci si fecero più profondi. Esteban prese l’iniziativa, la baciò con quella quieta possesso degli anni, e le sue mani risalirono le cosce di lei fino a sfiorare il tessuto bagnato delle mutandine. Marina, con gli occhi chiusi, allungò una mano alla cieca verso Damián e lo cercò. Lui si chinò e le baciò la spalla, poi la clavicola, poi scese a un capezzolo e lo succhiò piano, tirandolo con le labbra, mentre il suo respiro caldo le apriva la pelle. La doppia attenzione la disarmava: non sapeva a chi rispondere per primo, e quella deliziosa indecisione la faceva ansimare a voce alta.
Damián osò di più. Le massaggiò le anche con entrambe le mani, seguendo quella curva che tanto aveva guardato al bar, mentre Esteban le apriva le gambe e le passava le dita sopra la figa, ancora oltre il tessuto, sentendo quanto fosse fradicia. La timidezza di Marina andava sciogliendosi nel calore, strato dopo strato. Fece scivolare una mano sotto i pantaloni di Damián e trovò la sua cazzo già dura, grossa, più larga di quella di suo marito, e le sfuggì un gemito quando la palpò per intero. Esteban, lontano dall’allontanarsi, le guidò la mano, incitandola a tirargliela fuori, a masturbarlo piano.
—Succhiagliela —le sussurrò all’orecchio—. Voglio vedere come gliela mangi.
Marina obbedì come in trance. Si chinò sul grembo di Damián e si mise la cazzo in bocca, fino a dove riuscì, ingoiando saliva e soffocando un po’ quando arrivò in fondo. Damián lasciò uscire un lungo ansito e le affondò le dita nei capelli, senza forzare, solo tenendola mentre lei saliva e scendeva. Esteban, dietro di lei, le strappò le mutandine con uno strattone e le aprì le natiche con le mani per vederla meglio, per guardare come le si contraeva la figa mentre succhiava un altro. Le passò due dita sulle labbra gonfie e gliele spinse dentro fino alle nocche, e Marina gemette con la bocca piena, muovendo le anche contro la mano di suo marito mentre continuava a mamarlo.
Damián la allontanò con dolcezza prima di venire. La fece sdraiare sulla schiena sul materasso e le aprì le gambe bene. Esteban si sedette di lato, senza toccarla più, solo guardando, con il respiro spezzato. Damián le seppellì il viso tra le cosce e cominciò a mangiarle la figa con fame, lingua piatta, succhiandole il clitoride, infilando la lingua dentro il più possibile. Marina si contorceva sul letto, aggrappata alle lenzuola, la schiena inarcata, i capezzoli puntati al soffitto. Disse a suo marito cose che non gli aveva mai detto ad alta voce, porcherie che le sfuggivano tra gli ansimi, che le piaceva da morire, che non doveva smettere, che sarebbe venuta nella sua bocca.
E venne. Venne con un grido roca, schiacciando la testa di Damián contro la sua figa con entrambe le mani, tremando tutta dalle cosce al ventre. Esteban le baciava la tempia e le mordeva l’orecchio mentre lei finiva, mormorandole che era stupenda, che era la donna più arrapata che avesse mai visto in vita sua.
Damián si raddrizzò tra le sue gambe con la bocca lucida e la cazzo puntata verso il suo ventre. Marina, ancora tremante, gli aprì di più le cosce con le mani e lo guardò dal basso. Damián si sistemò, le passò la punta sulle labbra della figa fradicia, giocando, e cominciò a entrare piano, centimetro dopo centimetro, mentre lei lasciava uscire l’aria poco a poco. Quando la ebbe fino in fondo, si fermò, e i due rimasero a guardarsi. Esteban, accanto, non perdeva un dettaglio.
E allora, proprio quando l’incontro sembrava sul punto di traboccare, Damián si fermò del tutto. Si ritrasse piano, ansimando, con la cazzo lucida ancora in mano.
***
—Non posso —disse, ritirandosi ancora un po’, con la voce roca e il viso acceso—. Non così. Non con te che guardi. Non posso venire dentro di lei con te che mi guardi.
