Quello che il mio corpo mi ha insegnato quel pomeriggio da sola in casa
Aspettavo quel momento da settimane. Non in modo consapevole, non con una data segnata sul calendario, ma con una specie di energia accumulata che cresce quando sai che qualcosa sta per succedere e non sai esattamente quando. La mia famiglia aveva accennato all’escursione con giorni di anticipo: tutto il giorno fuori, ritorno dopo il tramonto. Avevo annuito con naturalezza, senza chiedere dettagli, calcolando in silenzio le ore che questo avrebbe significato.
Quel pomeriggio li sentii uscire. Il rumore dell’auto che si allontanava lungo la strada, il silenzio che seguì. Rimasi immobile nella mia stanza per un minuto intero, con i palmi appoggiati sulle ginocchia, contando nella testa.
Poi mi alzai e andai al cassetto che non aprivo quando c’era qualcuno in casa.
***
Allora stavo già da quasi due anni esplorando il mio corpo da sola. Dal primo anno di università avevo capito che ciò che sentivo dentro non coincideva del tutto con quello che vedevo nello specchio, e avevo trovato in quei momenti di solitudine una zona che era solo mia, senza spiegazioni da dare né etichette da incastrarmi addosso.
Il mio corpo era magro, con fianchi che si marcavano più di quanto io credessi dovessero in una persona della mia corporatura. Negli ultimi anni avevo lasciato crescere i capelli fino alle spalle, mossi e castani, con un volume naturale che stava bene. Da mesi andavo in palestra nel quartiere tre volte alla settimana, senza dirlo a nessuno per quale vero motivo. Squat, estensioni d’anca. Il risultato era visibile quando mi mettevo di profilo davanti allo specchio del bagno: un culo rotondo, sodo, che rimbalzava a ogni passo e che mi faceva stringere le cosce ogni volta che lo guardavo di sfuggita.
Quel pomeriggio avrei usato tutto questo.
***
Il completo lo avevo progettato con tempo. Non in modo ossessivo, ma in quel modo in cui certe idee maturano da sole finché un giorno sono già pronte. Una camicia bianca di mia sorella, la più aderente che avesse, che io annodavo all’altezza dell’ombelico lasciando scoperto un pezzo di addome. Una gonna a quadri verde e blu che mi arrivava giusto sotto i glutei, quasi troppo corta. Un paio di calze nere a rete che salivano fino a metà coscia e che avevo comprato in un negozio online, consegnate in una busta senza nome del mittente.
E le scarpe. Tacchi a spillo neri, comprati sei mesi prima dicendo alla commessa che erano per un’amica. Li avevo nascosti in una borsa dentro l’armadio, sotto vestiti che nessuno spostava.
Mi truccai davanti allo specchio del bagno, con la porta chiusa anche se non c’era nessuno. Matita nera sul bordo della palpebra, ombretto scuro sfumato verso l’esterno, rossetto color borgogna spesso, di quelli che lasciano il segno. Lo feci lentamente, con più concentrazione di quanta ne mettessi in qualunque altra cosa. Quando finii, mi raccolsi i capelli in uno chignon e feci un passo indietro per vedermi intera.
Così.
Era questo ciò che mi appariva quando chiudevo gli occhi. Quella ragazza nello specchio, con la bocca rossa e le calze nere e la gonna che appena copriva la figa, era ciò che avevo immaginato per tutto il tempo.
Tornai in camera. Mi sedetti sul bordo del letto con le gambe incrociate, la gonna che risaliva sulle cosce senza che io facessi nulla per abbassarla. Rimasi così per alcuni secondi, lasciando che il momento esistesse, sentendo l’elastico delle mutandine di pizzo stringermi contro l’inguine, già caldo e cominciato a bagnarsi solo per l’attesa.
***
Gli oggetti li avevo trovati settimane prima, rovistando nell’armadietto del bagno dove mia madre teneva prodotti che non usava più. Due contenitori di plastica dura, cilindrici, di quelli che vengono con balsami o maschere per capelli. Li avevo lavati con acqua calda e sapone, asciugati, poi riposti avvolti in un asciugamano sul fondo del mio cassetto.
Il primo era sottile e corto, maneggevole, e l’avevo già usato varie volte nei mesi precedenti. Il secondo era più grosso e sensibilmente più lungo, così spesso che a malapena riuscivo a chiudere tutta la mano intorno, e fino a quel pomeriggio l’avevo tenuto solo tra le mani, soppesandolo, immaginandolo dentro di me, misurando con lo sguardo quanto potesse arrivare a entrarmi.
Mi sdraiai a pancia in giù sul letto, con i fianchi sollevati su un cuscino. Presi il più piccolo, lo pulii con un fazzoletto umido, lo tenni davanti al viso per un momento.
Poi me lo misi in bocca lentamente.
Il rossetto borgogna lasciò il suo segno sulla plastica, un anello spesso e sporco che mi costrinse a guardare. Tirai fuori la lingua e leccai tutta la punta, girandoci attorno con la lingua piatta, immaginando che fosse il glande caldo di un cazzo vero. Chiusi le labbra in un anello stretto e scesi di nuovo, succhiando forte, infossando le guance nello sforzo. Un filo di saliva cadde sul cuscino. Chiusi gli occhi e lo immaginai in un altro modo: caldo, con un peso vero, con vene gonfie, con qualcuno dall’altro lato che mi afferrava per lo chignon e mi dettava il ritmo. Sentii che qualcosa si attivava nel basso ventre, una tensione familiare ma più intensa del solito, e notai come l’umidità delle mutandine cominciasse a macchiare la gonna all’interno.
Mi strozzai. Riprovaì, spingendolo fino in fondo alla gola, forzando la mascella. Un filo denso di saliva mescolata al rossetto mi scivolò dall’angolo della bocca e mi colò sul mento. Spinsi ancora più dentro e questa volta gli occhi mi si riempirono di lacrime da soli, il mascara che colava all’angolo, il respiro spezzato. Lo tirai fuori di colpo e un lungo filo di bava rimase sospeso tra la mia lingua e la punta. Ci sputai sopra, con rabbia, e me lo rimisi dentro, scopandomi la bocca da sola, tirandolo fuori e infilandomelo finché la gola mi bruciava e le lacrime mi cadevano sulle guance mescolate al nero della matita.
Lo tirai fuori. Rimasi a guardare il disastro che avevo fatto: il segno spesso del rossetto sulla plastica, la saliva che pendeva in fili, le lacrime nere mescolate sul cuscino sotto il mio viso, la macchia scura e crescente tra le cosce dove le mutandine non bastavano più.
Perfetta.
***
Mi tolsi la biancheria intima senza togliere nient’altro. La gonna, le calze, la camicia annodata, i tacchi: tutto rimase addosso. Solo il pizzo che avevo scelto quella mattina lo misi da parte, piegato sulla sedia, inzuppato al centro da un fluido chiaro e denso che si era accumulato per tutta la sessione con la bocca.
Mi infilai due dita tra le gambe prima di fare altro, solo per controllare. Erano subito scivolose, e quando le separai un filo lucido rimase teso tra loro. Me le portai alla bocca e le succhiai senza pensare, assaggiandomi.
Usai prima il recipiente piccolo, lubrificato con le dita, per prepararmi. Lo spinsi dentro lentamente, infilandomelo fino in fondo alla figa, sentendo come le pareti si aprivano per accoglierlo. La sensazione era nota, quasi rassicurante, e lasciai che il corpo si prendesse il suo tempo senza forzare nulla. Lo mossi in piccoli cerchi, poi dentro e fuori con più ritmo, finché la figa mi colava e la plastica usciva lucida ogni volta che la ritiravo. Con l’altra mano mi cercai il clitoride con la punta del medio, già gonfio, pulsante, e cominciai a sfregarlo in cerchi stretti mentre mi penetravo.