Esteban non si risentì. Capì anzi che quell’esitazione era la prova definitiva che non si erano sbagliati con quell’uomo. Damián sentiva che arrivare fino in fondo con Esteban che guardava equivaleva a mettere piede in un territorio che non gli spettava, e quella decenza a disagio lo onorava più di qualsiasi spacconata.
Rimasero in tre per un po’ seduti, riprendendo fiato, con i corpi a metà vestiti e la stanza ancora densa di desiderio interrotto, l’odore di figa e di sudore incollato alle lenzuola. Mentre si abbottonava la camicia, Damián lo disse quasi tra sé:
—Potrei, se non ci fossi tu. Solo noi due.
Marina ed Esteban si guardarono sopra la sua spalla. Non servì parlare. Chiesero un momento da soli, uscirono nel corridoio, e lì, sotto la luce fredda delle applique, l’idea finì di prendere forma. Non un trio. Un’altra cosa. Qualcosa che a Esteban accelerava il battito in un modo nuovo: lasciarla andare, restare fuori, immaginare come un altro uomo avrebbe infilato il cazzo a sua moglie mentre lui aspettava a casa.
—Tu vuoi? —le chiese lui, cercandole gli occhi.
Marina impiegò un po’ a rispondere. Pensò a ciò che significava, alla linea che stavano oltrepassando, a quello che lui avrebbe davvero provato quando non sarebbe più stata una fantasia detta a letto ma qualcosa avvenuto in una stanza in cui lui non sarebbe entrato. Ma guardandolo capì che Esteban non la osservava con gelosia. La guardava con un desiderio che lei non gli aveva mai conosciuto, acceso proprio dall’idea di non esserci, d’immaginarla ad aprire le gambe per un altro, a venire con la cazzo di Damián dentro.
—Lo voglio —disse, e le tremò la voce—. E poi torno a casa con te e me lo scopi di nuovo tutto.
Esteban le si avventò addosso nel corridoio e la baciò contro la parete, con una mano infilata sotto la gonna del vestito a metà indossato, controllando ancora una volta quanto fosse bagnata. Quasi la scopò lì stesso, accanto all’ascensore, ma si trattenne.
***
I giorni seguenti furono un’attesa carica. Esteban e Damián si scambiarono messaggi per organizzare l’incontro, questa volta solo tra lui e Marina. Le chat si riempirono di anticipazione: Damián che descriveva quello che le avrebbe fatto con una franchezza che prima non si era permesso — come se la sarebbe scopata davanti e dietro, come le avrebbe riempito la figa di sperma —, Esteban che alimentava la mente di sua moglie con dettagli, ricordandole quei vecchi racconti che tanto li avevano uniti. La cosa sconvolgente, quella che nessuno dei due ammise del tutto, era che Esteban si masturbava ogni giorno leggendo quei messaggi e godeva nell’essere l’architetto di qualcosa che lo avrebbe lasciato fuori.
La sera prima, la tensione in casa era fisica. Marina si preparava mentalmente, immaginando di nuovo le grandi mani di Damián sulle sue anche, questa volta senza la rete di sicurezza di suo marito accanto. Esteban la osservava muoversi per la camera da letto con un misto di gelosia controllata ed eccitazione, consapevole che quello era il vero inizio, il punto in cui la fantasia diventava abitudine. Quella notte la scopò piano, a pancia in giù, mordendole la nuca mentre le descriveva all’orecchio ciò che le avrebbero fatto il giorno dopo, come Damián le avrebbe aperto le natiche, come gliel’avrebbe messo fino in fondo, come lei sarebbe venuta con la cazzo di un altro dentro. Marina venne tre volte prima che lui finisse.
Il telefono di Marina vibrò sul comodino. Un messaggio di Damián, stringato: «Domani alle otto, al solito bar. Sei pronta?». Lei lo lesse due volte. Sentì Esteban avvicinarsi da dietro, appoggiarle il mento sulla spalla, leggere lo schermo con lei. Non disse nulla; le baciò solo il collo, piano, come a darle ancora una volta il permesso, e le pizzicò un capezzolo sopra la maglietta.
Marina rispose con una sola parola e un cuore alla fine. Poi mise il telefono a faccia in giù e restò immobile, con il polso che le martellava in gola e la certezza che, il giorno dopo, la sua vita di coppia sarebbe rinata con un sapore che entrambi cercavano da troppo tempo.