Un gemito basso mi sfuggì dal petto. Mi morsi il labbro per non fare più rumore, senza ricordarmi che non c’era nessuno da cui nascondere niente.
Poi presi il secondo.
Era diverso in mano da come lo ricordavo. Più serio. Più pesante. Lo lubrificai generosamente, stendendo la sostanza con il palmo dall’alto in basso come se gli facessi una sega lenta, e lo appoggiai contro la figa, senza spingere ancora, lasciandolo lì mentre respiravo e sentivo come la punta grossa affondava appena tra le labbra bagnate.
Spinsi.
Ci fu resistenza immediata. Un dolore acuto e netto che mi fece tendere tutta la schiena, mordere il cuscino, espirare in un suono che non era esattamente un gemito ma nemmeno silenzio. Era troppo grosso. Sentivo come mi apriva, come il muscolo protestava, come ogni millimetro conquistato mi obbligasse ad allargarmi di più. Mi fermai. Aspettai. Lasciai che i muscoli tornassero a rilassarsi, che il respiro si regolarizzasse.
Ci riprovai.
Questa volta fu diverso. Sentii qualcosa cedere: un’apertura lenta e continua che era scomoda e affascinante al tempo stesso. I primi centimetri mi lasciarono le nocche bianche per quanto stringevo il lenzuolo. Notavo ogni vena immaginaria della plastica graffiarmi dentro, ogni millimetro nuovo sistemarsi in un posto dove niente di così grande era mai stato prima.
Mi fermai. Respirai a fondo.
E lo ritirai lentamente, vedendolo uscire lucido, coperto da un flusso biancastro e denso che era tutto mio.
***
Mi alzai, andai fino al bagno con le gambe un po’ tremanti e le cosce appiccicose, bevvi acqua direttamente dal rubinetto. Nello specchio del corridoio mi vidi di sfuggita: il trucco parzialmente disfatto, lo chignon mezzo sciolto, le guance accese, le labbra sfocate dal rossetto sbavato, un filo di saliva secca sul mento. Mi fermai un secondo a guardarmi. Sollevai la gonna con due dita e mi vidi la figa nello specchio, gonfia, lucida, con le labbra più rosse e tumide del normale.
Tornai in camera.
Lubrificai di nuovo il secondo oggetto, questa volta con più generosità, spandendo la sostanza finché colava, e mi misi nella stessa posizione, a pancia in giù con il cuscino sotto i fianchi e il culo ben alto, offerto.
Questa volta entrò.
Non di colpo, non in modo eroico, ma centimetro per centimetro, con pause e aggiustamenti e quel processo strano che ha il dolore quando comincia a trasformarsi in qualcos’altro. Il fastidio era ancora lì ma sotto c’era qualcos’altro: una pressione interna, una pienezza che non aveva paragoni con niente che avessi mai sentito prima. Sentivo la figa dilatata fino a un limite che credevo impossibile, il muscolo stretto come un anello attorno alla plastica, eppure che la inghiottiva sempre di più. Quando arrivò fin dove non poteva andare oltre, fino in fondo, fino a un punto che nemmeno sapevo di avere, rimasi immobile.
Il corpo che processava. Scopata, piena, aperta.
Cominciai a muoverlo molto lentamente, fuori e dentro, senza fretta, senza un obiettivo ancora. Solo imparando che cosa si provava. Notando come la sensazione cambiasse con il movimento, come certe posizioni producessero più di altre, come il corpo rispondesse per conto proprio. Ogni volta che usciva quasi del tutto, la figa si chiudeva cercando di trattenerlo, e ogni volta che rientrava sentivo un suono umido che mi faceva rizzare la pelle.
—Ah… ah, cazzo —mormorai contro il cuscino, senza accorgermi di parlare ad alta voce.
Sembrava di essere davvero piena. Come se mi stessero scopando davvero.
***
Cambiai posizione. Appoggiai l’oggetto in verticale sul cuscino e mi sistemai sopra, accovacciata, con la gonna stesa intorno alle ginocchia, i tacchi piantati nel materasso ai lati. L’angolo dall’alto era diverso, più diretto, più mio. Potevo vedere la plastica spessa puntare verso l’alto e la mia figa aperta sopra, pronta a inghiottirla.
Scesi piano piano, con le cosce che tremavano per lo sforzo di controllare la velocità. La punta grossa s’infilò tra le labbra e sentii il peso del mio stesso corpo spingerlo dentro più in fretta di quanto volessi. Quando arrivai al punto più basso, con le natiche quasi a toccare il cuscino e tutto il lungo dentro, un suono mi uscì dalla gola senza che lo avessi programmato. Non era dolore. Era sorpresa. Era il suono di una troia che si rende conto, all’improvviso, di quanto in profondità le arriva.
Cominciai a muovermi.
Su e giù, piano all’inizio, poi con più ritmo. Le calze a rete che disegnavano il rilievo delle cosce, i tacchi affondati nel materasso, il corpo che rispondeva da solo senza che io dovessi pensare a nulla. Ogni volta che scendevo lo sentivo colpirmi in un punto profondo che mi strappava un ansito grave; ogni volta che salivo la figa si aggrappava cercando di non lasciarlo andare. Era una sensazione che io dirigevo ma che allo stesso tempo dirigeva me.
Mi schiaffeggiai un gluteo con la mano aperta. Forte.
Il suono fu secco e chiaro nel silenzio della stanza.
Lo rifeci. Altre due volte. Sentivo la pelle calda sotto il palmo, il segno rosso che appariva, la gonna che cadeva in avanti a ogni movimento. Con l’altra mano mi afferrai un seno sopra la camicia, lo strinsi attraverso il tessuto, sentii il capezzolo indurirsi contro il polpastrello del pollice. Cominciai a parlare a bassa voce senza volerlo, parole sparse che non organizzavo con la mente, puro riflesso del momento.
—Sì… così… più dentro, più… —ripetevo per nessuno, o per quell’essere immaginario che mi guardava dall’alto, che mi afferrava per la vita, che mi costringeva a scendere più in fretta—. Scopami più forte, cazzo, più forte…
***
Mi sdraiai supina. Aprii le gambe il più possibile. Misi un cuscino sotto il bacino per sollevare i fianchi, offrendo la figa verso l’alto come una coppa.
Lo introdussi di nuovo, questa volta frontalmente, guardando il soffitto, vedendo come la mia stessa mano guidasse la plastica spessa tra le labbra lucide e la spingesse dentro centimetro per centimetro.
C’è qualcosa di diverso in quella posizione. Più esposta. Più consapevole del proprio corpo. Con il braccio libero afferrai l’altro cuscino e lo strinsi contro di me, chiudendo parzialmente le gambe attorno a lui. Gli occhi si chiusero da soli.
E cominciai a immaginare.
Un corpo più grande del mio sopra di me. Mani che potevano circondarmi tutta la vita. Peso vero. Calore vero. Un cazzo vero, grosso, duro, pulsante dentro di me. Qualcuno che mi guardava dall’alto mentre ricevevo, qualcuno che mi sussurrava oscenità all’orecchio, che mi diceva quanto si sentiva bene la mia figa stretta, quanto ero bagnata per lui. Accelerai il ritmo senza rendermene conto, affondandomi la plastica con entrambe le mani, tirandola fuori fino alla punta e piantandola dentro tutta in un colpo, una e un’altra volta, e i gemiti non erano più opzionali: uscivano da soli, ogni volta più alti, più osceni, più da puttana.
—Sì, sì, sì, di più, vieni dentro, vieni dentro di me, per favore…
E a un certo punto smisi di preoccuparmi se i vicini potessero sentirmi attraverso il muro.
La finestra era chiusa. E anche se non lo fosse stata.
***
Fu quando cambiai angolo che tutto si trasformò.
Mi rimisi in ginocchio, inclinata in avanti, con il culo alto e la faccia contro il materasso, e riorientai l’oggetto in diagonale, puntandolo verso una zona di cui avevo letto su di lei in forum che cancellavo dalla cronologia del browser. La prima spinta fu soltanto diversa. La seconda mi fece battere le palpebre. La terza mi tolse l’aria dai polmoni.
Non era la stessa sensazione amplificata. Era qualcosa che veniva da un punto più dentro, più centrale, e si irradiava in tutte le direzioni allo stesso tempo. Come se avessi trovato un interruttore che non sapevo esistesse dentro la figa.
Mi fermai. Tirai fuori l’oggetto e mi toccai con le dita in quella zona, infilando medio e indice fino alle nocche, ricurvandoli verso l’alto, cercando il punto esatto. Quando premetti, il respiro mi si spezzò da solo. Era una zona leggermente ruvida, gonfia, che rispondeva come una scintilla quando la toccavo.
Reinserii l’oggetto. Questa volta con intenzione, cercando quell’angolo preciso, e quando lo trovai e spinsi, la reazione fu immediata. Gli occhi si chiusero da soli. La lingua mi uscì un poco tra le labbra. Le dita dei piedi si arricciarono dentro i tacchi. Con la mano libera mi cercai il clitoride e cominciai a sfregarlo in cerchi rapidi, sincronizzando il ritmo con le spinte.
Lì.
Cominciai ad accelerare senza deciderlo. L’altra mano a pompare la plastica contro quel punto una e un’altra volta, senza pausa, senza pietà, sbattendo contro l’anca a ogni affondo, producendo un suono umido e sporco che riempiva la stanza. Il corpo prese il controllo in un modo che non avevo mai sperimentato prima: un istinto meccanico che faceva a meno della volontà, che voleva solo arrivare dove stava andando. I suoni che uscivano da me erano irriconoscibili, mescolati, senza forma, un ansimo animale continuo interrotto da parole spezzate.
—Ah, cazzo, ah, no, no, non posso, non posso…
E poi accadde qualcosa che non aspettavo.
Senza preavviso. Senza preparazione. Come se qualcuno avesse aperto un rubinetto che non sapevo esistesse dentro di me. Il corpo intero si scosse in uno spasmo lungo. Le gambe smisero di rispondere. La figa si chiuse in contrazioni violente attorno alla plastica e qualcosa uscì da me in un getto tiepido che bagnò le lenzuola e mi colò lungo le cosce interne, un getto che non si fermava, che usciva a ondate ogni volta che le pareti si contraevano, senza che io avessi alcun controllo, nessuno, e nemmeno volevo averlo. Non capivo quello che stava succedendo e non importava.
Caddi di lato.
Rimasi sul letto su un fianco, con le ginocchia piegate e i tacchi ancora addosso, con il respiro che cercava di tornare a qualcosa di simile al normale. L’oggetto era ancora dentro. Il corpo intero vibrava con quelle piccole scosse che vengono dopo, incontrollabili, come un motore che impiega tempo a spegnersi. Sentivo la figa pulsare in piccoli spasmi, espellendo la plastica poco a poco, un flusso chiaro e denso che scorreva tra le cosce e inzuppava le lenzuola sotto di me.
Ci vollero diversi minuti prima che riuscissi a muovermi.
***
Mi alzai con cautela. Le gambe non erano del tutto al mio servizio. Andai in bagno, mi pulii tra le cosce con un asciugamano umido —il panno uscì lucido e con fili chiari—, bevvi acqua lentamente sopra il lavandino. Nello specchio: il trucco completamente disfatto, lo chignon crollato, segni rosati sulle cosce dove le calze avevano stretto, un segno rosso sulla natica sinistra dello schiaffo. La camicia restava annodata all’ombelico, con macchie di sudore sotto le ascelle. La gonna, sgualcita e con una macchia scura sull’orlo.
Mi guardai per un momento.
Tornai in camera. Cambiai le lenzuola in silenzio, le arrotolai e le misi a lavare. Rimasi in piedi accanto alla finestra, con la gonna ancora addosso, a guardare il giardino. Il sole stava cominciando a calare. C’era ancora tempo.
***
Questa volta in piedi.
Mi appoggiai con il palmo aperto al muro, inclinata in avanti, il peso distribuito tra le mani e i tacchi, il culo spinto indietro, offerto. Mi guardai nello specchio dell’armadio: la camicia annodata, la gonna alzata dietro che mi mostrava il culo intero incorniciato dalle calze a rete, la figa gonfia e ancora lucida tra le cosce. Il rossetto ormai quasi scomparso, solo una traccia rosa all’angolo della bocca.
Mi introdussi l’oggetto da dietro, guidandolo con la mano tra le gambe, e lo spinsi dentro in un solo gesto deciso.
In quella posizione, in piedi, l’angolo trovava il punto a ogni movimento, senza bisogno di cercarlo. Diretto. Ogni spinta mi colpiva proprio lì, quella zona ruvida che avevo scoperto pochi minuti prima, e il corpo cominciava a tremare dalla prima. Le prime spinte mi fecero piegare i gomiti contro il muro. Le successive mi inclinarono la testa in avanti. Cominciai a scoparmi da sola con rabbia, spingendo il culo indietro per trovare ogni colpo, immaginando mani che mi afferravano i fianchi, un uomo dietro di me che non mi lasciava scappare.
—Così, così, più forte, scopami più forte —ansimavo contro il muro, senza voce ormai, quasi singhiozzando di piacere.
Per le ultime, la fronte riposava sul freddo del muro e gli occhi erano chiusi e il corpo faceva ciò che doveva fare. Il suono della plastica che entrava e usciva da me era umido, sporco, osceno, e riempiva l’intera stanza. Rimanevo appiccicosa fino a metà coscia.
Fu più rapido della prima volta. Più intenso, o forse solo più nitido perché ormai sapevo a cosa prestare attenzione. Sapevo quale angolo cercare, quale ritmo mantenere, quando stringere la figa attorno alla plastica per far esplodere tutto.
Le gambe cedettero in avanti e mi sostenni con i palmi, la faccia girata di lato appoggiata al muro, e quando arrivò fu ancora più abbondante di prima. Un getto partì tra le cosce, cadendo a terra con un piccolo suono che in qualsiasi altro momento mi avrebbe fatta vergognare, seguito da una seconda ondata che mi inzuppò le calze fino alle ginocchia. La figa si contraeva in spasmi incontrollabili, espellendo l’oggetto, lasciandomi vuota e pulsante.
Scivolai fino a restare in ginocchio, la schiena contro il muro, i tacchi ripiegati sotto i glutei. Le mani a terra, in mezzo alla pozza tiepida che avevo fatto. L’oggetto rotolò accanto a me, lucido e usato. Mi tremava tutto, le gambe, il ventre, la mascella. Sentivo ancora piccole scariche attraversarmi il basso ventre a intervalli di pochi secondi.
Ci volle un minuto intero prima che riuscissi ad alzare la testa.
***
Quello che quel pomeriggio mi lasciò non era solo il piacere fisico, anche se il piacere fisico era stato reale e potente e completamente diverso da qualsiasi cosa avessi sentito fino ad allora.
Era sapere che quel corpo, quel corpo che tante volte mi era sembrato estraneo o incompleto o insufficiente, poteva fare cose che non avevo immaginato. Che aveva capacità che mi appartenevano. Che la ragazza nello specchio e la persona che le sentiva erano la stessa.
Pulii il pavimento con un vecchio asciugamano che poi buttai direttamente in fondo al cesto della biancheria sporca. Mi feci la doccia lentamente, con acqua calda, lasciando che mi scorresse addosso, vedendo come l’acqua tra le gambe usciva ancora torbida. Mi struccai davanti allo specchio con più calma del solito, guardandomi mentre lo facevo.
Quando arrivò la mia famiglia un’ora dopo, ero sul divano con vestiti normali e i capelli ancora umidi, a guardare una serie che non stavo seguendo.
Nessuno notò niente.
Io sapevo cosa era successo in quella stanza. E questo bastava.